Tesseramento associazione eQual 2017

equal2017.jpg2012-2017: insieme cinque anni in cammino

Quest’anno eQual compie cinque anni, un lungo periodo di impegno sociale e politico per rimettere al centro solidarietà, diritti e uguaglianza. Il tesseramento 2017 è aperto a tutti/e coloro che vogliono sostenere e partecipare all’associazione per coltivare il terreno del cambiamento. In questo lustro, il nostro percorso nato nel buio della crisi economica, culturale (e politica) ha mantenuto la barra dritta su due temi fondamentali: la giustizia sociale (lavoro e diritti) e quella ambientale (beni comuni, inquinamento, diritto alla città), da cui sono partite tutte le nostre azioni solidali, le riflessioni, gli eventi, le proteste e le proposte.

Abbiamo visto con i nostri occhi che con idee radicali, concretezza e serietà si possono costruire alternative pratiche e rifondare rapporti sociali tra le persone. È una rivoluzione che costruiamo quotidianamente con la solidarietà tra lavoratori, la difesa del territorio dal profitto e dalla speculazione, il recupero della memoria storica e sperimentazioni come il Gruppo di Acquisto Solidale. Partiamo dalla nostra città, dal nostro territorio, ma ci sentiamo parte di un ampio fronte fatto di comitati, associazioni e realtà politiche che da nord a sud ogni giorno si battono per i reali bisogni e i diritti di milioni di persone.

Davanti a noi ci sono ingiustizie sociali, corruzione e la peste nera della guerra tra poveri. Le sfide sono molte e difficili, ma non per questo calerà il nostro impegno: “in direzione ostinata e contraria” continuiamo a coltivare il terreno dell’utopìa per raccogliere il cambiamento.

[ Sarà possibile tesserarsi direttamente agli eventi di eQual oppure chiedendo informazioni alla nostra pagina o via mail a gruppoequal@gmail.com ]

P.S. SAVE THE DATE: giovedì 9 febbraio a Mantova assemblea generale dell’associazione.

 

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Manifestazione al polo chimico di Mantova: no alla svendita di Eni/Versalis!

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Questa mattina abbiamo manifestato al polo chimico di Mantova‬ insieme ai lavoratori di ‎Eni‬ / ‎Versalis‬. Lo sciopero ha coinvolto tutti gli stabilimenti italiani del gruppo, con picchi di partecipazione del 100% a Gela e a Brindisi. La multinazionale energetica è infatti intenzionata a svendere il settore strategico della chimica di base per orientarsi verso l’esplorazione ed estrazione di petrolio e gas. Questa svendita di un patrimonio industriale pubblico crea inoltre le condizioni per una crisi occupazionale: per lo stabilimento mantovano non ci sarebbero infatti garanzie per la tenuta del processo produttivo.

Gruppi ristretti di azionisti e manager brindano ai loro guadagni, mentre la maggior parte della popolazione sta vivendo una situazione drammatica: il territorio mantovano ha già sopportato il peso di diverse crisi aziendali e, specialmente nelle aziende di grandi gruppi societari, è stata martoriata da una strategia di annientamento che colpisce i lavoratori, la produzione e l’ambiente, prima con l’inquinamento e poi con le mancate bonifiche. Un “capitalismo straccione” che da vent’anni prosegue senza sosta un pericoloso binomio di delocalizzazioni e dismissioni di capitale pubblico che sta asportando gli organi vitali dell’economia di questo Paese e della nostra città. Ancora più grave quando questa strategia viene attuata dallo Stato per svendere un’azienda pubblica ai privati.

Manca una seria politica industriale e dopo anni di errori strategici mancano drammaticamente una coscienza forte e compatta in tutto il mondo del lavoro, e forze politiche adeguate a dare battaglia contro questa ondata neoliberista. Oggi abbiamo eravamo presenti per dare un impulso alla costruzione di legami solidali tra lavoratori e sostenere le rivendicazioni dei 960 dipendenti mantovani di Versalis e le centinaia di lavoratori dell’indotto.

