SE L’È CERCATA

stuproUna testimonianza-riflessione sul tema della violenza sulle donne verso le manifestazioni di questa sera e di sabato a Mantova

“Violenza di uomini sulle donne: ho letto tanti commenti a proposito delle violenze sessuali, ho letto commenti terribili e terribilmente superficiali. E anche quei commenti sono violenza e di certo non ne è responsabile la donna che la subisce.
È violenza se un uomo ti tocca e tu non vuoi, figurarsi quando ti prende a sorpresa, ti sbatte per terra e con una mano ti stringe la gola e poi ti sale sopra e ti schiaccia contro l’erba e la terra. Una mano ti stringe la gola, con l’altra tira giù i pantaloni e ti strappa le mutande. Si slaccia i pantaloni e li abbassa, tu tenti di gridare ma lui ti stringe la gola, cerchi di divincolarti ma il suo peso è come piombo. Ti rimane una possibilità e cominci a strappargli i capelli con una forza che non pensavi di avere; cerchi di impedirgli di aprirti le gambe ma non basta. Urli ma nessuno ti sente perché in quel momento non passa nessuno. Le tue suppliche suscitano grasse risate.

Che strano, sto raccontando in terza persona, eppure sta capitando a me. Ecco, ce la faccio, riesco a buttare della terra negli occhi e non so come, ma riesco a scappare. Corro, vado a casa, racconto tutto a mia mamma. Lei mi aiuta. Vado a letto. Mi sveglio ma da quel momento non sono più la stessa. Non esco più, non riesco a sopportare la sola vista di un ragazzo o uomo, nessuno mi può toccare, nemmeno la mano di mia madre per una carezza. Poi un giorno, tanto tempo dopo, decidi di continuare a vivere ma non sarai mai più la stessa. Si è rotto qualcosa e non farai più l’amore da donna libera.

Avevo 17 anni.”

Abbiamo voluto condividere l’esperienza di un’amica e compagna per riflettere sulla violenza praticata dagli uomini sulle donne per parlarne, perché numeri e statistiche non tolgano peso e significato al dramma che vivono le vittime.

Perché ai terribili dati delle violenze sulle donne, uccise, stuprate, molestate o perseguitate, c’è anche una violenza più subdola: ci sono poi il linguaggio, quello utilizzato dai media e sui social, il giudizio sulla vittima, su come si veste o si diverte e, ancora, la strumentalizzazione che vorrebbe ricondurre questi drammi a questioni etniche o religiose. Tutto questo rappresenta l’ennesima aggressione alle donne.

Perché quando una donna subisce violenza non è mai per colpa sua. ”Aveva una gonna troppo corta”, ”Era ubriaca”. Sono tanti gli stereotipi usati come giustificazione, quando invece “la colpa” più diffusa delle violenze è di essersi prese la libertà di decidere, di essersi sottratte al controllo. Parlarne e provare a cambiare tutto questo non è una questione che riguarda solo le donne.

Annunci

PROCESSO PESCI: A MANTOVA LA MAFIA C’È

21766765_1689765314399117_8500159465119029713_nLa sentenza di Brescia del processo “Pesci” ha confermato un sentore che molti cittadini avvertono da tempo:  a Mantova la Mafia c’è.

Esiste e prospera da decenni, nonostante l’ex sindaco Sodano dichiarasse “di non sentirne il profumo”: gli intrighi sempre più evidenti tra cattiva economia e cattiva politica attirano le mafie che, come un male, trovano gioco facile nell’ infettare il corpo vivo della società. Gli esempi di questo rapporto politico-economico, limitandoci solo alla città capoluogo, non mancano di certo: dalla speculazione CoopSette/Esselunga a Porta Cerese alla devastazione di Piazzale Mondadori passando per la privatizzazione di Tea Acque. Troppe volte abbiamo visto le amministrazioni di centrosinistra e di centrodestra rinunciare al loro ruolo di espressione delle comunità locali per favorire gli interessi privati di pochi; in questo cedimento della democrazia e della partecipazione davanti al profitto, le mafie trovano terreno fertile. La magistratura ha fatto il suo lavoro, dimostrando che gli anticorpi esistono ancora, ma non è abbastanza: la voce dei cittadini si è fatta sentire, benché spesso frammentata o ondivaga, e la politica spesso è rimasta in silenzio o ha balbettato in modo poco deciso.

