[Memoria storica] Lo sciopero dei quaranta giorni del 1949

SCARIOLANTI1Lo sciopero bracciantile dei quaranta giorni della primavera del 1949 e quello dell’anno successivo, segnarono l’ultima grande ondata del movimento dei braccianti in Italia. Un “biennio rosso” che incendiò la pianura padana e aree del mezzogiorno. Il patto agricolo era stato disatteso e dopo il 1948 gli agrari e la Democrazia Cristiana colpirono duramente i lavoratori e le lavoratrici.
Anche in ogni paese e in ogni corte agricola del mantovano decine di migliaia di braccianti e mondine si organizzarono con l’obbiettivo di dare “la terra a chi la lavora” e combattere la miseria e lo sfruttamento.
Vogliamo ricordare la voglia di partecipare e di “prendere parte”, le infuocate assemblee sindacali di cascina, i pentoloni comuni nelle piazze, il lavoro fermo ovunque. La violenza subìta e quella praticata: la Resistenza era ancora dietro l’angolo e non ci si risparmiava davanti alle difficoltà; gli scontri coi crumiri, che a centinaia venivano portati dal Veneto con la promessa di un po’ di terra. E ancora le provocazioni, le botte e gli arresti della celere di Scelba.
Un mondo che sembrava sul punto di esplodere.
Giorni nei quali la solidarietà era un’arma capace di diffondersi e moltiplicarsi: da Genova i lavoratori dell’Ansaldo (gli stessi che nel 1973 avrebbero sabotato i treni in partenza per il Cile golpista di Pinochet) fecero arrivare in stazione a Mantova convogli carichi di alimenti per gli scioperanti. A sostenere le lotte erano i partiti DEI lavoratori e DI lavoratori (li rappresentavano i Di Vittorio, non i D’Alema o i Napolitano di oggi).
Tremava il governo, tremava Scelba e tremavano gli agrari che rimpiangevano lo squadrismo: e più sparavano addosso agli scioperanti e più quelle migliaia di proletari diventavano un corpo unico, indistruttibile.
Riccardo Bertoni di Cizzolo lasciato morire in prigione, la mondina Maria Margotti di Bologna colpita a morte da una raffica di mitra il 17 maggio del 1949; con loro Vittorio Veronesi assassinato dall’agrario Grazioli lo stesso giorno dell’anno seguente a Porto Mantovano: tutti loro erano i martiri della nuova resistenza, di una generazione che tentò ancora una volta di cambiare davvero le cose.

Persino a Mantova in molti non hanno mai sentito parlare o non ricordano più queste storie , tutte ostinatamente vere. Non si tratta né delle “trame” dei Gonzaga né di lontani moti risorgimentali, ma dell’identità conflittuale del territorio mantovano, di una sua ricchezza sociale e politica che è stata sepolta “viva”.
Perché? Perché ricordare che gli sfruttati, se organizzati e con un’idea di cambiamento, possono davvero ribaltare la situazione è il peggiore incubo di chi vuole mantenere tutto com’è.

E a chi inganna, sfrutta o privatizza è giusto turbare il sonno.

 

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