 

La battaglia nella grande distribuzione riguarda tutti

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Il presidio al centro commerciale “La Favorita”. (Foto di Sara Romanelli)

Sabato 7 novembre i lavoratori e le lavoratrici della grande distribuzione hanno incrociato le braccia per l’importante sciopero generale nazionale della categoria. La mobilitazione ha colpito grandi gruppi quali Ikea, Carrefour, Coin e Auchan, tutti appartenenti a Federdistribuzione, associazione fuoriuscita da Confcommercio e che negli ultimi tempi sta impersonando il ruolo del nuovo padronato.

I centri commerciali si affacciano alla ribalta del conflitto sociale in tutta la loro ambiguità di “non luoghi”: dietro le vetrine e le luci artificiali si nasconde una corsa al ribasso dove a prevalere è la diminuzione della qualità dei prodotti e lo sfruttamento della forza lavoro. Una situazione che sta provocando la rabbia di un settore che conta mezzo milione di lavoratori che iniziano a  non sentirsi più tali ma veri e propri schiavi costretti a lavorare secondo i tempi imposti dagli imprenditori e dal profitto e non nel rispetto dei tempi di vita. La liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura del decreto “Salva Italia” di Monti ha rappresentato il classico “dalla padella alla brace”, aprendo di fatto le porte ad una completa ridefinizione dei rapporti contrattuali. Emblematica è stata la vertenza Ikea: dopo aver promosso per anni la partecipazione e la condivisione sindacale, il colosso svedese ha deciso di convertirsi al “verbo federdistirbutivo” cancellando con un violento colpo di spugna 25 anni di accordi.

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Lavoratori e lavoratrici in sciopero all’Ipercoop Virgilio.

Alla luce di questo quadro va perciò letta la buona riuscita dello sciopero del 7 novembre (il secondo del settore, dopo quello indetto dall’USB il 1 Novembre scorso), che oltre a quello della logistica, è stato l’unico sciopero generale degli ultimi mesi.
Nella nostra provincia i dati diffusi dalle sigle sindacali parlano di un’alta adesione nei centri commerciali Coop (l’80% a Suzzara e Penny, sopra al 60% al Virgilio e 50% alla Favorita) e di una bassa adesione nelle altre catene commerciali presenti in città. Davanti all’Ipercoop la Favorita si è concentrato il presidio più numeroso, partecipato da oltre un’ottantina di persone: importante e significativa è stata la partecipazione della FIOM con delegazioni provenienti dalle fabbriche Marcegaglia e Belleli, oltre alla segreteria provinciale. Buona partecipazione anche ai presidii davanti all’Ipercoop Virgilio e alla coop di Suzzara (presenti anche in quel caso delegazioni Fiom).

DSC_0066Come eQual abbiamo partecipato numerosi/e portando con noi l’immancabile striscione “un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti” per provare a dire una cosa semplice: lo sciopero riguardava tutti, clienti compresi. E questo non per generica solidarietà, ma perché non esiste lavoratore in Italia che non stia sperimentando direttamente i tagli salariali, l’incertezza sul futuro, la crescente prepotenza padronale. A giudicare dalle reazioni, dalle chiacchiere di chi si è fermato spontaneamente a parlare, il messaggio era immediatamente condivisibile: la tendenza all’allungamento della giornata e della settimana lavorativa, senza distinzione tra feriale e festivo (pagati sempre meno) è una delle tendenze generali in atto in ogni comparto lavorativo.

La partecipazione allo sciopero è stata per noi un’altra tappa di un percorso iniziato nel 2012 a fianco dei lavoratori del Faschion District, un percorso che ci vede in prima linea nella battaglia politica, sindacale e culturale contro l’arroganza di chi vorrebbe obbligarci ad abbassare la testa e metterci gli uni contro gli altri.
Che si parli della grande fabbrica, della grande distribuzione o delle cooperative dei trasporti oggi è chiaro che solo i lavoratori e le lavoratrici che si organizzano e manifestano uniti possono fare la differenza contro un regime di sfruttamento legalizzato da provvedimenti sul lavoro iniqui come il Jobs Act del governo Renzi.

