BLOCCATO SFRATTO A MOTTEGGIANA

bastasfrattiIeri abbiamo partecipato a una azione diretta per tutelare una famiglia in difficoltà

La crisi picchia duro, lavoratori italiani e stranieri si trovano in difficoltà e aumentano le fragilità sociali: una di queste è la casa. In un territorio devastato dalla disoccupazione e da migliaia di alloggi sfitti, non possiamo permettere che qualcuno venga sbattuto in strada per le leggi brutali del libero mercato.

Ieri abbiamo sostenuto direttamente una famiglia italiana, padre (disoccupato e non ancora in pensione) e figlio (quest’ultimo invalido che si mantiene con piccoli lavoretti), all’arrivo dell’ufficiale giudiziario: uno sfratto per pignoramento perché il nucleo famigliare non riesce più a pagare il mutuo e la casa è stata rivenduta all’asta; un fenomeno che, nel “problema casa” è sempre più frequente.

La presenza e l’interesse del Sindaco di Motteggiana ha contribuito a portare a casa il risultato del rinvio dello sfratto. Da qui rilanciamo un lavoro di “controllo popolare”, di difesa del diritto alla casa, perché nessuno, specialmente verso l’inverno, rimanga senza un tetto sopra la testa.

 

[Chiunque volesse dare una mano / segnalarci una situazione in cui intervenire ci può contattare attraverso la pagina o via mail]

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La paura dell’uomo nero

quomoneroguerra tra poveri: come e perché e a chi fa comodo

Ogni giorno la nostra vita è inquinata da casi di cronaca, bufale e boiate di propaganda che mescolano lavoratori stranieri, immigrati e richiedenti asilo: dai media e dalle invettive politiche emergono solo criminalità, falsità atroci, omissioni e buonismo scadente con l’unico risultato di aumentare la percezione di insicurezza e scatenare la guerra tra poveri. Noi non ci vogliamo adeguare alla corrente e preferiamo dire due o tre cose meno di comodo, ma sicuramente più utili a comprendere di cosa si sta parlando e preparare gli antidoti al veleno quotidiano.

In Italia oggi ci sono 5 milioni di immigrati provenienti da tutto il mondo e di diverse religioni. Alcuni sono simpatici, altri meno, ma il dato incontrovertibile è che 2.300.000 di loro sono lavoratori e lavoratrici, quasi mezzo milione sono i disoccupati; 800.000 i minorenni scolarizzati. 500.000 sono i piccoli imprenditori, commercianti e autonomi. Tra i lavoratori sono maggiormente diffuse le occupazioni nell’industria, nella logistica e ancora di più nell’agricoltura. Nelle campagne, anche nelle nostre, si registrano diversi casi di caporalato e sfruttamento da parte di imprenditori italiani. Gente che lavora come noi e che dobbiamo definire non in base al colore della pelle e della religione, ma per il fatto che viviamo la stessa crisi; semplicemente “lavoratori stranieri”.

Chi sbarca in Italia dopo essere sopravvissuto a viaggi disumani (gestiti da un traffico mafioso di scafisti) è sempre e comunque un essere umano come tutti noi: non ci sono i “negri in catene” che arrivavano secoli fa alla corte dell’uomo bianco e come noi italiani possono essere onesti e simpatici o degli emeriti cialtroni, provengono da zone povere e in guerra o ricche ma corrotte fino al midollo; per questo non ci stiamo alle generalizzazioni tipo “immigrati di merda” o solo “poveri fratelli migranti”.  Sicuramente finire tra le grinfie di un circuito economico pieno zeppo di errori che ne cura l’accoglienza non alimenta la solidarietà degli italiani e non incoraggia alla fiducia gli ultimi arrivati.

Lo diciamo da tempo e lo ripetiamo che uno stato che privatizza (anche) l’accoglienza, che crea un sistema di arricchimento per pochi soggetti privati, di sfruttamento lavorativo per tanti operatori e che lascia solo delle briciole agli ultimi anelli della catena, ovvero i richiedenti asilo, non è “buonismo di sinistra”,  ma un vigliacco “affarismo di destra; chiunque faccia profitto sull’emergenza profughi o chi ci si infila solo per raccattare soldi e visibilità fa schifo tanto quanto i buffoni neonazisti che ci fanno sopra campagna politica con petizioni, presìdi e altre boiate che colpiscono il richiedente asilo e non tutto il circuito economico. E sia chiaro che entrambe le categorie sono nemiche dell’uguagalianza, della solidarietà e della giustizia sociale.

