Amministrative 2015 a Mantova: vince l’astensionismo, sconfitta la politica

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Finite le elezioni si sentono commenti e ragionamenti di ogni tipo: da quelli più entusiastici a quelli più critici passando per veri e propri “inchini” alla corte dei vincitori. Noi proviamo a fare un paio di riflessioni di analisi e prospettiva per comprendere meglio la situazione.

L’ASTENSIONE

Partiamo da un dato certo: la percentuale schiacciante dell’astensionismo. Mantova è sempre stata una città “ad alto tasso di partecipazione” in termini elettorali e questa volta lo schiaffo è stato forte con ben cinque elettori su dieci che hanno disertato le urne. La storica componente “menefreghista” ha lasciato spazio ad un esercito di delusi dalla politica locale e nazionale che non si sentono più rappresentati. Molti di coloro che oggi si lanciano in mirabolanti analisi sulle ragioni dell’astensione sono gli stessi che sostengono (o hanno sostenuto) quei partiti che hanno ignorato sistematicamente le istanze provenienti dai cittadini (dal referendum sull’acqua pubblica alle mobilitazioni contro il jobs act, etc.) aumentando di fatto un senso diffuso di impotenza e di scarsa fiducia nell’azione collettiva.

Come se ciò non bastasse, a livello locale l’emersione di dodici candidati sindaco e un esercito di aspiranti consiglieri per una città di piccole dimensioni ai più è sembrata una boiata senza senso. I picchi del –19% e -16% di affluenza registrati a Borgo Angeli e nella zona di Colle Aperto/Gambarara rispetto alle comunali del 2010 lasciano ben intendere che al di là dei soliti slogan in questi anni si è fatto ben poco per rompere l’isolamento delle periferie cittadine. E le solite promesse questa volta non sono bastate.

IL NUOVO QUADRO POLITICO

Indubbiamente si è imposto il candidato Palazzi e il Partito Democratico, suo riferimento politico. Nelle elezioni locali (e maggiormente con una affluenza bassa) partono sicuramente favoriti coloro i quali possono contare su una macchina elettorale ben oliata; in questo senso il Partito Democratico e la sua propaggine civica della “lista gialla” non avevano concorrenti. Allo stesso modo si potrebbe anche affermare che a parte Palazzi non c’erano altri candidati in grado di essere validi competitor sul piano elettorale. E nel momento in cui bastano due elettori su dieci per avere la maggioranza, si fa presto a stravincere una tornata elettorale.

Bassa politicizzazione, un intenso lavoro comunicativo e una pioggia di euro per costruire la campagna elettorale hanno determinato la creazione di un profilo “giovane” per uno dei candidati politicamente più vecchi di questa tornata amministrativa: chi ha un po’ di esperienza e di memoria conosce il curriculum politico (anche quello che talvolta viene omesso) del futuro sindaco e non è caduto nella trappola dei mantra tipo: “sì ma quando ha sbagliato era giovane” o i “vabbè adesso è diverso e farà grandi cose” con la quale è stata “cementata” la sua nuova storia politica. Un tentativo di far dimenticare in pochi mesi 5 anni di incapacità politica all’opposizione e i disastri delle amministrazioni che hanno preceduto quella di Sodano.

La sinistra politica esce a brandelli da questa tornata elettorale come accade ormai da anni: non ci interessa fare anche noi i grilli parlanti locali, ma viste le interlocuzioni sul tema politico-elettorale portate avanti dall’autunno con i compagni di Sel e Rifondazione, possiamo evidenziare alcuni nodi critici. È evidente che senza un progetto di lunga durata di ricostruzione seria, radicale, radicata e non velleitaria non si va da nessuna parte. I risultati confermano che non basta più dire “siamo la sinistra, votateci”, così come non basta nemmeno accodarsi al carro del vincitore: esemplare è la schizofrenia di SeL che per tatticismo nazionale osteggia Renzi come male assoluto e poi qui a Mantova è pienamente nella coalizione del partito di Renzi, una nuova unità di centrosinistra benedetta dal giovane yuppie durante la sua visita di aprile.

La destra paga lo scotto di cinque anni di degrado politico-istituzionale. La candidata Bulbarelli ha improvvisato una campagna elettorale per chiudere l’era Sodano e al contempo provare ad aprire una nuova partita politica. Un tentativo inutile realizzato portandosi dietro i resti di Forza Italia, una Lega Nord dilaniata e i proto-para-neo fascisti che si chiamano come un film di Neri Parenti del 1989. E visto che Photoshop costa meno di un chirurgo plastico, la risposta alle locandine inverosimili di Giorgia Meloni l’ha data De Marchi. Il camerata (ex)leghista si è fatto un bel fotoritocco per i suoi manifesti e per la sua lista: dopo anni passati a sostenere tutto il peggio della giunta di centrodestra è passato all’opposizione ed è stato buttato fuori dal suo partito. Ha quindi riunito dissidenti della Lega Nord, i suoi lacché neofascisti e qualche cittadino per mettere in piedi un progetto politico di destra radicale, blandamente “civico”, con l’obiettivo dichiarato di provocare una emorragia di voti al partito padano.