È evidente a tutti l’enorme fattore di rischio di diversi appalti, cantieri edilizi e grandi opere di ieri e, purtroppo, di oggi. Per combattere le mafie, tutte le mafie che distruggono il territorio, non bastano le sentenze della Magistratura, ma  serve la partecipazione attenta e indignata di tutte e tutti per colmare i vuoti lasciati dalla politica, riconquistare i beni comuni e far valere gli interessi dei cittadini e dei lavoratori.

GRAND MANTOVA HOTEL?

mantova hotelDopo anni di illusioni turistiche, abitative e commerciali, Mantova si è svegliata con l’ingombro di cemento e cantieri abbandonati

Mantova i suoi giganti li ha già, splendidi, nella grande sala di Palazzo Te; non ha bisogno di altre idee di gigantismo. La proposta del sindaco Palazzi, che vorrebbe un grande hotel da 100 stanze, appare fuori misura per il territorio in cui si vuole collocare ed anche datata.

Che la voce turistica possa rappresentare per l’economia territoriale un motore di sviluppo è assodato, il problema è stabilire come possa essere concretizzato. Le strutture ricettive del nostro Paese hanno, in media, 32,4 camere, la media Ue è 31,2, in Francia gli alberghi hanno 36,5 stanze, mentre nel Regno Unito meno di 20. Se l’obiettivo del Sindaco è quello di portare a Mantova un turismo di massa, è stata fatta una valutazione dell’impatto sulla città e soprattutto, se questo sia il modello più gradito a turisti e cittadini?

Non siamo certo solo noi ad affermare la crisi del turismo di massa, questo non solo per la contingenza economica, ma per la fine di un modello cominciato cinquant’anni fa in parallelo con l’esplosione edilizia. Il turista è cambiato, grazie alla diffusione delle nuove tecnologie, alla post globalizzazione, alle piattaforme sociali, ma soprattutto grazie all’idea che la vera esperienza passa da un rapporto esclusivo con i luoghi visitati.

E questo è anche il turismo che più si addice al territorio mantovano, con le sue grandi ricchezze artistiche, ambientali e gastronomiche, le sue fragilità e la necessità di valorizzare l’esistente proprio in questo approccio culturale nuovo, che arricchisce il visitatore ma anche chi lo ospita. L’equilibrio di sviluppo economico, sostenibilità ecologica e benessere sociale fa riferimento a un turismo “dolce”, a basso impatto ambientale, capace di valorizzare la cultura e i saperi locali e creare opportunità di reddito. La ricchezza diffusa, sia essa culturale o economica, rappresenta uno degli aspetti rilevanti di questo progetto turistico, a condizione che venga organizzato con interventi condivisi, integrati e partecipati, con interventi leggeri, a rete, soprattutto nella logica dell’ospitalità diffusa, non certo nella logica di un gigantismo turistico che favorisce altro, distante dai territori e da chi li vive.

Il turismo rappresenta un enorme affare, un flusso di persone impensabile fino a pochi anni fa: per chi, da chi e come vogliamo venga gestito questo affare? A forza di illusioni turistiche, abitative e commerciali, Mantova si è svegliata con l’ingombro di cemento e cantieri abbandonati. Pensiamo ad un piano organico e integrato che riempia le strutture rimaste abbandonate, e sappia offrire soluzioni base (camping e ostelli) di cui la città è sprovvista; è necessario un ragionamento integrato che coinvolga operatori, cittadini e l’intero territorio.

NEOFASCISTI IN PIAZZA? PREGO, FATE PURE!

doormenPer il centrosinistra e le Istituzioni repubblicane, fascisti, picchiatori ed ex terroristi sono liberi di manifestare a Mantova

Nonostante le tre parate di estremisti di destra del 2016 e a soli venti giorni da una aggressione violenta da parte di naziskin, le Istituzioni e la politica cittadina concedono nuovamente spazio pubblico ai neofascisti di Forza Nuova.

