Rete Solidale – Appunti di un mese di attività

Ad oltre un mese dalle scosse che hanno  colpito la bassa mantovana ed emiliana, proviamo a tracciare il bilancio di trenta giorni di Rete Solidale, a raccontare cosa abbiamo visto/sentito/registrato e ad abbozzare alcune prospettive future. Il percorso della Rete è stata una tappa obbligata all’indomani del grande sisma del 29 maggio: singoli e gruppi (associativi, collettivi e politici) hanno messo in comune le proprie forze per riuscire nell’intento di portare solidarietà attiva ai terremotati. Un moto spontaneo partito dal basso perché la solidarietà non sia relegata alle iniziative-paccottiglia come gli sms “solidali” o alla mera “bontà” di grandi gruppi economici (l’intento non è polemico ma pensiamo che licenziare centinania di operaie e regalare le calze prodotte passando per “i buoni” sia quantomeno contraddittorio). In poche ore si è attivato un network di attivisti che ha iniziato a calendarizzare le aperture (presso la sede di Rifondazione divenuta “magazzino” della Rete) e le consegne nei campi aggiornando, quasi quotidianamente, le liste con le richieste.

Giugno ha portato dunque alla realizzazione di 14 consegne nei campi del mantovano, due al canile di Mirandola e, negli ultimi dieci giorni, nelle realtà autogestite di Carpi, Fossoli e Cavezzo; da aggiungere il laboratorio di animazione dei ragazzi del collettivo Luna Storta, messo in piedi per aiutare gli educatori al campo di Pegognaga. Forse un lavoro piccolo, sicuramente significativo, per ricostruire una comunità a partire dalla solidarietà attiva. Il ringraziamento più grande lo dobbiamo fare a tutti/e quelli/e che hanno risposto ai nostri appelli: oltre un centinaio di mantovani/e(con anche donazioni da Sustinente e Medole) che hanno affollato il “magazzino popolare” di materiali lasciando intendere che il cuore solidale della città batte forte. Le raccolte, al pari delle consegne, sono stati momenti importanti per conoscersi, confrontarsi, sentirsi meno soli e iniziare a pensare al futuro. Durante le consegne è stato infatti possibile toccare con mano i brandelli di una società strappata dal sisma e vedere, forte, la volontà di ricominciare, possibilmente su basi nuove.

 

Consegna materiale a Moglia

In quei giorni il web e le tv sono state inondate di parole al vento, di immagini senza senso o ancora di invettive volte ancora una volta a demonizzare i soggetti migranti, come se nemmeno l’inversione dei ruoli nel nuovo ordine della disgrazia, che ha prodotto nuove minoranze e nuove maggioranze, fosse in grado di fermare i fomentatori di odio; su tutto questo cade il nostro occhio critico. Per il mese dell’emergenza abbiamo costantemente aggiornato la pagina web di Rete Solidale all’interno di Informati!Mantova per arrivare meglio a tutti/e quelli/e che volevano contribuire alla campagna di solidarietà nonchè dare qualche informazione sul percorso fatto (dalla richiesta alla consegna del materiale) e sulla situazione nei vari campi mantovani. Il patrimonio storico-artistico è stato devastato ma, nel rispetto e nelle necessità di ricostruzione, bisogna guardare anche ai problemi dell’immediato.

Nella bassa sono crollate le cascine e le stalle che davano lavoro a centinaia di contadini e anche molti siti produttivi, caseifici e fabbrichette sono stati compromessi; allo stesso modo continua la “conta dei numeri” delle case inagibili e dei numeri della ricostruzione ma poco o niente viene detto sullo spopolamento dei piccoli paesi, sulla fuga di abitanti che potendo scegliere, decidono di andare altrove, che rischia di trasformare in deserto una zona di per sé già in crisi. Pochi commentatori, specialmente politici, hanno puntato il dito sul fatto che lo squilibrio tra i fondi statali per l’Emilia e quelli per il mantovano non è casuale né un piccolo errore: è una scelta ben precisa dettata da fattori economici in quanto, questo senza accendere campanilismi, il territorio modenese devastato è un pezzo troppo importante del motore del PIL regionale e, non da poco, in quello nazionale. Sono state pochissime le pagine di inchiostro e digitali che si sono invece occupate dei primi segnali di delocalizzazione, con le imprese, specie le multinazionali, pronte a fare fagotto e spostare la produzione altrove aumentando la disperazione di questo territorio.

