9.4 | Il Sole Contro

ilsolecontrooffSabato 9 aprile
@Arci Virgilio – Vicolo Ospitale, Mantova
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IL SOLE CONTRO
7 luglio 1960, Reggio Emilia
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Ore 17.15
Presentazione del Documentario Il Sole Contro – 7 luglio 1960 Reggio Emilia – con il regista Giuliano Bugani e il produttore Matteo Pioppi (Bébert Edizioni)

Documentario di inchiesta che attraverso le voci di chi era in piazza ripercorre i fatti del 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, giorno nel quale la polizia del governo Tambroni sparò sui manifestanti causando cinque morti durante lo sciopero generale contro il governo DC-MSI.

Dalle ore 19.30
Aperitivo di autofinanziamento

Ingresso libero con tessera Arci

Evento verso il 25 aprile organizzato da Associazione eQual in collaborazione con Arci Virgilio Club e con l’adesione di ANPI Mantova – Sezione “Felice Tolazzi”

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La battaglia nella grande distribuzione riguarda tutti

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Il presidio al centro commerciale “La Favorita”. (Foto di Sara Romanelli)

Sabato 7 novembre i lavoratori e le lavoratrici della grande distribuzione hanno incrociato le braccia per l’importante sciopero generale nazionale della categoria. La mobilitazione ha colpito grandi gruppi quali Ikea, Carrefour, Coin e Auchan, tutti appartenenti a Federdistribuzione, associazione fuoriuscita da Confcommercio e che negli ultimi tempi sta impersonando il ruolo del nuovo padronato.

I centri commerciali si affacciano alla ribalta del conflitto sociale in tutta la loro ambiguità di “non luoghi”: dietro le vetrine e le luci artificiali si nasconde una corsa al ribasso dove a prevalere è la diminuzione della qualità dei prodotti e lo sfruttamento della forza lavoro. Una situazione che sta provocando la rabbia di un settore che conta mezzo milione di lavoratori che iniziano a  non sentirsi più tali ma veri e propri schiavi costretti a lavorare secondo i tempi imposti dagli imprenditori e dal profitto e non nel rispetto dei tempi di vita. La liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura del decreto “Salva Italia” di Monti ha rappresentato il classico “dalla padella alla brace”, aprendo di fatto le porte ad una completa ridefinizione dei rapporti contrattuali. Emblematica è stata la vertenza Ikea: dopo aver promosso per anni la partecipazione e la condivisione sindacale, il colosso svedese ha deciso di convertirsi al “verbo federdistirbutivo” cancellando con un violento colpo di spugna 25 anni di accordi.

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Lavoratori e lavoratrici in sciopero all’Ipercoop Virgilio.

Alla luce di questo quadro va perciò letta la buona riuscita dello sciopero del 7 novembre (il secondo del settore, dopo quello indetto dall’USB il 1 Novembre scorso), che oltre a quello della logistica, è stato l’unico sciopero generale degli ultimi mesi.
Nella nostra provincia i dati diffusi dalle sigle sindacali parlano di un’alta adesione nei centri commerciali Coop (l’80% a Suzzara e Penny, sopra al 60% al Virgilio e 50% alla Favorita) e di una bassa adesione nelle altre catene commerciali presenti in città. Davanti all’Ipercoop la Favorita si è concentrato il presidio più numeroso, partecipato da oltre un’ottantina di persone: importante e significativa è stata la partecipazione della FIOM con delegazioni provenienti dalle fabbriche Marcegaglia e Belleli, oltre alla segreteria provinciale. Buona partecipazione anche ai presidii davanti all’Ipercoop Virgilio e alla coop di Suzzara (presenti anche in quel caso delegazioni Fiom).