Contro “il terrorismo e lo Ius Soli” manifesteranno militanti del movimento (come sempre da fuori provincia), il segretario nazionale Fiore (ex-latitante per terrorismo nero) oltre al segretario Nord Luca Castellini e al consigliere comunale di Mantova Luca De Marchi; proprio questi ultimi in passato hanno manifestato fianco a fianco a uno degli autori dell’aggressione agostana. Fascismi “diversi”, ma uniti quando c’è da menare le mani, come ad esempio durante il tentato assalto di Forza Nuova al matrimonio simbolico organizzato da arcigay nel 2013.

Per mandato Costituzionale, per dovere politico e per dignità dopo le violenze di sabato 5 agosto, questa pagliacciata andava vietata: invece passerà il concetto che a Mantova può manifestare liberamente chi sputa sulla democrazia, inneggia all’odio e calpesta i valori della Costituzione.
I cittadini credono sempre meno nella “democrazia” e questa risposta non favorisce la fiducia nelle Istituzioni; allo stesso modo, la politica amministrativa del Partito Democratico e di Sinistra Italiana non si oppone minimamente ai fascisti che manifestano nelle strade della città e si nasconde dietro alle scelte della Questura. Da via Roma avevano promesso un regolamento per fermare questo tipo di manifestazioni di odio e fascismo, ma intanto oggi fascisti, picchiatori ed ex-terroristi saranno liberi di manifestare a Mantova.

La guerra tra poveri, le squadracce neonaziste in giro, i pestaggi polizieschi come in Piazza Indipendenza a Roma o nella movida torinese sono dei brutti segnali e il presidio di Forza Nuova è solo un pezzettino di questa continua fascistizzazione. A questa deriva drammatica servirà dare una risposta coraggiosa: non un generico “antifascismo”, ma ragionare su come rispondere a chi nelle strade o nei palazzi del potere, ogni giorno strozza le idee di libertà, di uguaglianza e di giustizia sociale.

“DALLA VOSTRA PARTE” CERCA COMPARSE MANTOVANE

dallavostraparte.jpg“DALLA VOSTRA PARTE” CERCA COMPARSE MANTOVANE
(meglio se appartenenti all’estrema destra)

 

La nuova puntata dello show di Rete 4 con collegamento da Mantova ne smaschera ancora una volta lo stile, l’orientamento e il casting non “casuale”. “Dalla vostra parte” è il carro armato ideologico della destra più radicale: immigrazione, emergenza, zingari, micro-criminalità straniera; spazio anche a omosessuali “contro-natura”, politici ladri (tutti di sinistra). Il tutto come in un film degli anni Trenta con i nemici esterni della “comunità” che minacciano la brava gente italiana. Uno show pseudo-giornalistico che appiattisce le complessità e i problemi tra cinismo e urla per alimentare insicurezza, odio e guerra tra poveri.

Un teatro dell’orrore che in studio si nutre di opinionisti come Alessandra Mussolini (FI) a parlare di valori della famiglia tradizionale e l’impresentabile Stefano Esposito (PD) a parlare di legalità e si collega con le piazze d’Italia con gruppi di “semplici cittadini”. È a questo punto che la farsa costruita in studio impiega figuranti sul territorio scelti non a caso.

dallavostraparte1Il 26 agosto 2015 nel quartiere Virgiliana di Mantova si tenne una manifestazione neonazista per protestare contro l’arrivo di 15 richiedenti asilo. Per fare numero arrivarono 150 estremisti di Forza Nuova e Casapound da mezzo nord Italia con al seguito troupe televisive nazionali, tra cui quelle di “Dalla Vostra Parte”: quella sera tra i “cittadini esasperati” che stavano davanti alle telecamere c’erano diversi naziskin di certo non di Mantova. Nel servizio girato al pomeriggio, inoltre, alle parole “nel quartiere monta la rabbia” seguivano le dichiarazioni rabbiose di due forzanovisti dell’Alto Mantovano e le parole pacate di due signore abitanti in zona.

Il 12 novembre dello stesso anno, una nuova puntata parlò del problema dell’area ex mantovavostraparteCeramica, legando direttamente degrado a immigrazione senza considerare i problemi speculativi, edilizi e politici del caso. Tra gli abitanti che chiedevano una riqualificazione della zona (abbattimento mostri incompiuti, salvataggio della struttura della ceramica e creazione di un parco) c’erano i “semplici cittadini” dello stato maggiore della Lega Nord cittadina (militanti, consigliera e pure il commissario federale in felpa verde).