Uniti contro false cooperative e sfruttamento

Un centinaio di lavoratori e lavoratrici delle cooperative provenienti da tutta la provincia hanno manifestato questa mattina (14/02/15) davanti alla Prefettura di Mantova‬. Ancora una volta si chiede il rispetto dei contratti nazionali di categoria, lo stop dei peggioramenti salariali in occasione dei cambi d’appalto e maggiori controlli da parte delle autorità affinché colpiscano le “false cooperative” che sfruttano i lavoratori.

Le rivendicazioni si intrecciano poi con le situazioni delle singole realtà produttive: i lavoratori del Macello Virgilio di Bagnolo San Vito non hanno alcuna sicurezza di essere reintegrati nel caso riprendesse la produzione; le lavoratrici della Lavanderia Facchini di San Benedetto Po sono in lotta da oltre tre mesi e da gennaio è possibile sostenere la campagna per il loro reintegro partecipando alla raccolta firme; nelle cooperative con appalti presso Bertani, Nestlè‬, Prosus, ‎Iveco‬, Promafrost, Lombardini, etc. i lavoratori vedono costantemente peggiorare le loro condizioni di lavoro.

Che si parli della grande fabbrica, della grande distribuzione o delle cooperative dei trasporti oggi è chiaro che solo i lavoratori e le lavoratrici che si organizzano e manifestano uniti possono fare la differenza contro un regime di sfruttamento legalizzato da provvedimenti sul lavoro iniqui come il Jobs Act.

Lavanderia Facchini di San Benedetto Po: fermare lo sfruttamento, difendere il lavoro. Tocca a noi.

La vertenza delle lavoratrici della Lavanderia Facchini di San Benedetto Po (Mn) non si ferma. Da tre settimane infatti prosegue la raccolta firme di solidarietà che vede impegnate le ex dipendenti della Lavanderia, la FIT-CISL e l’associazione eQual. Tra mercati dei paesi vicini, fabbriche del territorio, circoli Arci e vari esercizi commerciali sono già state superate le seicento firme e numerose sono state le dimostrazioni di solidarietà. Ripercorriamo qui le tappe successive al nostro primo aggiornamento di ottobre per capire le ragioni e gli sviluppi di questa importante iniziativa.

IL LICENZIAMENTO CONSENSUALE

Dopo che a ottobre il rappresentante della cooperativa con l’appalto all’interno della Lavanderia aveva comunicato a voce la cessazione della produzione, è iniziato un periodo di disoccupazione per i 55 lavoratori, in maggioranza donne, senza il sostegno di alcun ammortizzatore sociale.

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Il presidio durante con l’incontro cooperativa-sindacati del 24 novembre.

Il 24 novembre si è svolto un incontro tra i rappresentanti della Cogest 2013 (la cooperativa) e i rappresentanti sindacali presenti in azienda (FILCTEM-CGIL e FIT-CISL). All’esterno della sala il presidio organizzato per dimostrare la volontà dei lavoratori a non accettare accordi al ribasso ha registrato un’ottima partecipazione tra le lavoratrici, supportate anche da attivisti provenienti dalla città. La prima ricaduta pratica della mobilitazione è stata l’imposizione che la concertazione sindacale si svolgesse in loco con tempi certi e in presenza di delegati sindacali di tutti i sindacati e di lavoratrici dello stabilimento, al contrario delle occasioni precedenti.

Il licenziamento consensuale proposto dalla cooperativa sarà accettato il giorno dopo l’incontro solo dalla rappresentante CGIL: una buonuscita economica, senza più alcun diritto sui diritti pregressi. I rappresentanti della FIT-CISL hanno invece ribadito e concordato con i rappresentanti della cooperativa l’esigenza di un nuovo incontro a due giorni di distanza per una più attenta valutazione delle condizioni necessarie per la tutela delle lavoratrici (qui articolo Gazzetta di Mantova). Questo anche per evitare che un accordo frettoloso potesse agire da sanatoria sugli errori commessi dalla cooperativa nella compilazione delle buste paga, come già avvenuto nel passato: parti di TFR (Trattamento di Fine Rapporto) al posto dello stipendio, errato conteggio delle ore mensili, impiego non chiaro della “banca ore” (ore-tampone cumulabili usate per mantenere intatto lo stipendio anche in assenza di commesse: capitava però che queste venissero scalate anche durante i periodi di lavoro a pieno regime).