Ed è pur vero che c’è la criminalità, ci sono i “clandestini” e ci sono i problemi nelle periferìe: proprio perché abbiamo toccato con mano questi problemi, vogliamo dire anche qui due cose molto semplici. Con leggi infami come la Bossi-Fini se un lavoratore straniero che ha faticato per due mesi o dieci anni e perde la sua occupazione, in breve tempo diventa anche clandestino e, per finire nel lavoro nero o tra le grinfie della criminalità, il passo è veramente breve. Tra i milioni di immigrati ci sono sicuramente anche sbandati e piccoli criminali, ma questa –cascasse il mondo- è una minoranza della minoranza continuamente amplificata dai media e da certa politica: indovinate voi il perché. La politica che da decenni è tutta intenta a privatizzare e distruggere lo stato sociale, nel frattempo ha creato le condizioni per sbattere tutti gli immigrati nei quartieri più difficili in modo da creare veri e propri ghetti dove il disagio sociale si fa sentire con più forza: nel disagio e nella ghettizzazione sociale vanno a pescare proprio i radicalismi dei fascio-islamici dell’Isis come i neonazisti di casa nostra.

La crisi economica, sociale e politica sta però colpendo in egual modo lavoratori italiani e stranieri, i disoccupati e i pensionati senza confini di provenienza o di religione. Visto che il problema parte tutto da economia, lavoro e guerra (bombardamenti, esportazione armi, sostegno a dittature corrotte “amiche”) basterebbe questo spaccato orgogliosamente “di classe”  per prendere insieme la rincorsa da sinistra,  ribaltare tutta la retorica che alimenta una lurida guerra tra poveri e colpire finalmente speculatori, banchieri, padroni e politicanti che sfruttano e rubano il futuro a questo paese.
Vogliamo la sicurezza e per ottenerla non servono “stati di polizia”, ma vanno fermate le guerre, la vendita di armi ed il sostegno a dittatori come Erdogan. Vogliamo la sicurezza sociale e per farla serve una politica di welfare che procuri sanità, istruzione, case e una accoglienza slegata dal profitto di pochi: rompendo così con decenni di tagli e privatizzazioni bipartisan.

È ora, prima che sia troppo tardi.

La bomba sociale degli sfratti

stop sfrattiAnche nel Mantovano migliaia di famiglie sono a rischio

Già nel 2012 denunciavamo l’eccessiva disponibilità di case sfitte e di cantieri abbandonati, collegandoli ai 469 provvedimenti di sfratto per morosità a carico di disoccupati, precari e pensionati registrati l’anno precedente. Oggi, la violenza della crisi economica presenta il conto a migliaia di famiglie a rischi, non lasciando più spazio per sorrisi televisivi, passerelle elettorali o improbabili “nemici etnici”. Se il numero dei provvedimenti di sfratto per morosità nel 2015 è salito “solo” a quota 514, le richieste di esecuzione nel Mantovano sono aumentate a 3.849, con un’impennata del 129,79% dal 2014 al 2015. 1 su 325 è il problematico rapporto tra sfratti e numero di famiglie residenti.

Per qualche politico sciacallo sarà semplicemente “colpa” degli immigrati, ma è la solita boiata di propaganda, perché con la crisi arrivano mazzate per lavoratori e disoccupati, italiani e non; il fatto che Mantova abbia migliaia di alloggi sfitti sul libero mercato, frutto di una decennale politica di dissennata speculazione edilizia e di un abbandono della città, deve far riflettere sulle responsabilità della pianificazione del territorio e mette in luce la natura di una bomba sociale. Il ricorso al welfare abitativo ha provato a mettere delle toppe in caso di morosità incolpevole, ma questo non basta più, anche per la progressiva diminuzione dei fondi a disposizione. Il risultato è davanti agli occhi di tutti.