 

Ieri sera stesso copione: a commentare la legge sulla legittima difesa c’era un ristretto vostraparte3manipolo di persone tra cui molti fedelissimi del politico di estrema destra Luca De Marchi. Già nei giorni precedenti girava in privato l’invito ad essere presenti alla diretta e, con sprezzo del ridicolo, il conduttore ha detto testualmente “siamo qui con dei cittadini che hanno subìto furti e violenze” dando la parola proprio al consigliere comunale che ha potuto fare un proclama contro “il governo di sinistra del Pd” (?).

In campo abbiamo forze fascio-leghiste che nascondendosi dietro la patina di “semplici cittadini” provano ad organizzare in politica le insicurezze sociali delle persone (abilmente alimentate dai media) per dirottare l’attenzione e il malessere lontano dal “manovratore”. La crisi economica, sociale e politica sta colpendo in egual modo lavoratori italiani e stranieri, i disoccupati, i pensionati etc. La guerra tra poveri che divide non su base sociale ma sull’etnia e sulla nazionalità è uno strumento di chi comanda per dormire sonni tranquilli: a questo servono le marionette che si mettono in posa per le telecamere dei talk-show serali.
Tocca a noi smascherare e respingere al mittente questi continui tentativi di dividere lo sterminato popolo che sta subendo la crisi. Tocca a noi indicare chiaramente che il nemico di cittadini e lavoratori non chiede l’elemosina, ma indossa giacca e cravatta, siede nei CDA delle S.p.a.  e nasconde i proventi dello sfruttamento e della speculazione nei paradisi fiscali. Dobbiamo essere uniti per avere la forza di rovesciare il tavolo.

 

MANTOVA: AMMALATA DI CEMENTO E BARACCONI COMMERCIALI

frankensteinOperazione Frankenstein per innestare un supermercato sul disastro edilizio di piazzale Mondadori

La città e il territorio mantovano sono infetti da un male oscuro che passa dalle strette di mano tra politica ed economia privata e corrode la società, il lavoro e il territorio. Un tumore fatto di migliaia di alloggi sfitti, cantieri abbandonati e un numero fuori controllo di strutture commerciali.
Abbiamo denunciato in piazza, sui media e anche con azioni dirette in Consiglio Comunale l’enorme disastro di Piazzale Mondadori che ha portato alla svendita dell’autostazione nel 2005, alla follia delle pensiline passanti e alla cancellazione di centinaia di posti auto gratuiti sostituite da un parcheggio privato. Un buco nero all’interno della città che ancora oggi “sembra” non avere responsabili politici o economici, quasi fosse piovuto dal cielo. Inoltre non è ancora chiaro che fine abbiano fatto i 27 milioni di euro in prestiti che MPS ha “buttato” in quel progetto, né i rapporti tra i vertici della banca senese con Antonio Muto.
Abbiamo contrastato in prima linea i piani del centrodestra per un nuovo insediamento commerciale a Porta Cerese sulle ceneri del fallimento del vecchio “affare” Palasport – Palabam – Coopsette del centrosinistra. È chiaro a tutti che sei ipermercati, sette strutture medie e due centri commerciali sono troppi per una piccola città, senza poi contare l’hinterland; un nuovo baraccone commerciale significherebbe un colpo durissimo al  tessuto commerciale cittadino medio-piccolo necessario alla vita dei quartieri.
La proposta “Frankenstein” di paracadutare un supermercato Esselunga su piazzale Mondadori è figlia di una idea di città in svendita, ammalata di cemento e carrelli, che va combattuta con forza. Se dal Comune di Mantova arrivano rassicurazioni “entusiastiche”, noi crediamo che la toppa sia peggiore del buco: nuovo cemento commerciale in zona centrale, ulteriore traffico (anche di tir) in un punto già congestionato e l’alta probabilità che per qualche decina di posti di lavoro precari se ne polverizzino altrettanti all’interno del tessuto commerciale cittadino.