 

Il campo di Gonzaga

Se poi aggiungiamo che nel decreto terremoto mancano le proroghe degli adempimenti fiscali e le detrazioni per le spese di ricostruzione e messa in sicurezza degli edifici industriali il quadro è completo. Aldilà di mille leggende metropolitane che compaiono sui giornali, nei campanelli di persone fuori e dentro ai campi circolano voci che parlano di imprese che, pur non avendone i requisiti strutturali, sono state catalogate agibili tramite versamento di soldi “extra” a professionisti e tecnici. Negli ultimi giorni da parte dei media l’unica attenzione è sul fatto che sono stati promessi (pochi) soldi ma che ancora non si sa bene come verranno gestiti (vedere Formigoni arrabbiato perché ne vorrebbe di più non è certo una garanzia). L’Abruzzo non è così lontano temporalmente e geograficamente.

Per un certo periodo sono apparse notizie su “immigrati di religione islamica che rifiutano il cibo”, titoli roboanti con pochi riscontri reali e per fortuna mai comparsi nel mantovano: la situazione registrata nei campi mantovani è di calma apparente; apparente perché le normali “tensioni” che si respiravano prima del terremoto non sono scomparse ma qualcosa è successo. In un momento così difficile gli episodi di “crisi” si sono limitati a pochissime tensioni ma soprattutto alle scaramucce tra bambini per un pallone che poi si riflettono sui genitori (cose tipiche nel cortile di un condominio) o qualche occhiataccia per una merendina presa in più dal cesto comune. In questo, anche gli operatori intervistati, notavano che molte persone hanno iniziato a parlarsi trovandosi in questa situazione di disagio collettivo: il razzismo strisciante non muore di certo così facilmente, ma qualcosa scatta quando il grosso degli sfollati viene dalle case vecchie dei centri o dalle cascine che vengono regolarmente affittate a grandi nuclei famigliari di operai e braccianti migranti. Allo stesso modo, la diffidenza stizzita degli operatori dei campi e degli altri sfollati per chi “se ne approfitta”, puntava il dito contro i furbetti ma senza distinzioni etniche.

Mentre rientra l’emergenza mantovana e si avvia la complessa partita della ricostruzione la situazione è diversa in Emilia: qui siamo arrivati portando materiali già immagazzinati notando una geografia del disastro che mette in risalto come l’intervento dello Stato abbia avuto ritardi e lacune. La gestione dell’emergenza da parte della protezione civile è stata quantomeno discutibile e sembra aver dimenticato i campi autogestiti o le frazioni dei comuni maggiori. Se nel mantovano i danni sono stati contenuti e la rete sociale dei comuni ha “spento” sul nascere alcuni atteggiamenti autoritari, così non è stato in Emilia. Ancora oggi ci sono zone/campi dove non è arrivato un intervento dello Stato; in quest’ottica sono nate da subito forme di autogestione dal basso, come nei campi dove operano le Brigate di Solidarietà Attiva (Cavezzo, Fossoli, Carpi etc.) e, adesso, con un respiro più ampio iniziano a formarsi nuclei di cittadinanza attiva dal basso per ricominciare, ma senza aspettare con le mani in mano le forme di assistenzialismo dall’alto. Il nostro lavoro non si conclude ma deve per forza cambiare radicalmente. Il mese di emergenza mantovana è stato molto impegnativo per le nostre piccole forze e la nuova fase necessita di un altro tipo di intervento. Non mancherà l’occhio critico su quanto succede nella nostra bassa e aiuto concreto alle pratiche solidali nei confronti della popolazione (vedi anche il supporto di eventi come il “Moglia tiene botta”, le serate solidali per Moglia dell’11 e 29 luglio pubblicizzate su Informati!Mantova); faremo ancora delle aperture, forse più sporadiche, per portare aiuti nei campi emiliani e allo stesso modo prendiamo i nomi per volontari che intendono prestare servizio là dove c’è più bisogno.

 

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