Manifestazione al polo chimico di Mantova: no alla svendita di Eni/Versalis!

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Questa mattina abbiamo manifestato al polo chimico di Mantova‬ insieme ai lavoratori di ‎Eni‬ / ‎Versalis‬. Lo sciopero ha coinvolto tutti gli stabilimenti italiani del gruppo, con picchi di partecipazione del 100% a Gela e a Brindisi. La multinazionale energetica è infatti intenzionata a svendere il settore strategico della chimica di base per orientarsi verso l’esplorazione ed estrazione di petrolio e gas. Questa svendita di un patrimonio industriale pubblico crea inoltre le condizioni per una crisi occupazionale: per lo stabilimento mantovano non ci sarebbero infatti garanzie per la tenuta del processo produttivo.

Gruppi ristretti di azionisti e manager brindano ai loro guadagni, mentre la maggior parte della popolazione sta vivendo una situazione drammatica: il territorio mantovano ha già sopportato il peso di diverse crisi aziendali e, specialmente nelle aziende di grandi gruppi societari, è stata martoriata da una strategia di annientamento che colpisce i lavoratori, la produzione e l’ambiente, prima con l’inquinamento e poi con le mancate bonifiche. Un “capitalismo straccione” che da vent’anni prosegue senza sosta un pericoloso binomio di delocalizzazioni e dismissioni di capitale pubblico che sta asportando gli organi vitali dell’economia di questo Paese e della nostra città. Ancora più grave quando questa strategia viene attuata dallo Stato per svendere un’azienda pubblica ai privati.

Manca una seria politica industriale e dopo anni di errori strategici mancano drammaticamente una coscienza forte e compatta in tutto il mondo del lavoro, e forze politiche adeguate a dare battaglia contro questa ondata neoliberista. Oggi abbiamo eravamo presenti per dare un impulso alla costruzione di legami solidali tra lavoratori e sostenere le rivendicazioni dei 960 dipendenti mantovani di Versalis e le centinaia di lavoratori dell’indotto.

 

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Vel-ENI: la svendita di Versalis

Senza titolo-1La vicenda Versalis che porterà alla svendita di azioni pubbliche da parte di ENI e che apre una fase di incertezza per migliaia di lavoratori mantovani, non avviene all’improvviso.

Nel luglio 2014, in piena estate e nel silenzio della politica locale, eravamo intervenuti per “unire i puntini” di fatti apparentemente scollegati tra loro. È infatti in corso un lento processo di privatizzazione del colosso energetico, iniziato nel 1995. Una volta al potere, Renzi ha promosso Emma Marcegaglia (nota sostenitrice della privatizzazione) a capo della multinazionale del cane a sei zampe; la sorella di un industriale che ha patteggiato milioni di euro per un processo legato a tangenti ad Enipower ed ex-presidente della Confindustria che, sempre a luglio 2014, chiedeva la cessione di nuove quote azionarie di Eni. Già nel 2012 al battesimo di Versalis si iniziava a parlare concretamente di “liberare risorse” per “risollevare gli stabilimenti in crisi” con esplicito riferimento a quelli italiani ed europei. Ed arrivò l’annuncio per investimenti da 50 miliardi di euro per il gas del Mozambico che si accompagnava all’annuncio dello stop ai finanziamenti per la raffineria di Gela.
Ora la vendita avanza e nel mirino di Eni c’è Versalis: la multinazionale energetica sembra essere più interessata all’esplorazione ed estrazione di petrolio e gas rispetto al settore strategico della chimica di base. L’annuncio dell’amministratore delegato di Eni, De Scalzi relativo alla “ricerca di una partnership per Versalis”, tradotto in soldoni, significa la vendita della maggioranza delle azioni ad una multinazionale privata; un affare che sa di svendita. E purtroppo il cerchio della lenta privatizzazione iniziato vent’anni fa non è nemmeno chiuso. Un trasferimento di proprietà di Versalis, inoltre, crea le condizioni per una crisi senza precedenti: lo stabilimento farebbe ovviamente parte del pacchetto in svendita e non ci sono garanzie per la tenuta del processo produttivo. Questo ha messo in allarme i sindacati e destato preoccupazione tra i 960 dipendenti di Versalis e le centinaia di lavoratori dell’indotto a cui siamo vicini e che sosterremo attivamente nelle loro mobilitazioni.
Piccoli gruppi di azionisti e manager brindano ai loro guadagni, mentre la maggior parte della popolazione sta vivendo una situazione drammatica: il territorio mantovano ha già sopportato il peso di diverse crisi aziendali e, specialmente nelle aziende di grandi gruppi societari, è stata martoriata da una strategia di annientamento che colpisce i lavoratori, la produzione e l’ambiente. Un “capitalismo straccione” che da vent’anni prosegue senza sosta un pericoloso binomio di delocalizzazioni e dismissioni di capitale pubblico che sta asportando gli organi vitali dell’economia di questo Paese e della nostra città.

Solidarietà alle vittime di una guerra sporca

I dati statistici ci informano ogni giorno che la crisi economica non sta colpendo le rendite o i grandi capitali, mentre crollano diritti, certezze e posti di lavoro, uno dopo l’altro, a decine, ormai a centinaia.

I campi di battaglia qui a Mantova sono diversi: Ufi, Burgo, Mps, Wella, Primafrost, etc.; così in alcune coop sociali, nella grande distribuzione organizzata e nelle campagne con il loro carico di sfruttamento di manodopera prevalentemente straniera. Il “bollettino di guerra” si è arricchito di nuove vittime: i 400 lavoratori della Ies e il numero quasi equivalente dell’indotto.

La dirigenza ungherese ha scelto la via più semplice: spostare la produzione nel proprio Paese lasciando a Mantova un piccolo deposito. Alla faccia di chi lavora e del territorio tutto. Una politica industriale, da parte di un’azienda e di uno Stato seri, farebbe scelte coraggiose in termini di investimenti per garantire la produzione e attuare seri percorsi di bonifica in modo da non dovere sacrificare né il lavoro né la salute dei lavoratori e dei cittadini.

Anche qui invece va in scena il capitalismo straccione del “prendi i soldi e scappa”, che succhia tutto quello che può da un territorio lasciando dietro di sè solo degrado, in termini economici, ambientali e sanitari; con una aggravante che guarda ben oltre i confini del Mantovano: va al macero un settore strategico come quello dell’industria della raffinazione; una politica di svendita del patrimonio economico/industriale italiano attuata da anni e concessa, quando non incoraggiata, da tutto l’arco politico.

Il liberismo economico, la “favola” della bontà del libero mercato che ci ha condotto alla crisi, ha come capolinea il disastro più totale, quello del lavoro, dell’ambiente, dei beni comuni e delle vite stesse delle persone. Non crediamo di avere la bacchetta magica, ma sappiamo che il primo passo concreto è quello di solidarizzare con chi sta subendo il peso di queste scelte. Uniti si può costruire una narrazione e un destino comune, per affrontare la crisi dalla parte del lavoro e del territorio senza più concedere nulla a profittatori e sciacalli.