“DALLA VOSTRA PARTE” CERCA COMPARSE MANTOVANE

dallavostraparte.jpg“DALLA VOSTRA PARTE” CERCA COMPARSE MANTOVANE
(meglio se appartenenti all’estrema destra)

 

La nuova puntata dello show di Rete 4 con collegamento da Mantova ne smaschera ancora una volta lo stile, l’orientamento e il casting non “casuale”. “Dalla vostra parte” è il carro armato ideologico della destra più radicale: immigrazione, emergenza, zingari, micro-criminalità straniera; spazio anche a omosessuali “contro-natura”, politici ladri (tutti di sinistra). Il tutto come in un film degli anni Trenta con i nemici esterni della “comunità” che minacciano la brava gente italiana. Uno show pseudo-giornalistico che appiattisce le complessità e i problemi tra cinismo e urla per alimentare insicurezza, odio e guerra tra poveri.

Un teatro dell’orrore che in studio si nutre di opinionisti come Alessandra Mussolini (FI) a parlare di valori della famiglia tradizionale e l’impresentabile Stefano Esposito (PD) a parlare di legalità e si collega con le piazze d’Italia con gruppi di “semplici cittadini”. È a questo punto che la farsa costruita in studio impiega figuranti sul territorio scelti non a caso.

dallavostraparte1Il 26 agosto 2015 nel quartiere Virgiliana di Mantova si tenne una manifestazione neonazista per protestare contro l’arrivo di 15 richiedenti asilo. Per fare numero arrivarono 150 estremisti di Forza Nuova e Casapound da mezzo nord Italia con al seguito troupe televisive nazionali, tra cui quelle di “Dalla Vostra Parte”: quella sera tra i “cittadini esasperati” che stavano davanti alle telecamere c’erano diversi naziskin di certo non di Mantova. Nel servizio girato al pomeriggio, inoltre, alle parole “nel quartiere monta la rabbia” seguivano le dichiarazioni rabbiose di due forzanovisti dell’Alto Mantovano e le parole pacate di due signore abitanti in zona.

Il 12 novembre dello stesso anno, una nuova puntata parlò del problema dell’area ex mantovavostraparteCeramica, legando direttamente degrado a immigrazione senza considerare i problemi speculativi, edilizi e politici del caso. Tra gli abitanti che chiedevano una riqualificazione della zona (abbattimento mostri incompiuti, salvataggio della struttura della ceramica e creazione di un parco) c’erano i “semplici cittadini” dello stato maggiore della Lega Nord cittadina (militanti, consigliera e pure il commissario federale in felpa verde).

 

Ieri sera stesso copione: a commentare la legge sulla legittima difesa c’era un ristretto vostraparte3manipolo di persone tra cui molti fedelissimi del politico di estrema destra Luca De Marchi. Già nei giorni precedenti girava in privato l’invito ad essere presenti alla diretta e, con sprezzo del ridicolo, il conduttore ha detto testualmente “siamo qui con dei cittadini che hanno subìto furti e violenze” dando la parola proprio al consigliere comunale che ha potuto fare un proclama contro “il governo di sinistra del Pd” (?).

In campo abbiamo forze fascio-leghiste che nascondendosi dietro la patina di “semplici cittadini” provano ad organizzare in politica le insicurezze sociali delle persone (abilmente alimentate dai media) per dirottare l’attenzione e il malessere lontano dal “manovratore”. La crisi economica, sociale e politica sta colpendo in egual modo lavoratori italiani e stranieri, i disoccupati, i pensionati etc. La guerra tra poveri che divide non su base sociale ma sull’etnia e sulla nazionalità è uno strumento di chi comanda per dormire sonni tranquilli: a questo servono le marionette che si mettono in posa per le telecamere dei talk-show serali.
Tocca a noi smascherare e respingere al mittente questi continui tentativi di dividere lo sterminato popolo che sta subendo la crisi. Tocca a noi indicare chiaramente che il nemico di cittadini e lavoratori non chiede l’elemosina, ma indossa giacca e cravatta, siede nei CDA delle S.p.a.  e nasconde i proventi dello sfruttamento e della speculazione nei paradisi fiscali. Dobbiamo essere uniti per avere la forza di rovesciare il tavolo.