DSC_0066Come eQual abbiamo partecipato numerosi/e portando con noi l’immancabile striscione “un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti” per provare a dire una cosa semplice: lo sciopero riguardava tutti, clienti compresi. E questo non per generica solidarietà, ma perché non esiste lavoratore in Italia che non stia sperimentando direttamente i tagli salariali, l’incertezza sul futuro, la crescente prepotenza padronale. A giudicare dalle reazioni, dalle chiacchiere di chi si è fermato spontaneamente a parlare, il messaggio era immediatamente condivisibile: la tendenza all’allungamento della giornata e della settimana lavorativa, senza distinzione tra feriale e festivo (pagati sempre meno) è una delle tendenze generali in atto in ogni comparto lavorativo.

La partecipazione allo sciopero è stata per noi un’altra tappa di un percorso iniziato nel 2012 a fianco dei lavoratori del Faschion District, un percorso che ci vede in prima linea nella battaglia politica, sindacale e culturale contro l’arroganza di chi vorrebbe obbligarci ad abbassare la testa e metterci gli uni contro gli altri.
Che si parli della grande fabbrica, della grande distribuzione o delle cooperative dei trasporti oggi è chiaro che solo i lavoratori e le lavoratrici che si organizzano e manifestano uniti possono fare la differenza contro un regime di sfruttamento legalizzato da provvedimenti sul lavoro iniqui come il Jobs Act del governo Renzi.

Lavanderia Facchini di San Benedetto Po: fermare lo sfruttamento, difendere il lavoro. Tocca a noi.

La vertenza delle lavoratrici della Lavanderia Facchini di San Benedetto Po (Mn) non si ferma. Da tre settimane infatti prosegue la raccolta firme di solidarietà che vede impegnate le ex dipendenti della Lavanderia, la FIT-CISL e l’associazione eQual. Tra mercati dei paesi vicini, fabbriche del territorio, circoli Arci e vari esercizi commerciali sono già state superate le seicento firme e numerose sono state le dimostrazioni di solidarietà. Ripercorriamo qui le tappe successive al nostro primo aggiornamento di ottobre per capire le ragioni e gli sviluppi di questa importante iniziativa.

IL LICENZIAMENTO CONSENSUALE

Dopo che a ottobre il rappresentante della cooperativa con l’appalto all’interno della Lavanderia aveva comunicato a voce la cessazione della produzione, è iniziato un periodo di disoccupazione per i 55 lavoratori, in maggioranza donne, senza il sostegno di alcun ammortizzatore sociale.

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Il presidio durante con l’incontro cooperativa-sindacati del 24 novembre.

Il 24 novembre si è svolto un incontro tra i rappresentanti della Cogest 2013 (la cooperativa) e i rappresentanti sindacali presenti in azienda (FILCTEM-CGIL e FIT-CISL). All’esterno della sala il presidio organizzato per dimostrare la volontà dei lavoratori a non accettare accordi al ribasso ha registrato un’ottima partecipazione tra le lavoratrici, supportate anche da attivisti provenienti dalla città. La prima ricaduta pratica della mobilitazione è stata l’imposizione che la concertazione sindacale si svolgesse in loco con tempi certi e in presenza di delegati sindacali di tutti i sindacati e di lavoratrici dello stabilimento, al contrario delle occasioni precedenti.

Il licenziamento consensuale proposto dalla cooperativa sarà accettato il giorno dopo l’incontro solo dalla rappresentante CGIL: una buonuscita economica, senza più alcun diritto sui diritti pregressi. I rappresentanti della FIT-CISL hanno invece ribadito e concordato con i rappresentanti della cooperativa l’esigenza di un nuovo incontro a due giorni di distanza per una più attenta valutazione delle condizioni necessarie per la tutela delle lavoratrici (qui articolo Gazzetta di Mantova). Questo anche per evitare che un accordo frettoloso potesse agire da sanatoria sugli errori commessi dalla cooperativa nella compilazione delle buste paga, come già avvenuto nel passato: parti di TFR (Trattamento di Fine Rapporto) al posto dello stipendio, errato conteggio delle ore mensili, impiego non chiaro della “banca ore” (ore-tampone cumulabili usate per mantenere intatto lo stipendio anche in assenza di commesse: capitava però che queste venissero scalate anche durante i periodi di lavoro a pieno regime).

