Biogas: tra speculazione e distruzione del territorio

Anche l’energia pulita può inquinare: questo l’allarme esplicitato da Carlo Petrini (Slow Food) alcuni mesi fa. Non tutto ciò che è rinnovabile è “buono” in senso assoluto ed è tempo di ammettere che il biogas, tra le fonti energetiche rinnovabili, sta cominciando a creare più problemi che vantaggi. Lo è perché è diventato la nuova gallina dalle uova d’oro per l’agroindustria e perchè le buone pratiche sono state sopravanzate dalle speculazioni, permesse dalla legge e incentivate con i soldi pubblici, i nostri. Grazie a questi soldi, in due anni, gli impianti si sono triplicati: una vera e propria propria corsa al biogas agricolo.

Ed ecco sorgere, nel paesaggio agrario, strutture con due grandi cupole affiancate: sono i “digestori” degli impianti, in cui le biomasse, che possono essere costituite da liquami zootecnici, letame, scarti, ma anche prodotti appositamente coltivati, come il mais, vengono trasformate da dei batteri per rilasciare metano, usato per generare energia elettrica e calore. Ciò che avanza può diventare ammendante o concime nei campi: in teoria il ciclo è perfetto e sarebbe ottimo se l’impianto fosse piccolo, confinato all’interno del ciclo produttivo aziendale. Ma la speculazione porta con sé il solo obiettivo economico, non certo l’attenzione alle energie rinnovabili, nei confronti del territorio e delle persone che lo abitano. C’è inoltre da mettere in conto una scarsissima regolamentazione in materia, che rischia di fatto di permettere situazione con bilancio energetico negativo (capita che l’energia rinnovabile prodotta sia pari a quella non rinnovabile consumata) e di forti tensioni sociali. Chi si oppone agli impianti a biogas non lo fa perché contrario all’energia da fonti rinnovabili e non può essere costantemente tacciato di ignoranza o di essere contagiato dalla sindrome di NYMBI. L’ assenza di norme più definite e restrittive e una discrezionalità non a ben gestita fanno sì che si autorizzino impianti costruiti troppo vicini alle abitazioni o in siti sbagliati.

Gli impianti sono rumorosi, maleodoranti e alcuni studi cominciano ad evidenziare come non siano privi di emissioni nocive (forse non è un caso che la Regione Emilia Romagna nelle sue linee guida abbia vietato gli impianti a biogas nei territori dove si produce il Parmigiano Reggiano……). Averli a pochi metri da casa può diventare un incubo, ma anche un posizionamento defilato pone spesso un altro grosso problema: questi impianti incentivano trasporti di “materia prima” da digerire con relative emissioni e traffico. Proprio in questa stagione si possono assistere a continui spostamenti di mezzi stracarichi di trinciato di mais: quanto è stato consumato in termini di energia non rinnovabile per questi trasporti e quanti inquinanti hanno emesso nell’aria che respiriamo?

C’è inoltre da considerare l’impatto sul paesaggio e sul consumo di suolo agricolo, per quello che viene occupato dall’impianto ma anche per quello che viene sottratto alla buona pratica agricola. La speculazione potrebbe portare a sottrarre la terra alla produzione del cibo. Carlin Petrini, da sempre impegnato sul fronte della sostenibilità agricola e alimentare, lo ritiene “sbagliato da un punto di vista etico, ma anche ecologico”. Al consumo di energia per la coltivazione, al consumo di energia per il trasporto, aggiungiamo anche la considerazione che “un mais che non si mangia può far ricorrere a un uso dissennato di chimica, fertilizzanti e antiparassitari, inquina e mina la fertilità, consuma uno sproposito d’ acqua. Per un megawatt si devono sacrificare almeno 300 ettari. Non è difficile immaginare che così si finirà con il compromettere l’ agricoltura, non solo di qualità.”. Questa non è l’energia rinnovabile che siamo disposti ad accettare a scatola chiusa.

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