 

MANTOVA: AMMALATA DI CEMENTO E BARACCONI COMMERCIALI

frankensteinOperazione Frankenstein per innestare un supermercato sul disastro edilizio di piazzale Mondadori

La città e il territorio mantovano sono infetti da un male oscuro che passa dalle strette di mano tra politica ed economia privata e corrode la società, il lavoro e il territorio. Un tumore fatto di migliaia di alloggi sfitti, cantieri abbandonati e un numero fuori controllo di strutture commerciali.
Abbiamo denunciato in piazza, sui media e anche con azioni dirette in Consiglio Comunale l’enorme disastro di Piazzale Mondadori che ha portato alla svendita dell’autostazione nel 2005, alla follia delle pensiline passanti e alla cancellazione di centinaia di posti auto gratuiti sostituite da un parcheggio privato. Un buco nero all’interno della città che ancora oggi “sembra” non avere responsabili politici o economici, quasi fosse piovuto dal cielo. Inoltre non è ancora chiaro che fine abbiano fatto i 27 milioni di euro in prestiti che MPS ha “buttato” in quel progetto, né i rapporti tra i vertici della banca senese con Antonio Muto.
Abbiamo contrastato in prima linea i piani del centrodestra per un nuovo insediamento commerciale a Porta Cerese sulle ceneri del fallimento del vecchio “affare” Palasport – Palabam – Coopsette del centrosinistra. È chiaro a tutti che sei ipermercati, sette strutture medie e due centri commerciali sono troppi per una piccola città, senza poi contare l’hinterland; un nuovo baraccone commerciale significherebbe un colpo durissimo al  tessuto commerciale cittadino medio-piccolo necessario alla vita dei quartieri.
La proposta “Frankenstein” di paracadutare un supermercato Esselunga su piazzale Mondadori è figlia di una idea di città in svendita, ammalata di cemento e carrelli, che va combattuta con forza. Se dal Comune di Mantova arrivano rassicurazioni “entusiastiche”, noi crediamo che la toppa sia peggiore del buco: nuovo cemento commerciale in zona centrale, ulteriore traffico (anche di tir) in un punto già congestionato e l’alta probabilità che per qualche decina di posti di lavoro precari se ne polverizzino altrettanti all’interno del tessuto commerciale cittadino.

Ancora si vendono per nuove idee vecchie. Ancora una volta ai cittadini viene negata la possibilità di esprimersi sulla sorte di un’importante pezzo di città. La soluzione ai problemi di Mantova non dipende dalle offerte dell’impresa privata, bensì dalla volontà e dalle scelte politiche. Un piazzale Mondadori ripensato come spazio e come utilizzo pubblico all’interno del tessuto urbano e non come supermercato, così come la fine del modello “cemento e carrelli” degli ultimi dieci anni, rappresentano una vera opportunità di cambiamento. L’interesse pubblico, il bene comune e la partecipazione devono tornare ad indicare la via: a meno che non si considerino i cittadini che vivono e che lavorano in un territorio come semplici consumatori da abbindolare con offerte al ribasso.

L’8 marzo e le maledette discriminazioni sul lavoro

Nel 1908 una conferenza tenuta dal Partito socialista di Chicago prese il nome di “Woman’s day” e al suo interno si discusse dello sfruttamento compiuto dagli industriali ai danni delle operaie costrette a salari da fame e orari di lavoro massacranti, vittime di discriminazioni sessuali ed escluse dal diritto di vot. Nel 1910 l’Internazionale socialista riunita a Copenaghen decise di istituire una giornata alla fine di febbraio dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne. Nel 1917, durante la prima guerra mondiale e in risposta a due milioni di soldati russi morti in guerra, le donne russe scioperarono richiedendo “pane e pace”. Nonostante l’opposizione dei leader politici le donne non si fermarono. Il resto è storia: quattro giorni dopo lo Zar fu costretto ad abdicare ed il governo provvisorio concesse alle donne il diritto di voto. Quella storica domenica cadeva il 23 febbraio del calendario giuliano allora in uso in Russia, corrispondente all’8 marzo del calendario gregoriano. La connotazione fortemente politica e antimilitarista della Giornata della donna, contribuì alla perdita della memoria storica delle reali origini della manifestazione.