L’incontro richiesto dalla FIT-CISL non ha però mai avuto luogo. Riportiamo le parole di Jenny Maestrini: « non condividevamo il contenuto dell’accordo raggiunto dalla rappresentanza CGIL e della cooperativa. Era perciò necessario riformulare le condizioni per tutelare meglio i diritti delle nostre iscritte. La Cogest però ha completamente disatteso l’accordo del 24 novembre non ripresentandosi al tavolo per rivedere le condizioni (annullando l’incontro pochi minuti prima del suo inizio). Ad una ulteriore richiesta formale di incontro non è stata data alcuna risposta e da allora non c’è stato nessun altro incontro.»

IL RIFIUTO DELLA CASSA INTEGRAZIONE E IL RI-COLLOCAMENTO FUORI PROVINCIA

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17 dicembre 2014 – Prima giornata di sciopero

La cooperativa è stata definita più volte “associazione a delinquere” dai lavoratori per le condizioni di lavoro imposte e ha confermato la propria fama affossando la domanda di cassa integrazione avanzata dai lavoratori ancora formalmente assunti. La cooperativa ha motivato la propria decisione insieme all’intimazione a presentarsi al lavoro presso altri siti produttivi fuori provincia come Milano, Brescia e Genova, senza alcun rimborso spese. Il 17 dicembre, ad un’ulteriore intimazione della cooperativa con sede a Roma a presentarsi in servizio(con una proposta di rimborso pari a 20€ per Milano) i lavoratori decidono di entrare in sciopero, con un presidio davanti al municipio di San Benedetto, fino alla scadenza del contratto (31 dicembre), per impedire ritorsioni e sanzioni disciplinari/licenziamenti.

Il 20 dicembre, nel corso della commemorazione del 70esimo anniversario della Battaglia partigiana di Gonzaga, una delegazione di lavoratrici della lavanderia partecipa insieme agli attivisti di eQual alla cerimonia con uno striscione per affermare la continuità tra la lotta partigiana del passato e la lotta attuale per un’Italia basata sulla giustizia sociale anziché sulla sopraffazione.

LA CAMPAGNA DI SOLIDARIETÀ

E’ tra la fine del 2014 e l’inizio del nuovo anno che le lavoratrici decidono di proseguire la mobilitazione con il sostegno di eQual e della FIT-CISL: si sparge infatti la voce che la lavanderia, dotata di macchinari molto moderni e di un vasto portafoglio clienti, possa riaprire sotto un’altra gestione, proprietaria o appaltante, risparmiando ancora di più sulla retribuzione oraria dei dipendenti, ergo rendere ancora più umilianti le condizioni di lavoro. Il frequente viavai dallo stabilimento di imbianchini, giardinieri, tecnici, di alcune dipendenti di un’altra cooperativa (che aveva già precedentemente gestito la lavanderia) hanno reso le voci molto più consistenti. Da segnalare anche il fatto che un annuncio per l’assunzione di un magazziniere tessile in zona San Benedetto Po riporta il numero della partita IVA dell’azienda “Coopera”, un consorzio di cinque realtà di cui fa parte anche “Laserra società cooperativa” che già per un breve periodo aveva avuto in in appalto la produzione all’interno della Lavanderia (qui lo screenshot).

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La conferenza stampa di lancio della campagna di solidarietà

Il 10 gennaio durante una partecipata conferenza stampa è stata così ribadita la volontà di proseguire il percorso di difesa del posto di lavoro con una raccolta firme per sensibilizzare la cittadinanza e riceverne la solidarietà. Le rivendicazioni sono chiare e precise: si chiede l’applicazione del contratto nazionale di categoria (cosa mai avvenuta negli ultimi tre anni), la riassunzione diretta delle ex-dipendenti senza l’intermediazione delle false cooperative e la fine delle discriminazione d’età con la tutela delle lavoratrici più anziane (definite “bolse”, termine spregiativo per indicare le lavoratrici quando diventano meno “produttive”). Si pretende inoltre la fine della discriminazione delle lavoratrici straniere attraverso il ricatto del permesso di soggiorno e la conseguente guerra al ribasso tra le lavoratrici a solo vantaggio della proprietà.