Ancora si vendono per nuove idee vecchie. Ancora una volta ai cittadini viene negata la possibilità di esprimersi sulla sorte di un’importante pezzo di città. La soluzione ai problemi di Mantova non dipende dalle offerte dell’impresa privata, bensì dalla volontà e dalle scelte politiche. Un piazzale Mondadori ripensato come spazio e come utilizzo pubblico all’interno del tessuto urbano e non come supermercato, così come la fine del modello “cemento e carrelli” degli ultimi dieci anni, rappresentano una vera opportunità di cambiamento. L’interesse pubblico, il bene comune e la partecipazione devono tornare ad indicare la via: a meno che non si considerino i cittadini che vivono e che lavorano in un territorio come semplici consumatori da abbindolare con offerte al ribasso.

L’8 marzo e le maledette discriminazioni sul lavoro

Nel 1908 una conferenza tenuta dal Partito socialista di Chicago prese il nome di “Woman’s day” e al suo interno si discusse dello sfruttamento compiuto dagli industriali ai danni delle operaie costrette a salari da fame e orari di lavoro massacranti, vittime di discriminazioni sessuali ed escluse dal diritto di vot. Nel 1910 l’Internazionale socialista riunita a Copenaghen decise di istituire una giornata alla fine di febbraio dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne. Nel 1917, durante la prima guerra mondiale e in risposta a due milioni di soldati russi morti in guerra, le donne russe scioperarono richiedendo “pane e pace”. Nonostante l’opposizione dei leader politici le donne non si fermarono. Il resto è storia: quattro giorni dopo lo Zar fu costretto ad abdicare ed il governo provvisorio concesse alle donne il diritto di voto. Quella storica domenica cadeva il 23 febbraio del calendario giuliano allora in uso in Russia, corrispondente all’8 marzo del calendario gregoriano. La connotazione fortemente politica e antimilitarista della Giornata della donna, contribuì alla perdita della memoria storica delle reali origini della manifestazione.

Oggi, nonostante il tempo trascorso e l’evoluzione del ruolo delle donne nell’ambito della partecipazione sociale, lavorativa e politica, resta ancora molta strada da fare. Nel mondo del lavoro, nonostante la crisi abbia paradossalmente ridotto il divario di genere (nel periodo 2007/2014 il tasso di occupazione maschile è passato dal 70% al 64% mentre quello femminile si è mantenuto più o meno stabile dal 46,6% pre-crisi al 46,2%), le condizioni delle lavoratrici restano peggiori di quelle dei lavoratori per salario, sottoccupazione e sovra-istruzione. Nessun miglioramento del lavoro delle donne, semplicemente la condizione di lavoro maschile peggiora più di quella femminile. Il Global gender gap report del World Economic Forum che misura il divario di genere nel mondo piazza l’Italia al 41esimo posto su 145 paesi. E se guardiamo alle opportunità economiche delle donne, solo Turchia e Malta fanno peggio di noi in Europa.

Una italiana in media guadagna 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo. Una donna su quattro lascia il lavoro quando aspetta un figlio, In Italia dopo la maternità continuano a lavorare solo 43 donne su 100. Le donne più degli uomini sono relegate nello svolgimento di lavori con contratti precari e con part-time spesso involontari. Combattono con la discontinuità lavorativa, a causa della difficile conciliazione tra lavoro e famiglia, che si traduce spesso in una scelta dolorosa fra lavoro e famiglia, e che si riflette negativamente anche nell’età pensionabile, con pensioni più basse del 40% rispetto a quelle degli uomini.

Si regalano ancora le mimose ma si dimentica che queste erano considerate “sovversive” in quanto simbolo di lotta operaia femminile; nell’immediato dopoguerra le donne venivano arrestate e incarcerate per un gesto che oggi appare “banale” agli occhi di certa intellighenzia progressista e un modo furbo di cercare consenso per forze politiche che con l’emancipazione della donna non hanno nulla a che spartire. Possiamo continuare a “dirlo con un fiore”, certo, senza dimenticare che una società iniqua che ancora discrimina le donne dal punto di vista sociale e lavorativo, è una società che va rovesciata a partire dalle fondamenta.