Oggi, nonostante il tempo trascorso e l’evoluzione del ruolo delle donne nell’ambito della partecipazione sociale, lavorativa e politica, resta ancora molta strada da fare. Nel mondo del lavoro, nonostante la crisi abbia paradossalmente ridotto il divario di genere (nel periodo 2007/2014 il tasso di occupazione maschile è passato dal 70% al 64% mentre quello femminile si è mantenuto più o meno stabile dal 46,6% pre-crisi al 46,2%), le condizioni delle lavoratrici restano peggiori di quelle dei lavoratori per salario, sottoccupazione e sovra-istruzione. Nessun miglioramento del lavoro delle donne, semplicemente la condizione di lavoro maschile peggiora più di quella femminile. Il Global gender gap report del World Economic Forum che misura il divario di genere nel mondo piazza l’Italia al 41esimo posto su 145 paesi. E se guardiamo alle opportunità economiche delle donne, solo Turchia e Malta fanno peggio di noi in Europa.

Una italiana in media guadagna 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo. Una donna su quattro lascia il lavoro quando aspetta un figlio, In Italia dopo la maternità continuano a lavorare solo 43 donne su 100. Le donne più degli uomini sono relegate nello svolgimento di lavori con contratti precari e con part-time spesso involontari. Combattono con la discontinuità lavorativa, a causa della difficile conciliazione tra lavoro e famiglia, che si traduce spesso in una scelta dolorosa fra lavoro e famiglia, e che si riflette negativamente anche nell’età pensionabile, con pensioni più basse del 40% rispetto a quelle degli uomini.

Si regalano ancora le mimose ma si dimentica che queste erano considerate “sovversive” in quanto simbolo di lotta operaia femminile; nell’immediato dopoguerra le donne venivano arrestate e incarcerate per un gesto che oggi appare “banale” agli occhi di certa intellighenzia progressista e un modo furbo di cercare consenso per forze politiche che con l’emancipazione della donna non hanno nulla a che spartire. Possiamo continuare a “dirlo con un fiore”, certo, senza dimenticare che una società iniqua che ancora discrimina le donne dal punto di vista sociale e lavorativo, è una società che va rovesciata a partire dalle fondamenta.

MANTOVA: LAVORO SOTTOPAGATO TRAVESTITO DA “STAGE”

MANTOVA: LAistitutVORO SOTTOPAGATO TRAVESTITO DA “STAGE”
in via Roma si riesuma una formula regionale che “istituzionalizza” la precarietà

Quando il Comune di Mantova ha annunciato progetti di politiche attive del lavoro abbiamo subito avanzato proposte precise per evitare che si ripetessero i fallimenti del passato, frutto di scelte che hanno puntano all’aumento della precarietà e del lavoro sottopagato. Purtroppo siamo rimasti inascoltati.

Le politiche attive del lavoro degli ultimi anni stanno rendendo sempre più strutturale la precarietà, plasmando la persona per abbatterne le aspettative e i diritti, e renderla merce a basso costo con lavori sottopagati e “freejob”. La disoccupazione sul territorio mantovano, al netto delle statistiche che definiscono occupato chi lavora per pochi voucher a settimana, ha ormai superato il 10% con una crescita preoccupante della fascia tra i 24 e i 34 anni. Oggi molte, troppe realtà imprenditoriali offrono “stage” per poche centinaia di euro e senza tutele. Invece di una proposta radicalmente alternativa, il Comune di Mantova importa il format già visto con “Garanzia Giovani” che, dietro alla formula del “tirocinio formativo”, nasconde altre storie di lavoro sottopagato.

Della “paghetta” mensile di 500 euro prevista per i tirocinanti, 200 euro li metterà la Regione e 300 l’ente Comunale: con questo sistema il privato potrà contare su lavoro a costo zero per 4/6 mesi pagato esclusivamente con i soldi dei contribuenti. Tutto questo per creare “occupabilità” e non occupazione reale: l’amministrazione ha già messo le mani avanti abbassando le stime sui risultati previsti per i 130 tirocinanti. Dopo i contratti precari, i voucher, gli studenti in alternanza scuola-lavoro, gli stage con (o senza) il rimborso spese e Garanzia Giovani, ora si aggiungo i “tirocini” del Comune: perché mai un imprenditore dovrebbe assumere qualcuno/a con un contratto equo quando può contare su tutte queste possibilità di assumere manodopera a basso (o bassissimo) costo? Chi ha più di 29 anni o non rientra in questi “programmi” si ritrova a dover competere in un mercato del lavoro stagnante e che obbliga a dover barattare i diritti per paghe al ribasso.