DIVISI SIAMO NIENTE, UNITI SIAMO TUTTO

La raccolta firme ha avuto una buona risonanza ed è attualmente in svolgimento. Oltre ai diversi momenti di raccolta nelle piazze dei paesi del circondario la raccolta si è attivata in diverse fabbriche vicine, circoli ed esercizi commerciali di San Benedetto Po, Quistello e Pegognaga. Ogni piccolo passo è una conquista resa possibile grazie all’impegno diretto e alla coordinazione delle lavoratrici, dei sindacalisti, degli attivisti e dei cittadini solidali che ritrovano la motivazione di fare comunità. E’ una battaglia dura e lunga attraverso la quale è però possibile ricostruire quei legami di solidarietà e giustizia sociale che un tempo erano pratica diffusa nell’Oltrepò e tra i suoi abitanti. La campagna non è ancora terminata e la lotta per la riassunzione si preannuncia densa di nubi, ma in questi due mesi tante cose insperate sono state organizzate e la pratica rafforza la fiducia nei propri mezzi. La solidarietà e la partecipazione sono muscoli che vanno allenati, soprattutto di fronte al dilagare di una crisi che riguarda la maggioranza del Paese. Per questo continueremo a sostenere la vertenza delle lavoratrici Facchini e a diffondere aggiornamenti e a promuovere partecipazione.

Un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti. Anche a San Benedetto Po.

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Lavoro: un nuovo attacco ai diritti di tutti

renzithatcherDopo sette anni di crisi economica l’argomento principale per il rilancio dell’economia e dello sviluppo del Paese passa ancora una volta per la “riforma” dello statuto dei lavoratori e l’abolizione dell’articolo 18, accompagnato a braccetto dall’ennesimo attacco all’idea stessa di sindacato dei lavoratori. Siamo alle battute finali di una guerra iniziata trent’anni fa con l’abolizione della scala mobile, senza la quale, avevano detto, si sarebbero risolti tutti i problemi economici del paese. Fu invece l’inizio di una vera e propria controrivoluzione, che lentamente doveva cancellare tutti i diritti acquisiti dal dopoguerra fino alla fine degli anni ’70.
Da più di vent’anni tutto lo statuto dei lavoratori, frutto di una intensa stagione di lotte operaie, viene ideologicamente e sistematicamente preso a picconate mediatiche da un insieme di forze sociali, economiche e politiche che invocano più “libertà”: di fatto la solita libertà di sfruttare e di fare profitto sulla pelle di milioni di lavoratori, italiani ed immigrati.
Nell’ultimo decennio, il tema dell’articolo 18 e della sua cancellazione, è stato cavalcato da politici, industriali ed economisti liberisti, e questo ennesimo attacco, stavolta, parte direttamente nel campo del “centrosinistra” renziano, tra le mani di un non-eletto che sembra voler regolare i conti una volta per tutte con il mondo del lavoro. C’è da chiedersi che fine ha fatto quella sinistra politica e sindacale, capace di ribadire la cosa più semplice possibile: invece di togliere i diritti a chi li ha, bisogna aumentarli per tutti i lavoratori, creando una vera uguaglianza al rialzo e non al ribasso come vorrebbe il solito capitalismo straccione. Ciò che sta accadendo è ben lontano dall’idea di equità e giustizia sociale.
Invece di pensare ad investimenti seri, a bloccare le delocalizzazioni, a valorizzare e rilanciare ciò che è rimasto di pubblico nell’industria e nei servizi (trasporti, telecomunicazione, energia, ecc…) senza smembrarla e darla in pasto al libero mercato,  e altre manovre sicuramente non rivoluzionarie ma di certo votate a far ripartire l’economia ed il lavoro, vengono scritti i Jobs Act, pseudo-riforme che mirano a precarizzare all’estremo le condizioni contrattuali e a spingere all’esasperazione l’idea della competizione.
I lavoratori, la macro-categoria che più di tutte sta pagando la crisi, vengono spinti a stare l’uno contro l’altro; operai contro “fannulloni” pubblici, “garantiti” contro precari, giovani contro vecchi,sindacalizzati contro non sindacalizzati e, ovviamente, italiani contro stranieri. Oltre venti milioni di persone puntualmente e sistematicamente educate alla guerra tra poveri. Individuati i veri avversari, le loro parole d’ordine e le loro strategie, possiamo invece unirci, resistere e pensare alla ‘controffensiva’ prima che sia troppo tardi.