MANTOVA: LAVORO SOTTOPAGATO TRAVESTITO DA “STAGE”

MANTOVA: LAistitutVORO SOTTOPAGATO TRAVESTITO DA “STAGE”
in via Roma si riesuma una formula regionale che “istituzionalizza” la precarietà

Quando il Comune di Mantova ha annunciato progetti di politiche attive del lavoro abbiamo subito avanzato proposte precise per evitare che si ripetessero i fallimenti del passato, frutto di scelte che hanno puntano all’aumento della precarietà e del lavoro sottopagato. Purtroppo siamo rimasti inascoltati.

Le politiche attive del lavoro degli ultimi anni stanno rendendo sempre più strutturale la precarietà, plasmando la persona per abbatterne le aspettative e i diritti, e renderla merce a basso costo con lavori sottopagati e “freejob”. La disoccupazione sul territorio mantovano, al netto delle statistiche che definiscono occupato chi lavora per pochi voucher a settimana, ha ormai superato il 10% con una crescita preoccupante della fascia tra i 24 e i 34 anni. Oggi molte, troppe realtà imprenditoriali offrono “stage” per poche centinaia di euro e senza tutele. Invece di una proposta radicalmente alternativa, il Comune di Mantova importa il format già visto con “Garanzia Giovani” che, dietro alla formula del “tirocinio formativo”, nasconde altre storie di lavoro sottopagato.

Della “paghetta” mensile di 500 euro prevista per i tirocinanti, 200 euro li metterà la Regione e 300 l’ente Comunale: con questo sistema il privato potrà contare su lavoro a costo zero per 4/6 mesi pagato esclusivamente con i soldi dei contribuenti. Tutto questo per creare “occupabilità” e non occupazione reale: l’amministrazione ha già messo le mani avanti abbassando le stime sui risultati previsti per i 130 tirocinanti. Dopo i contratti precari, i voucher, gli studenti in alternanza scuola-lavoro, gli stage con (o senza) il rimborso spese e Garanzia Giovani, ora si aggiungo i “tirocini” del Comune: perché mai un imprenditore dovrebbe assumere qualcuno/a con un contratto equo quando può contare su tutte queste possibilità di assumere manodopera a basso (o bassissimo) costo? Chi ha più di 29 anni o non rientra in questi “programmi” si ritrova a dover competere in un mercato del lavoro stagnante e che obbliga a dover barattare i diritti per paghe al ribasso.

Oggi la precarietà dilaga e diventa sfruttamento dove c’è un bisogno disperato di lavoro; per questo da una amministrazione di centrosinistra sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di diverso rispetto all’esistente: una paga più consistente per il giovane lavoratore (anche oltre i 29 anni), senza offrire manodopera a costo zero alle aziende, unitamente ad un progetto di ampio respiro per garantire l’occupazione. Con questi “tirocini formativi”, purtroppo, assistiamo invece ad una pericolosa istituzionalizzazione della precarietà.

BASTA IPOCRISIE: IL 40% DI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE È UN CRIMINE

BASTA IPOCRISIE: IL 40% 40percentoDI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE È UN CRIMINE
Il suicidio del 22enne senza lavoro rappresenta il malessere di una generazione derubata

Abbiamo letto tutte e tutti la notizia del giovane ventiduenne che ha scelto di togliersi la vita dopo mesi passati a cercare inutilmente un lavoro. Questa morte parla del paese reale che vede il futuro sgretolarsi, un diktat finanziario alla volta. Basta ipocrisie: è necessario agire prima che ci ammazzino tutti.

Le cronache politiche ci parlano ogni giorno di un sistema corrotto e ingiusto dove la diseguaglianza è diventata legge. Le destre per una manciata di voti in più gonfiano odio xenofobo contro gli ultimi, mentre il centro-sinistra pensa a come ritrovare le poltrone e salvare le banche degli amici. Eccola la favola di Renzi che raccontava la “bellezza” del jobs act e il suo sogno di arrivare al 40%: ci è arrivato con la disoccupazione giovanile, altro che voti. Oltre i confini gli squali dell’Unione Europea impongono altra austerity quando ormai il treno della globalizzazione si è già schiantato arricchendo pochi e lasciando nella miseria il grosso della popolazione.