Oggi la precarietà dilaga e diventa sfruttamento dove c’è un bisogno disperato di lavoro; per questo da una amministrazione di centrosinistra sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di diverso rispetto all’esistente: una paga più consistente per il giovane lavoratore (anche oltre i 29 anni), senza offrire manodopera a costo zero alle aziende, unitamente ad un progetto di ampio respiro per garantire l’occupazione. Con questi “tirocini formativi”, purtroppo, assistiamo invece ad una pericolosa istituzionalizzazione della precarietà.

BASTA IPOCRISIE: IL 40% DI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE È UN CRIMINE

BASTA IPOCRISIE: IL 40% 40percentoDI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE È UN CRIMINE
Il suicidio del 22enne senza lavoro rappresenta il malessere di una generazione derubata

Abbiamo letto tutte e tutti la notizia del giovane ventiduenne che ha scelto di togliersi la vita dopo mesi passati a cercare inutilmente un lavoro. Questa morte parla del paese reale che vede il futuro sgretolarsi, un diktat finanziario alla volta. Basta ipocrisie: è necessario agire prima che ci ammazzino tutti.

Le cronache politiche ci parlano ogni giorno di un sistema corrotto e ingiusto dove la diseguaglianza è diventata legge. Le destre per una manciata di voti in più gonfiano odio xenofobo contro gli ultimi, mentre il centro-sinistra pensa a come ritrovare le poltrone e salvare le banche degli amici. Eccola la favola di Renzi che raccontava la “bellezza” del jobs act e il suo sogno di arrivare al 40%: ci è arrivato con la disoccupazione giovanile, altro che voti. Oltre i confini gli squali dell’Unione Europea impongono altra austerity quando ormai il treno della globalizzazione si è già schiantato arricchendo pochi e lasciando nella miseria il grosso della popolazione.

Fuori da ogni teatrino televisivo o narrazione allucinata, questa è la realtà che va avanti da anni: il suicidio del giovane disoccupato è un crimine commesso dalla vecchia politica e dall’economia. Nel mantovano la disoccupazione ha superato il 9% con un peggioramento netto nella fascia tra i 24 e i 35 anni. Diciamo basta alla retorica del lavoro sottopagato sotto forma di “stage formativi” e del “bisogna accontentarsi anche delle briciole”. Diciamo basta anche alla narrazione del “basta crederci” o aprire una moderna “startup” per far arrivare soldi e successo: questo falso sogno è un incubo per milioni di lavoratori.

Non vogliamo più piangere morti suicidi per la crisi, né doverci accontentare delle briciole di sfruttamento o di vivere a voucher. Uniamoci, organizziamoci per resistere e ribaltare un tavolo truccato dove si continua a scommettere e speculare sulle nostre vite.

Un Palasport di cemento “democratico”

palapalazziUN PALASPORT DI CEMENTO “DEMOCRATICO”
A Borgochiesanuova altro consumo di suolo e promesse non mantenute

Come in un brutto film Mantova si ritrova a fare i conti con nuovo cemento in arrivo: il palazzetto dello sport annunciato ad inizio mandato dall’amministrazione Palazzi. Dopo mesi di illusioni e promesse ai cittadini, la realtà è l’ennesima costosa “riqualificazione” calata dall’alto e rovesciata con le betoniere sul suolo cittadino.

Il progetto della palestra a Borgochiesanuova voluto dal centrodestra era evidentemente sbagliato: la nuova giunta ha quindi pensato bene non solo di confermarlo, ma di rilanciare con un palasport da 500 posti sopra l’area verde dell’incompleto quartiere Borgonuovo. Per mesi la Giunta ha servito illusioni e promesse: si prevedevano lavori in tempi rapidi (entro il 2016) per soddisfare i bisogni di diverse squadre sportive (non direttamente collegate al quartiere), di scuole della zona (che hanno già da 1 a 3 palestre) e per non perdere i fondi regionali. Da via Roma si preventivava un costo di 1.800.000 euro coperti in parte da fondi regionali ed in parte da fondi comunali. Più volte è stato ripetuto che il progetto avrebbe visto la “partecipazione” degli abitanti del quartiere.  Come spesso accade, la realtà è ben diversa. Il voto in aula sul progetto è arrivato a dicembre 2016: il costo preventivato è salito a 2.300.000 euro interamente a carico delle casse comunali e i cittadini non sono mai stati coinvolti nella progettazione del palasport.