Il Movimento Cinque Stelle stacca un deludente 7%. Senza un candidato forte e largamente condiviso e con un lavoro politico sul territorio che deve ancora decollare, incamera voti solo grazie al brand nazionale efficace.

E poi ci sono i civici, la grande sorpresa: un’asfaltata generale e traumatica che ha cancellato i piccoli potentati di questo e quel faccendiere della politica. Praticamente tutte le liste cosiddette civiche ruotavano intorno ad un ex-qualcosa o ad un politico in cerca di rivalsa: dall’ex ciellino e assessore Pdl riconvertito in civico, fino al “renziano fuori dal pd, ma più renziano di quelli del Pd”; senza dimenticare chi ha fatto delle giravolte e della ricerca di poltrone un affare personale, arrivando a perdere l’equilibrio e la ragione.

CHE FARE?

Per noi, che di questa elezione eravamo osservatori attenti e interessati, il segnale è chiaro: il cambiamento per il quale siamo nati e per il quale abbiamo dato vita ad eQual non può più aspettare. E questo cambiamento non ammette scorciatoie e/o illusioni elettoralistiche: se vuole essere incisivo deve prima radicarsi nella realtà e nella società con una lavoro costante, quotidiano e serio.
Mantova ha bisogno di un modo nuovo di intendere la politica, di una pratica attiva della solidarietà a vantaggio dei più deboli accompagnata da una capacità di illuminare i fatti della vita della nostra comunità con parole chiare e capaci di motivare all’azione per incidere e cambiare radicalmente la realtà che ci circonda. Siamo pronti.

Al lavoro!

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La casa è un diritto, la guerra tra poveri no

borgoN2Le cronache nazionali delle ultime settimane sono state dense di notizie sul problema casa, sulle occupazioni abitative e sugli sgomberi dando spazio alla propaganda di chi specula su situazioni di disagio per alimentare la guerra tra poveri. Prima che questo possa accadere anche a Mantova è necessario fare chiarezza: il problema delle “case solo a questo o quel gruppo etnico/nazionale” è una invenzione politica.

Solo la città capoluogo ha una ricchezza di oltre 5000 case sfitte che negli ultimi anni sono aumentate a causa della forte speculazione edilizia che ha edificato interi quartieri rimasti vuoti e, in alcuni casi, mai completati. A questa offerta abnorme di case attualmente “sul mercato”, fanno da controcanto le ottocento richieste di un alloggio popolare da parte di cittadini italiani e immigrati. Proprio le case popolari rappresentano l’altro consistente pezzo del problema: nonostante Aler provi a tamponare la situazione con qualche decina di nuovi alloggi, l’edilizia popolare è in crisi. Per fortuna l’azienda lombarda per l’edilizia residenziale sembra avere operato una inversione di marcia che auspicavamo, ovvero la ricerca di fondi regionali per il recupero dello sfitto esistente anziché la svendita del proprio patrimonio. Questo al netto di gestioni “allegre” da parte degli amministratori pubblici (l’ex assessore regionale alla casa di Forza Italia è sotto processo per favoreggiamento e legami con la criminalità organizzata) e improbabili piani di alienazione che hanno provato a svendere ai privati intere palazzine pubbliche. Ci sono invece centinaia di alloggi popolari sfitti che avrebbero bisogno di pochi interventi di migliorìa o di lavori di ordinaria amministrazione per tornare ad essere disponibili per chi ne ha bisogno. Non dimentichiamo inoltre i problemi spesso legati al basso livello costruttivo di tanti di quegli immobili, del quale non emergono mai responsabilità. Intanto, mentre tutto questo viene taciuto, continua il tormentone su assegnazione “privilegiate”: basta però guardare con uno sguardo attento ai cognomi delle graduatorie pubbliche per l’assegnazione di queste case, a Mantova si può vedere che la retorica del “si danno le case prima agli stranieri” è una balla colossale.
Intorno a questa situazione socialmente drammatica c’è il complesso problema degli sfratti, che nel nostro territorio è arrivato a superare il migliaio di richieste in un anno, con circa duecento sfratti realmente eseguiti. Nel quadro complessivo non può essere dimenticata la tassazione legata alla casa, che pesa in modo spesso insostenibile sui piccoli proprietari, che nel mattone avevano investito i risparmi di una vita.

In tempi di crisi è facile vedere sciacalli politici che incitano alla guerra tra poveri per racimolare qualche voto in più, addossando la colpa del problema abitativo a nuclei famigliari immigrati contrapposti agli italiani. A guardare la realtà e i d
ati oggettivi, si scopre invece che la responsabilità di questa bomba sociale pronta ad esplodere è da cercare altrove: gli interessi dei palazzinari che da sempre vanno a braccetto con una modo degradato di fare politica hanno prodotto case private vuote e l’esaurimento del sistema pubblico di tutela sociale.

Si smetta perciò di costruire nuove case (e nuovi super/iper mercati) e si utilizzino quelle già costruite, ma sfitte e/o mai abitate per adibirle a residenze pubbliche a canone calmierato, requisendole se necessario. In questo modo ridurremmo il consumo di suolo, daremmo la possibilità ad un tetto a centinaia di famiglie e un senso a piani di lottizzazione che, nelle condizioni di degrado e abbandono in cui versano ora, di senso non ne hanno.