Fuori da ogni teatrino televisivo o narrazione allucinata, questa è la realtà che va avanti da anni: il suicidio del giovane disoccupato è un crimine commesso dalla vecchia politica e dall’economia. Nel mantovano la disoccupazione ha superato il 9% con un peggioramento netto nella fascia tra i 24 e i 35 anni. Diciamo basta alla retorica del lavoro sottopagato sotto forma di “stage formativi” e del “bisogna accontentarsi anche delle briciole”. Diciamo basta anche alla narrazione del “basta crederci” o aprire una moderna “startup” per far arrivare soldi e successo: questo falso sogno è un incubo per milioni di lavoratori.

Non vogliamo più piangere morti suicidi per la crisi, né doverci accontentare delle briciole di sfruttamento o di vivere a voucher. Uniamoci, organizziamoci per resistere e ribaltare un tavolo truccato dove si continua a scommettere e speculare sulle nostre vite.

Un Palasport di cemento “democratico”

palapalazziUN PALASPORT DI CEMENTO “DEMOCRATICO”
A Borgochiesanuova altro consumo di suolo e promesse non mantenute

Come in un brutto film Mantova si ritrova a fare i conti con nuovo cemento in arrivo: il palazzetto dello sport annunciato ad inizio mandato dall’amministrazione Palazzi. Dopo mesi di illusioni e promesse ai cittadini, la realtà è l’ennesima costosa “riqualificazione” calata dall’alto e rovesciata con le betoniere sul suolo cittadino.

Il progetto della palestra a Borgochiesanuova voluto dal centrodestra era evidentemente sbagliato: la nuova giunta ha quindi pensato bene non solo di confermarlo, ma di rilanciare con un palasport da 500 posti sopra l’area verde dell’incompleto quartiere Borgonuovo. Per mesi la Giunta ha servito illusioni e promesse: si prevedevano lavori in tempi rapidi (entro il 2016) per soddisfare i bisogni di diverse squadre sportive (non direttamente collegate al quartiere), di scuole della zona (che hanno già da 1 a 3 palestre) e per non perdere i fondi regionali. Da via Roma si preventivava un costo di 1.800.000 euro coperti in parte da fondi regionali ed in parte da fondi comunali. Più volte è stato ripetuto che il progetto avrebbe visto la “partecipazione” degli abitanti del quartiere.  Come spesso accade, la realtà è ben diversa. Il voto in aula sul progetto è arrivato a dicembre 2016: il costo preventivato è salito a 2.300.000 euro interamente a carico delle casse comunali e i cittadini non sono mai stati coinvolti nella progettazione del palasport.

Da via Roma l’hanno definita “un’importante riqualificazione del quartiere” e già il Sindaco la chiama “casa dello sport”: due affermazioni che farebbero ridere se non fossero già vecchie. Proprio quel quartiere, cementificato e semivuoto, fa parte di una lottizzazione molto controversa e vecchia di dieci anni nata per riqualificare…un terreno agricolo (sic); allo stesso modo il Palabam, che ancora oggi ha bisogno di fondi pubblici per colmare le perdite della gestione privata, a suo tempo era stato venduto ai cittadini come “la casa dello sport mantovano” ed invece campa di eventi e spettacoli. È curioso il caso che il sindaco Palazzi e l’assessore Buvoli a quell’epoca fossero fedelissimi del sindaco Burchiellaro.

Le Giunte passano, ma le scelte sbagliate restano: la rigenerazione urbana non si fa a colpi di progetti calati dall’alto. Serve rompere con le ricette del passato, specie quelle paradossali di chi ha mal governato negli ultimi 5/15 anni. Si inizi quindi affidando la gestione del Palabam ad una azienda speciale realmente pubblica e trasparente che si occupi della parte sportiva affinché la struttura ritorni ad essere realmente al servizio dei cittadini e dello sport mantovano. Chiediamo inoltre che i 2 milioni e 300 mila euro previsti per il nuovo Palasport siano destinati secondo le priorità decise in modo partecipato dalla cittadinanza. È ora che la “partecipazione” non sia solo uno slogan da utilizzare durante la campagna elettorale, ma una pratica concreta per dare maggiore potere ai cittadini nelle scelte che li riguardano.