Da via Roma l’hanno definita “un’importante riqualificazione del quartiere” e già il Sindaco la chiama “casa dello sport”: due affermazioni che farebbero ridere se non fossero già vecchie. Proprio quel quartiere, cementificato e semivuoto, fa parte di una lottizzazione molto controversa e vecchia di dieci anni nata per riqualificare…un terreno agricolo (sic); allo stesso modo il Palabam, che ancora oggi ha bisogno di fondi pubblici per colmare le perdite della gestione privata, a suo tempo era stato venduto ai cittadini come “la casa dello sport mantovano” ed invece campa di eventi e spettacoli. È curioso il caso che il sindaco Palazzi e l’assessore Buvoli a quell’epoca fossero fedelissimi del sindaco Burchiellaro.

Le Giunte passano, ma le scelte sbagliate restano: la rigenerazione urbana non si fa a colpi di progetti calati dall’alto. Serve rompere con le ricette del passato, specie quelle paradossali di chi ha mal governato negli ultimi 5/15 anni. Si inizi quindi affidando la gestione del Palabam ad una azienda speciale realmente pubblica e trasparente che si occupi della parte sportiva affinché la struttura ritorni ad essere realmente al servizio dei cittadini e dello sport mantovano. Chiediamo inoltre che i 2 milioni e 300 mila euro previsti per il nuovo Palasport siano destinati secondo le priorità decise in modo partecipato dalla cittadinanza. È ora che la “partecipazione” non sia solo uno slogan da utilizzare durante la campagna elettorale, ma una pratica concreta per dare maggiore potere ai cittadini nelle scelte che li riguardano.

REFERENDUM: VINTA UNA BATTAGLIA GIUSTA

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La Costituzione è salva ancora una volta, ora applichiamola.

Questi mesi in prima linea sono stati faticosi, ma il risultato storico di domenica ripaga di tutte le fatiche. Come dieci anni fa il tentativo di manomettere pesantemente la Costituzione è affondato sotto i colpi di milioni di elettori: adesso mettiamoci al lavoro per vederla applicata.

Il popolo ha vinto e ha travolto uno dei governi più arroganti degli ultimi anni: oggi concretizzare questo risultato significa lottare per i diritti contenuti nella Costituzione e che ieri abbiamo dimostrato di saper difendere. Abolire il Jobs Act e l’utilizzo dei voucher, difendere il diritto alla salute dai tagli e dalle privatizzazioni, riprenderci il diritto ad un ambiente salubre ed eliminare le cause dell’aumento delle disuguaglianze devono diventare le priorità; è ora che gli investimenti pubblici mirino a fare il bene delle collettività e non a riempire le tasche di pochi noti.

Come facciamo da sempre, noi i diritti non li difendiamo solo sulla carta ma nella pratica quotidiana. Anche per questo domenica ha vinto chi dal basso ha costruito e organizzato i comitati e ci ha creduto fino in fondo. Anpi, Arci, Fiom, Cgil, Libertà e Giustizia, sindacati di base, realtà sociali e politiche etc. da nord a sud hanno animato il fronte del no, nonostante l’oscuramento mediatico e politico.

Ha perso il PD con le sue vecchie politiche anti-popolari fatte su misura per Confindustria mentre ridacchiano le destre che hanno provato a cavalcare opportunisticamente questa battaglia, ma sono solo un’altra faccia dell’autoritarismo e della corruzione di questo Paese. Festeggiamo perché dopo due anni di slide e di manganellate, di leggi infami e di sorrisi arroganti, ci prendiamo un momento di gioia collettiva. La situazione è ora in bilico: arrendersi al presente o costruire il futuro; scegliamo quest’ultima opzione sapendo che c’è bisogno dell’aiuto, dell’intelligenza e delle competenze di tutte e tutti. Bisognerà avere coraggio e organizzazione, noi ci siamo.