L’incontro richiesto dalla FIT-CISL non ha però mai avuto luogo. Riportiamo le parole di Jenny Maestrini: « non condividevamo il contenuto dell’accordo raggiunto dalla rappresentanza CGIL e della cooperativa. Era perciò necessario riformulare le condizioni per tutelare meglio i diritti delle nostre iscritte. La Cogest però ha completamente disatteso l’accordo del 24 novembre non ripresentandosi al tavolo per rivedere le condizioni (annullando l’incontro pochi minuti prima del suo inizio). Ad una ulteriore richiesta formale di incontro non è stata data alcuna risposta e da allora non c’è stato nessun altro incontro.»

IL RIFIUTO DELLA CASSA INTEGRAZIONE E IL RI-COLLOCAMENTO FUORI PROVINCIA

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17 dicembre 2014 – Prima giornata di sciopero

La cooperativa è stata definita più volte “associazione a delinquere” dai lavoratori per le condizioni di lavoro imposte e ha confermato la propria fama affossando la domanda di cassa integrazione avanzata dai lavoratori ancora formalmente assunti. La cooperativa ha motivato la propria decisione insieme all’intimazione a presentarsi al lavoro presso altri siti produttivi fuori provincia come Milano, Brescia e Genova, senza alcun rimborso spese. Il 17 dicembre, ad un’ulteriore intimazione della cooperativa con sede a Roma a presentarsi in servizio(con una proposta di rimborso pari a 20€ per Milano) i lavoratori decidono di entrare in sciopero, con un presidio davanti al municipio di San Benedetto, fino alla scadenza del contratto (31 dicembre), per impedire ritorsioni e sanzioni disciplinari/licenziamenti.

Il 20 dicembre, nel corso della commemorazione del 70esimo anniversario della Battaglia partigiana di Gonzaga, una delegazione di lavoratrici della lavanderia partecipa insieme agli attivisti di eQual alla cerimonia con uno striscione per affermare la continuità tra la lotta partigiana del passato e la lotta attuale per un’Italia basata sulla giustizia sociale anziché sulla sopraffazione.

LA CAMPAGNA DI SOLIDARIETÀ

E’ tra la fine del 2014 e l’inizio del nuovo anno che le lavoratrici decidono di proseguire la mobilitazione con il sostegno di eQual e della FIT-CISL: si sparge infatti la voce che la lavanderia, dotata di macchinari molto moderni e di un vasto portafoglio clienti, possa riaprire sotto un’altra gestione, proprietaria o appaltante, risparmiando ancora di più sulla retribuzione oraria dei dipendenti, ergo rendere ancora più umilianti le condizioni di lavoro. Il frequente viavai dallo stabilimento di imbianchini, giardinieri, tecnici, di alcune dipendenti di un’altra cooperativa (che aveva già precedentemente gestito la lavanderia) hanno reso le voci molto più consistenti. Da segnalare anche il fatto che un annuncio per l’assunzione di un magazziniere tessile in zona San Benedetto Po riporta il numero della partita IVA dell’azienda “Coopera”, un consorzio di cinque realtà di cui fa parte anche “Laserra società cooperativa” che già per un breve periodo aveva avuto in in appalto la produzione all’interno della Lavanderia (qui lo screenshot).

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La conferenza stampa di lancio della campagna di solidarietà

Il 10 gennaio durante una partecipata conferenza stampa è stata così ribadita la volontà di proseguire il percorso di difesa del posto di lavoro con una raccolta firme per sensibilizzare la cittadinanza e riceverne la solidarietà. Le rivendicazioni sono chiare e precise: si chiede l’applicazione del contratto nazionale di categoria (cosa mai avvenuta negli ultimi tre anni), la riassunzione diretta delle ex-dipendenti senza l’intermediazione delle false cooperative e la fine delle discriminazione d’età con la tutela delle lavoratrici più anziane (definite “bolse”, termine spregiativo per indicare le lavoratrici quando diventano meno “produttive”). Si pretende inoltre la fine della discriminazione delle lavoratrici straniere attraverso il ricatto del permesso di soggiorno e la conseguente guerra al ribasso tra le lavoratrici a solo vantaggio della proprietà.