Insieme ad una moratoria sul cemento da rovesciare sulla città, gli Enti Locali (Comune, Regione e Governo Centrale) dovrebbero intervenire per invertire una tendenza ormai ventennale ragionando su un blocco degli sfratti e una maggiore disponibilità di risorse eliminate in nome della “austerità”. La svendita del patrimonio pubblico di case e appartamenti deve essere fermata e lo stesso privato sfitto da anni deve essere disincentivato o, nei casi estremi, recuperato alla collettività per trasformarlo in case popolari a canone calmierato. In quest’ottica andrebbero anche modificati e/o ampliati i parametri di accesso alle graduatorie, con costante monitoraggio dei requisiti di permanenza. Sono indicazioni di buonsenso per una politica che abbia veramente a cuore l’interesse dei cittadini e dei lavoratori e non quello di gruppi speculativi e del mercato.

UNA NUOVA PROVOCAZIONE DI ESTREMA DESTRA A MANTOVA

nazibustersGuerra tra poveri: il neofascista in doppiopetto chiama a raccolta squadristi e naziskin

La crisi economica colpisce in egual modo la maggioranza della società: lavoratori italiani e stranieri, disoccupati, studenti, pensionati etc. È il momento in cui chi sta in basso può prendere coscienza e scegliere di ribellarsi: proprio a quel punto spuntano sempre fuori i burattini sciocchi e violenti del sistema, vecchi e nuovi fascisti come il camerata De Marchi che fanno il loro sporco teatrino di distrazione di massa e di divisione.

Ci vuole una patologia ossessiva o una complicità con chi comanda nel voler fare baccano intorno a minoranze per raccattare voti sulle insicurezze sociali. Il campo di sosta attrezzata di via Guerra conta a malapena una trentina di famiglie di cittadini italiani di etnìa sinta, lo 0,30% della popolazione mantovana. Una piccola storia fatta di ghettizzazione e problemi sociali da cui si può uscire: la maggior parte della popolazione attiva lavora e in molti sono favorevoli alla dismissione del campo. Ma per l’estrema destra questo è un dramma, come farebbero a fare propaganda contro “gli zingheri”?

Fingere che i problemi non esistano è stupido buonismo almeno quanto ingigantirli per fomentare paura e odio: ecco perché fa doppiamente schifo la chiamata alle armi del consigliere De Marchi. Il delicato caso di Roverbella viene utilizzato per indire un presidio contro il campo nomadi di Mantova. Il consigliere rappresentante dell’estrema destra quando governava con Forza Italia ha avuto tempo di sostenere privatizzazioni, speculazioni edilizie mentre invece il tanto disprezzato campo è rimasto lì. Adesso inventa una nuova provocazione e invita dichiaratamente neonazisti, skinhead, associazioni di estrema destra camuffate da civiche a fargli da comparse per la sua commedia. Spera di ottenere visibilità, creare consenso politico sulla paura e magari cercare lo scontro verbale e/o fisico a favore di telecamera.

Per questo, insieme alla crisi, è sempre più chiaro che dobbiamo combattere anche la guerra tra poveri: ogni giorno politici da strapazzo indicano i presunti nemici da combattere, mentre da dietro banchieri, grossi imprenditori e speculatori ci scippano soldi, lavoro, sanità, istruzione, ambiente e la nostra stessa dignità.

Guerra tra poveri

biscottiIn giro c’è una puzza pericolosa: è l’odore della guerra tra poveri che si diffonde tra la popolazione. La alimentano un buonismo miope che nasconde difficoltà e contraddizioni e, soprattutto, le sparate di chi soffia sul fuoco dell’insicurezza sociale delle persone. Proprio in questi mesi partiti e piccoli movimenti xenofobi hanno ottenuto una straordinaria visibilità mediatica, sfruttando a proprio vantaggio queste insicurezze, con lo scopo di diffondere paura e dare risposte semplicistiche ed inquietanti ad un popolo abituato a prendersela con chi sta peggio senza disturbare il manovratore.