Il nostro NO, per costruire un futuro migliore

Tra pochi giorni si vota pe15250757_1297482580294061_3261738881979032302_or un referendum costituzionale molto importante. La campagna a Mantova e provincia ci ha visto tra le realtà sociali e politiche impegnate nel Comitato del No. Durante gli incontri, banchetti e volantinaggi, nelle piazze e davanti alle fabbriche, abbiamo raccolto tantissimi no di studenti, lavoratori, disoccupati e pensionati. Il loro e il nostro NO fa parte del grande fronte popolare che da nord a sud lotta ogni giorno per il lavoro e i diritti e che ha ben chiari i reali contenuti di questo referendum e le sue conseguenze.

Nonostante la propaganda martellante, tutti/e possono ormai percepire l’attacco alla democrazia e alla partecipazione dei cittadini. Vogliamo essere chiari: il vero cambiamento sarebbe finalmente l’applicazione della Costituzione e non di certo il suo stravolgimento per fare gli interessi dei poteri forti. Il fronte del si è composto da Confindustria, Federmeccanica, banche, Cisl, dai De Luca e dalla massoneria. Noi scegliamo di essere parte del fronte sociale del NO che si esprime in centinaia di comitati che comprendono anche Anpi, Arci, Libertà e Giustizia, Cgil, Fiom, sindacati di base e associazioni attive sui territori. Sugli schermi televisivi appaiono solo gli schematismi di un mondo politico in crisi, un gioco che serve a mascherare il fatto che i poteri forti industriali ed economici vogliono questo “cambiamento”. La società civile e i lavoratori, no.

Questa politica, Renzi compreso, per anni ha diffuso profonda sfiducia negli elettori imponendo leggi contro i cittadini e i lavoratori: questa “riforma costituzionale” è l’ultimo e più grave attacco per dare più potere ai soliti noti. Esiste però un’alternativa: il 4 dicembre tutte e tutti insieme con il “No” sulla scheda del referendum possiamo opporci ad un sistema ingiusto e corrotto, alla demolizione dei princìpi democratici e ai diktat di multinazionali e banchieri. Andiamo alle urne e votiamo NO per la Costituzione, la Libertà e la Democrazia.

LAVORO E WELFARE A MANTOVA: NON È UNA SLIDE CHE CAMBIA LA VITA

stageFermiamo l’istituzionalizzazione della precarietà

Il Comune di Mantova ha annunciato di volere spendere 500mila euro in tirocini formativi retribuiti e in incentivi all’assunzione di giovani (16-29 anni) residenti a Mantova in aziende di tutta la provincia. Questo progetto non ha ancora un nome ma negli annunci entusiastici ricorda da vicino la fallimentare “Garanzia Giovani” che ha avuto come unico risultato la spartizione di 1,5 miliardi di euro pubblici tra agenzie interinali private ed imprese (comprese le false cooperative “sociali”).

In questi progetti ai giovani vengono lasciate le briciole, tirocini in aziende che ricevono un lauto sussidio e sulle quali non c’è controllo su orari e mansioni: ci sono testimonianze nel mantovano che raccontano dell’espediente di cambiare il “giovane da inserire” ogni tot mesi per ricevere più fondi regionali ed assicurarsi manodopera a basso costo sotto forma di stage.

Le politiche attive del lavoro degli ultimi anni stanno rendendo sempre più strutturale la precarietà, plasmando la persona per abbatterne le aspettative e i diritti e renderla merce a basso costo con lavori sottopagati e “freejob”. La disoccupazione sul territorio mantovano, al netto delle statistiche che definiscono occupato chi lavora per pochi voucher a settimana, ha ormai superato il 10% con una crescita preoccupante della fascia tra i 24 e i 34 anni.

Visto che per ora siamo solo alla fase degli annunci e alle slide sul web, chiediamo al Comune di Mantova di impegnarsi concretamente affinché il progetto annunciato non si trasformi nei soliti regali per gli imprenditori locali. Chiediamo che vengano privilegiate le imprese giovanili che possono realmente beneficiare di una scossa positiva e le realtà organizzate in modo autenticamente cooperativo. Si potrebbero pensare interventi anche per inoccupati con più di 29 anni, visto che ormai la disoccupazione riguarda tutte le età.