DIVISI SIAMO NIENTE, UNITI SIAMO TUTTO

La raccolta firme ha avuto una buona risonanza ed è attualmente in svolgimento. Oltre ai diversi momenti di raccolta nelle piazze dei paesi del circondario la raccolta si è attivata in diverse fabbriche vicine, circoli ed esercizi commerciali di San Benedetto Po, Quistello e Pegognaga. Ogni piccolo passo è una conquista resa possibile grazie all’impegno diretto e alla coordinazione delle lavoratrici, dei sindacalisti, degli attivisti e dei cittadini solidali che ritrovano la motivazione di fare comunità. E’ una battaglia dura e lunga attraverso la quale è però possibile ricostruire quei legami di solidarietà e giustizia sociale che un tempo erano pratica diffusa nell’Oltrepò e tra i suoi abitanti. La campagna non è ancora terminata e la lotta per la riassunzione si preannuncia densa di nubi, ma in questi due mesi tante cose insperate sono state organizzate e la pratica rafforza la fiducia nei propri mezzi. La solidarietà e la partecipazione sono muscoli che vanno allenati, soprattutto di fronte al dilagare di una crisi che riguarda la maggioranza del Paese. Per questo continueremo a sostenere la vertenza delle lavoratrici Facchini e a diffondere aggiornamenti e a promuovere partecipazione.

Un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti. Anche a San Benedetto Po.

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Racconto dalla Lavanderia Facchini di San Benedetto: licenziamenti, false cooperative e sfruttamento.

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Aprile 2014. Uno sciopero dei dipendenti della Lavanderia Facchini per chiedere il rispetto delle condizioni contratuali

Nelle scorse settimane abbiamo incontrato alcune delle lavoratrici e dei lavoratori delle Lavanderie Facchini di San Benedetto Po. Il 15 ottobre, senza nessun preavviso, i dipendenti sono stati avvisati a voce dello spegnimento degli impianti e della cessazione dell’attività. 55 persone in tutto, in maggioranza assoluta donne, sono rimaste senza lavoro per la decisione aziendale di mantenere solamente l’ufficio commerciale e di spostare tutta la produzione in altri stabilimenti della società. L’azienda tuttora non ha avviato né le procedure di cassa integrazione, né quelle relative al licenziamento collettivo per accedere agli ammortizzatori sociali, lasciando di fatto senza alcun tipo di reddito le ex dipendenti.

Nell’ultimo anno e mezzo lo stipendio percepito aveva però già subito una significativa decurtazione (circa il 40%) a causa dell’utilizzo del sistema delle false cooperative gestite direttamente dalla proprietà, espediente tramite il quale è più facile ricattare i lavoratori: o i diritti o (un più magro) stipendio; se non ti adegui sei fuori.

I grossi problemi infatti sono iniziati con il cambio di proprietà dalla gestione “locale” ad un colosso dei servizi alberghieri che sul proprio sito non nasconde che l’industria dell’ospitalità è un contesto altamente competitivo e che ha fatto capire fin da subito chi doveva pagarne il prezzo: i lavoratori.

Con i nuovi contratti delle false cooperative sono scomparsi con un colpo di spugna tutti gli scatti di anzianità accumulati anche in oltre trent’anni di lavoro. Forti sono anche le critiche ad un sindacato che ha smesso di fare il proprio lavoro per parlare prima col padrone e poi con i lavoratori. La contrattazione all’interno dell’azienda era infatti bloccata dall’obbiettivo di mantenere un posto di lavoro ad ogni costo, una situazione che ha portato i lavoratori a vedersi applicare in busta paga, senza alcun preavviso, addirittura le condizioni del contratto UnciConfsal, giudicato lesivo della dignità del lavoratore anche dai consorzi delle cooperative e per il quale ne viene da più parti auspicata l’abolizione.