Da un lato il sistema economico e politico che per mettere sotto scacco i lavoratori italiani ha creato migliaia di nuovi schiavi immigrati e li ha sbattuti a vivere nelle periferìe delle città, controllando questo modello di propaganda; dall’altro una diffusa ignoranza di chi è pronto a credere a tutto, accettando proprio questo modello. Dalla Lega Nord al Pd la classe politica ha tradito i cittadini, devastato i territori e abbandonato i quartieri e lo ha fatto mentre precarizzava le condizioni di vita e di lavoro di italiani e immigrati; proprio questi ultimi, diventano il capro espiatorio per tutti i mali della società. Milioni di lavoratori immigrati che vivono e lavorano onestamente in Italia spariscono dalle cronache lasciando spazio solo alle notizie di reati. Nonostante gli stranieri in Italia siano a larga maggioranza cattolica/ortodossa si continua a parlare di invasione islamica. Si arriva anche a parlare di case popolari date solo a immigrati quando, dati alla mano, la realtà è diversa: le case popolari, quando gli assessori alla casa non vanno in galera (vedi il caso Zambetti in Lombardia), vengono vendute ai privati e quelle che restano, secondo le fasce Isee su reddito/componenti famigliari, vengono divise tra chi ne ha bisogno senza criteri di nazionalità.

L’alzarsi della tensione mediatica e politica non è dunque casuale: tra i lavoratori e i disoccupati (italiani e non) negli ultimi mesi c’è stato un risveglio, una nuova consapevolezza che indica una politica corrotta ed un sistema economico ingiusto come i colpevoli della crisi e d’incanto spuntano nuovi allarmi e burattini come Salvini ad intasare tutte le trasmissioni radio-televisive per distogliere l’attenzione e alimentare nuove contrapposizioni. Per questo, insieme alla crisi, dobbiamo combattere anche la guerra tra poveri: ogni giorno politici da strapazzo indicano i “nemici” da combattere, mentre da dietro banchieri, grossi imprenditori e speculatori ci scippano soldi, lavoro, sanità, istruzione, ambiente e la nostra stessa dignità. E allora noi dobbiamo darci da fare per togliere il sonno a chi ci vorrebbe divisi e rassegnati: non avendo più paura, unendoci a chi sta nella nostra condizione e riprendendoci tutto quello che ci stanno portando via. Davanti a questa sfida noi non ci tiriamo indietro: che si tratti di solidarietà attiva, di sostegno ai lavoratori o di strappare un quartiere a isolamento e degrado sociale, ogni nostra iniziativa rivendica già un’idea di società e di politica radicalmente diversa da quella prospettata da Renzi, Salvini, Squinzi e Marchionne unitamente a tutta la cricca di profittatori che ha devastato Mantova e l’Italia.

Una città da reinventare

imageLo sfitto commerciale in città sembra tornare al centro del dibattito cittadino: due anni fa, presentato il nostro dossier su casa/cemento e dopo avere partecipato al censimento di protesta “abbassate gli affitti”, la situazione appariva già chiara. Lo spopolamento del centro non era e non è solo questione di crisi economica, ma è leggibile come la risultante di più fattori concatenati: nell’ultimo decennio è stata perseguita la scelta, tutta politica, spontanea o indotta, di decentrare abitanti, negozi e istituzioni. Uffici pubblici ai margini della città, speculazioni edilizie (non solo) di tipo abitativo, pochi parcheggi e privati, più un numero abnorme di centri commerciali, hanno semplicemente esteso la superficie cittadina, stravolgendo, nei fatti, l’uso degli spazi urbani. Le case rimangono sfitte, gli antichi palazzi del centro restano spesso vuoti e abbandonati alle ingiurie del tempo, il passaggio ed il passeggio si spostano altrove e i negozi chiudono. Lo stesso volto del centro, quello delle botteghe e dei cinema storici, è stato colpito da una bizzarra idea di “modernità” sregolata che ha cancellato le tracce della storia recente di Mantova.

mantegnaoldNemmeno vent’anni fa il centro cittadino era attraversato dalle “vasche” di migliaia di mantovani e, dal grande evento all’associazione giovanile, si potevano trovare concerti musicali e attività persino in piazza Mantegna: tra centri commerciali luccicanti e divieti oggi siamo arrivati ad una piazza deserta e completamente video-sorvegliata; intanto anche grandi concerti (Arisa, Tiromancino etc.) vanno in scena nei non-luoghi, nel falso centro storico ricostruito all’Outlet a fini commerciali.
Chi ha voluto tutto questo? Chi ha fatto scelte suicide per i cittadini e per l’economia mantovana? Quello che abbiamo davanti è l’epilogo di un percorso lento e drammatico che, alla prova della crisi, è esploso fragorosamente in mille pezzi insieme ad una visione miope del centro storico e della città.