Infine chiediamo al Comune di impegnarsi attivamente per eliminare l’utilizzo dei voucher come forma di pagamento all’interno dei propri servizi e di eliminare l’utilizzo del volontariato laddove si presenta come lavoro camuffato. Chiediamo di prevedere fin da subito controlli su mansioni e orari e di garantire il pagamento del lavoro svolto con salari giusti.

REFERENDUM: APPELLO DEI GIOVANI PER UN NO SENZA ETÀ

appelloCon questa lettera vogliamo parlare alle generazioni che ci hanno preceduto, quelle che dopo la dittatura e la guerra hanno lottato duramente per costruire una democrazia basata sulla libertà e sulla giustizia sociale; ci rivolgiamo alle donne e agli uomini che hanno visto tradite quelle speranze di cambiamento. Siamo studentesse, studenti e giovani lavoratori/trici, la generazione cresciuta con gli ultimi brandelli di stato sociale e che oggi vive una precarietà sociale ed esistenziale. Un’istruzione pubblica di qualità ed un lavoro che ci permetta di vivere dignitosamente, oggi, sembrano miraggi.

Nonostante questa difficile situazione noi non ci lasciamo andare alla rassegnazione e al disimpegno e, per questo, il 4 dicembre al referendum costituzionale voteremo No: lo faremo per salvaguardare la nostra bella Costituzione, che andrebbe pienamente applicata invece di essere “riformata”, e per esprimere una critica a come è ridotta la democrazia nel nostro paese; negli ultimi anni la politica ha infatti generato sfiducia nell’elettorato, emanato leggi in modo sempre più sordo alle richieste dei cittadini e ridotto gli spazi reali di partecipazione. Lo diciamo chiaramente: non ci interessano le polemiche dei vari attori della politica che fanno la loro triste opposizione per convenienza elettorale, la nostra è una scelta basata sulle nostre vite e di quelle di chi ci ha preceduto.

Voi avete vissuto gli anni difficili della ricostruzione, quando si lavorava a giornata per una miseria, c’erano pochi diritti e solo doveri, e il padrone faceva il bello e il cattivo tempo. Erano gli anni in cui le forze della destra reazionaria insultavano la Costituzione nei comizi, la consideravano una “trappola” e pensavano a come sabotarla per togliere potere ai cittadini. Siete stati voi a protestare giustamente contro la “Legge Truffa” del 1953, che mirava a consolidare con l’inganno il potere del partito di governo. Questo, purtroppo, è tornato ad essere anche il nostro tempo: si lavora “a gratis” o coi voucher perché i diritti dei lavoratori li hanno cancellati, oltre alla riforma Costituzionale che rafforza il potere dell’esecutivo togliendo spazi reali ai cittadini, c’è anche l’Italicum, una legge elettorale che come effetti va ben oltre la truffa degli anni Cinquanta; oggi ci sentiamo indignati esattamente come lo eravate voi e non abbiamo più forze politiche credibili di riferimento.

Abbiamo però una data, il 4 dicembre. Quel giorno, tutti insieme, giovani e meno giovani, con il “No” sulla scheda del referendum, potremo scrivere una nuova storia che racconta di come milioni di persone hanno detto basta ad un sistema ingiusto e corrotto, per iniziare un nuovo percorso di libertà.

firmatari:

Emanuele Bellintani – giornalista
Luana Grossi – lavoratrice
Omar Savoia – operaio
Andrèe Bartoli – studentessa universitaria
Pietro Devincenzi – Tecnico industriale
Marco Rossi – studente universitario
Nicola Bonardi – impiegato
Oscar Porcelli – studente universitario
Genny Battesini – operaia
Andrea Beltrami – studente scuola superiore
Chiara Bellintani – studentessa scuola superiore
Tamara Marchi – studentessa universitaria
Riccardo Allari – operaio
Alice Balasini – studentessa universitaria
Antonio Lui – impiegato
Luna Furghieri – studentessa universitaria
Nicola Malavasi – studente universitario
Beatrice Quaini – commessa
Giovanni Varelli – docente universitario
Kinzy Grizzi – studentessa scuola superiore
Salvatore Massimino – Volontario Servizio Civile