Il quadro che ne esce è una condizione lavorativa pesante per lavoratori e lavoratrici, creata in breve tempo da una strategia aziendale volta al massimo profitto. Una situazione che è ancora più dura se rapportata al territorio, dove la Lavanderia Facchini era ormai considerata un’azienda storica e un’importante fonte di impiego per molte giovani donne dei paesi limitrofi.

Un’ultima menzione merita l’opaco metodo di convocazione delle false cooperative gestite dall’azienda che per statuto sarebbero tenute a ricollocare i propri lavoratori iscritti disoccupati: come risulta dalle date riportate sulle raccomandate, queste cooperative avrebbero spedito le buste di convocazione il giorno stesso in cui chiedevano la presenza delle lavoratrici a Milano per il ricollocamento. Un comportamento che se non direttamente illegale, ha tutte le caratteristiche di una presa in giro. Ciò dimostra ancora una volta come le aziende non abbiano di certo bisogno di ulteriori strumenti per trattare i lavoratori come semplici ingranaggi da spremere finché servono e da eliminare al momento opportuno.

La vicenda della Lavanderia Facchini non si è ancora conclusa, per questo continueremo a seguirla ed approfondirla.

Un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti. Anche a San Benedetto Po.

Contro finte cooperative e sfruttamento: uniti si può vincere!

Sabato mattina abbiamo partecipato al presidio dei lavoratori e delle lavoratrici di diverse cooperative del mantovano: in tutto più di un centinaio di persone hanno manifestato davanti alla Prefettura, occupando per alcuni minuti anche la strada antistante mentre una delegazione di lavoratori e rappresentanti sindacali (tra i quali Emmanuele Monti) incontravano il Prefetto. Un presidio locale che però si è bene inserito all’interno della giornata di mobilitazione nazionale contro IKEA per il reintegro dei 24 facchini ingiustamente licenziati da una delle cooperative che operano per il colosso svedese, con presidi, volantinaggi e picchetti attuati davanti agli IKEA-store sparsi in tutta la penisola. A dimostrazione che quello che accade nel nostro territorio è purtroppo condizione generale del settore della cooperazione.

Bertani, Consorzio Latterie Virgilio, Iveco, Lombardini, Nestlé, Lavanderie Facchini, etc. sono solo alcune delle aziende mantovane al cui interno si sono sviluppate negli ultimi mesi numerose vertenze e scioperi (1)(2)(3). Aziende nelle quali lo sfruttamento è retto da un sistema di subappalti tramite le ‘finte’ cooperative, vero e proprio caporalato che consente ai padroncini di organizzare il lavoro non applicando nemmeno i contratti nazionali, con poche tutele normative e contrattuali, con la turnazione degli orari di lavoro e la ripartizione delle ore lavorate – e quindi del salario – effettuata in maniera arbitraria e discriminatoria. Questo sistema è possibile anche grazie all’utilizzo di un gran numero di lavoratori privi della cittadinanza italiana, più facilmente ricattabili attraverso il rinnovo del permesso di soggiorno e più facilmente raggirabili dai padroncini delle cooperative a causa della scarsa conoscenza della lingua e quindi della conseguente difficoltà nel districarsi tra le norme che regolano il diritto del lavoro. Non ci stupiamo nemmeno più del fatto che questi ‘padroncini’ siano poi gli stessi che sui siti internet o sui social network inveiscono contro i migranti e gli stranieri.

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Il presidio di sabato mattina ha rappresentato un altro passo nel collegamento tra le vertenze presenti nel settore della cooperazione nella nostra provincia ed è riuscito ad individuare come controparte non solo le singole aziende committenti, ma anche le organizzazioni datoriali delle cooperative come Legaccop, Confcoop e AGCI: un cambio di strategia importante per riuscire a far si che i diritti siano fatti rispettare in tutte le cooperative, anche attraverso l’impegno diretto delle istituzioni, che su questo tema oramai, non possono più fare finta di nulla.

Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici sono chiare: basta sfruttamento, rispetto dei diritti sanciti dai contratti collettivi (minimi retributivi, ferie, permessi, R.O.L., etc.), eliminazione del lavoro nero, aumenti salariali per portarli a livelli dignitosi. Che si parli della grande fabbrica, della grande distribuzione o della logistica oggi è chiaro che solo i lavoratori e le lavoratrici che si organizzano e manifestano uniti possono fare la differenza contro un regime di sfruttamento legalizzato da provvedimenti sul lavoro iniqui come il Jobs Act.

Un torto fatto ad uno è un torto fatto a tutti: note su questo primo maggio

fd1 Eravamo e siamo tutt’ora ben consapevoli che uno sciopero ed un presidio non possono di certo avere la pretesa di piegare un colosso del commercio come il Fashion District che compra spazi pubblicitari sui media e che può permettersi di arruolare la vincitrice di Sanremo 2014 come testimonial. Ma sicuramente possono essere un punto di partenza importante. Tanto più in un deserto di dibattito politico i cui ragionamenti, già maturi in altri territori, qui da noi faticano a trovare gambe per diffondersi. Un deserto che si estende anche a livello culturale. Per questo motivo abbiamo deciso di esserci, accanto a quei lavoratori e a quelle lavoratrici che hanno avuto il coraggio di raccontare le proprie ragioni, denunciando sfruttamento e prevaricazione del più forte nei confronti di chi è subalterno.Sappiamo che lo sciopero ha coinvolto solo una minoranza dei lavoratori dell’outlet. Ma la loro è stata una scelta di coraggio: sono persone che hanno rinunciato ad un giorno di paga, infischiandosene del ricatto occupazionale, per cercare di dare visibilità e voce a chi è costretto a rinunciare alla festività in nome dei profitti delle grandi catene commerciali o per soddisfare il bisogno indotto di acquisti facilmente derogabili. Dopo anni di silenzio questa presa di posizione è stata importante. È stata importante anche la partecipazione al presidio di alcuni lavoratori occupati nei centri commerciali dell’Hinterland mantovano: un gesto di solidarietà che vuol dire molto e che deve essere un esempio per tutti. Al presidio abbiamo partecipato con una delegazione di attivisti e di simpatizzanti e insieme ai sindacalisti e ai lavoratori si è anche cercato di convincere chi voleva entrare a desistere. Alcuni clienti hanno capito e solidarizzato, rinunciando ad entrare o a fare acquisti; altri hanno deciso di entrare ugualmente: è fin troppo stereotipato descrivere la signora del – “non mi interessa, devo urgentemente comprare un abito” – o il palestrato con polo nera e tricolore che guardava schifato i manifestanti. Tante piccole solitudini mascherate dietro l’idea di una falsa libertà, che è poi l’idea di poter spendere quando si vuole (o magari immaginare di poter spendere soldi che non si hanno). fd2 C’è una battaglia culturale forte da vincere perché anni di narrazioni tossiche di consumismo e di shopping spacciato come intrattenimento hanno prodotto mostri; chi lavora nella grande distribuzione organizzata dopo vent’anni di contrattazioni al ribasso e di deregolamentazioni si ritrova appeso ad una corda, ma per il collo. Chi ha deciso di scioperare, di partecipare al presidio, anche chi non ha avuto il coraggio di farlo ma guardava con attenzione dall’altra parte della recinzione, potrebbe aver sperato di vedere o sentire un po’ più di solidarietà (specie da quella parte politica sempre attenta a “parlare” di lavoratori) e si sarebbe sentito meno solo in questo momento storico in cui quasi tutto sembra obbligarci ad abbassare la testa e a farci odiare quello che sta peggio. Le nostre azioni (1) (2) di battaglia culturale, la nostra partecipazione al presidio e la costruzione di contatti con i lavoratori e le lavoratrici, sono solo alcune tappe di un percorso avviato e portato avanti da oltre due anni. C‘è tanta strada ancora da fare, una strada da percorrere insieme, forti delle ragioni dei diritti e della solidarietà.