Alla manifestazione del 31 ottobre

“…siamo scesi in piazza il 31 di ottobre perché solo praticando l’unità di chi sta pagando la crisi possiamo vincere. Nessuno si salva da solo da questo attacco, solo uniti possiamo costruire una narrazione e un destino comune senza più concedere nulla a profittatori e sciacalli. Per resistere all’attacco, per immaginare l’alternativa e per costruire il cambiamento, non ci sono scorciatoie: servono unità e organizzazione. Uniti siamo tutto united we stand في الاتحاد قوة Vereint sind wir alles Batasunak indarra dakar

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Un fiore per Vittorio

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Oggi pomeriggio a Porto Mantovano è si è tenuta una piccola commemorazione di Vittorio Veronesi.  Un gruppo di attivisti di eQual, si è recato presso i giardini di Bancole dove un cippo ricorda il brutale assassinio del bracciante avvenuto nel 1950 deponendo un mazzo di rose rosse. Vittorio Veronesi aveva combattuto come partigiano garibaldino contro i nazisti e i loro fantocci repubblichini.  I fratelli erano entrambi morti: uno fucilato dai nazisti a Bologna, l’altro morto nella campagna di Russia in cui Mussolini mandò a morire migliaia di italiani per assecondare la follia nazista. Finita la guerra tornò alla vita umile dei campi lavorando come bracciante e organizzando i suoi compagni nelle leghe contadine. Nel 1950, al culmine di un biennio di lotte bracciantili aspre e difficili, Veronesi aveva solo trent’anni. La sera del 17 maggio si recò presso la corte Schiarino Previdi insieme a due compagni per verificare la presenza di crumiri: fu colpito a morte dai colpi di fucile sparati dall’agrario Grazioli e dai suoi crumiri. Il suo cadavere venne gettato in un fosso a 500mt. dalla tenuta.
Nel 2008, per inquietante parallelismo, un altro bracciante morto, un altro fosso. Vijay Kumar lavorava nella raccolta dei meloni nel Viadanese. Era un pakistano clandestino, un lavoratore sfruttato dai meccanismi perversi del neo-caporalato. Il 27 giugno ebbe un malore a causa del caldo eccessivo e non venne soccorso. Il padrone dell’azienda fece portare il suo corpo agonizzante vicino ad un fosso, dove fu lasciato morire. Negli anni cinquanta ammazzavano chi reclamava diritti, oggi lasciano morire un uomo qualsiasi, immigrato, che fa comodo finché obbedisce e lavora duro senza nessuna tutela.
Ricordare Veronesi ci aiuta a ricomporre il filo rosso che arriva fino a Kumar, fino alle mille facce dello sfruttamento di oggi: la sua storia è stata colpevolmente dimenticata, sepolta dal tempo come un vecchio arnese. Ricordare la sua vicenda umana e politica, l’impegno e il suo omicidio è un modo di “dissotterrare asce di guerra”, sapere quali sono le nostre radici e rendere onore a chi ha lottato prima di noi per una società più libera e giusta.