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Contro lo sfruttamento, a fianco dei lavoratori delle cooperative

Sabato mattina, 22 marzo, abbiamo partecipato al presidio dei lavoratori delle cooperative davanti alla Prefettura di #Mantova. Uomini e donne, italiani e stranieri, che dicono basta allo sfruttamento e a condizioni di lavoro, di retribuzione e di vita divenute ormai intollerabili.

Poco più in la, per una pessima coincidenza, il triste presidio dei parassiti della politica: dirigenti leghisti intenti ad alimentare la guerra tra poveri per recuperare voti sulla pelle dei profughi.

Contro sfruttamento e razzismo noi sappiamo da che parte stare.

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30.11: Alternative – con Luca Martinelli

martsmSabato 30 novembre
dalle 18 @ Cartiera Burgo – Mantova

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ALTERNATIVE
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Incontro pubblico per condividere percorsi di cambiamento:  per una nuova finanza pubblica e sociale, per una nuova economia  solidale e per la salvaguardia del territorio e del paesaggio

Con LUCA MARTINELLI (scrittore e giornalista di Altreconomia)

[Al termine dell’incontro, si terrà  una risottata di autofinanziamento organizzata  dai lavoratori in lotta  del presidio Burgo]

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La finanza è uno strumento potente che può servire per estarre ricchezza dalla collettività per destinarla ai mercati o, al contrario, estrarre ricchezza dai mercati per realizzare l’interesse della maggioranza. In quest’ottica semplificata si comprende quale sia stato il meccanismo che ha creato la crisi economica e le politiche di austerity che offrono cure ancora più invasive della malattia. Il mercato che passa sopra le vite degli uomini li riduce a merce, il lavoro non ha più valore e le città diventano terreni di conquista per speculatori, dove privatizzare servizi o edificare quartieri fantasma.

La globalizzazione ci consegna questo scenario diffuso, ma nel territorio italiano abbiamo raggiunto livelli di allarme che appaiono spesso senza ritorno. Anche nel Mantovano interi pezzi di territorio sono stati cementificati senza senso, il lavoro viene continuamente precarizzato o delocalizzato; si privatizzano i beni comuni come i servizi pubblici e l’acqua a dispetto delle scelte dei cittadini: la DEMOCRAZIA stessa ne esce mortificata, schiacciata dalle solite “esigenze” di tipo economico. Per questi motivi, la finanza pubblica diventa uno strumento fondamentale. Ed è per questo che noi dobbiamo lavorare per ri-appropriarcene, con un approccio trasformativo.

Al centro della “nuova geografia” di Mantova al tempo della crisi c’è la CARTIERA BURGO, dove da quasi un anno i lavoratori hanno occupato la mensa aziendale trasformandola in un laboratorio resistente per l’alternativa. Qui ci incontreremo sabato 30 novembre per condividere conoscenze, idee e riflessioni per iniziare a costruire il cambiamento. Parteciperà LUCA MARTINELLI, scrittore e giornalista di Altreconomia, che ha appena pubblicato una nuova edizione del testo “Salviamo il paesaggio” su cui, tra gli esempi di gruppi locali, compare anche il contributo di eQual con il dossier cemento/casa e il materiale grafico realizzato nell’autunno del 2012; il 30 novembre sarà un momento importante anche per riflettere sul debito e sulla Cassa Depositi e Prestiti, tema sul quale Luca Martinelli ha appena mandato in stampa l’altro libro,La posta in gioco“, scritto a 4 mani con AntonioTricarico: ragionamenti “altri” per smontare la trappola del debito e delle politiche di austerità e per costruire una campagna di riappropriazione della ricchezza sociale.

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Aderiscono/sostengono l’evento:

– Network Studentesco
– Coop Il Mappamondo (MN)
– Comitato acqua Mantova
– Coordinamento locale dei soci di Banca Etica della provincia di Mantova
– Centro Bruno Cavalletto

* (Per informazioni e prenotazioni riguardanti la cena manda una mail o chiama al 339-1885681)