Solo guardando, nella loro interezza, ai mali che affliggono Mantova partendo dai sintomi e analizzando le cause storiche (e politiche), possiamo davvero ipotizzare una riappropriazione dello spazio urbano che sia di tipo nuovo: parliamo di percorsi integrati e partecipati di rilancio della città che devono interessare il pubblico, il privato, i cittadini, le associazioni e i commercianti, in un’ottica che non può più pensare solo all’interesse individuale (o privatistico) ma ad una visione reale di bene comune.

Serve il coraggio di cambiare rotta e di marcare una discontinuità rispetto agli ultimi quindici anni con idee, persone e competenze nuove: parliamo di concessioni temporanee di affitti speciali per l’avvio di nuove attività o per luoghi di aggregazione sociale (specie quelli di vicinato nei quartieri), sgravi per i giovani che intendono mettere su casa in centro, il recupero di edifici abitativi danneggiati, magari di proprietà pubblica, per darli da ristrutturare e poi da abitare a disoccupati tramite percorsi di autorecupero e coesione sociale già sperimentati in nord-Europa.

Tiriamoci su le maniche, perché c’è molto da lavorare, per Mantova.

Verso il primo maggio: andiamo Controvento

arise3Per protesta contro le aperture selvagge che hanno annullato le festività laiche e religiose negli ultimi anni abbiamo prodotto beffe creative, striscioni, azioni e finti manifesti pubblicitari che riprendevano lo stile dei grandi marchi del commercio per “sovvertirne” il messaggio; questa volta invece abbiamo scelto di ribaltare il significato degli originali. I manifesti 6×3 del concerto di Arisa che si terrà all’Outlet il primo maggio, collocati a Mantova e a Bagnolo, sono stati il veicolo della protesta creativa per trasmettere messaggi diversi. Strisce di carta e colla ed ecco che l’orario del concerto viene coperto con un “Non è mai festa al” che si aggancia a “Mantova Outlet” e che, dopo “concerto gratuito” vede aggiungere un perentorio “lavoratori in svendita”. Una operazione di “guerriglia” culturale per scatenare un dibattito e finirla con l’ipocrisia. L’ipocrisia di vedere i cittadini (spesso a loro volta lavoratori) trasformati in consumatori ossessivi; l’ipocrisia di vedere un’Europa (specialmente quella occidentale) in cui giorno festivo significa “negozi chiusi” e un’Italia in cui il parlamento ha legiferato solo per servire al meglio i colossi della grande distribuzione organizzata a danno del piccolo commercio e di chi lavora. E poi ci sono loro, migliaia di donne e uomini che vivono quotidianamente il ricatto occupazionale: a loro vent’anni di riforme del lavoro di centrodestra-centrosinistra-tecnici hanno solo stretto un cappio intorno al collo.

Li nominiamo per ultimi nonostante essi siano il perno di tutto e, semplicemente, siamo noi. “Ultimi” perché per combattere efficacemente insieme e per organizzare la leva che può scardinare tutto il congegno, bisogna prima colpire e distruggere strati e strati di narrazioni tossiche che hanno avvelenato le menti e l’immaginario collettivo. Per questo la nostra azione non è stata né una “goliardata” né un mordi e fuggi, ma l’abbiamo vista come la nuova tappa di un percorso che ha prodotto riflessioni ,dibattito, ragionamenti e nuovi contatti; le risposte fin qui ottenute hanno portato alla luce quel conflitto latente e quella linea di confine che, anche in tempi di populismo ed interclassismo, continua a separare gli sfruttati dagli sfruttatori. Su siti e social network hanno preso parola e visibilità i precari e, talvolta, i loro famigliari: quelli che nella narrazione dominante non esistono e che non hanno più una rappresentanza. Proprio loro e non gli attivisti hanno scagliato una rabbia genuina contro chi è orgoglioso di andare nei centri commerciali per le festività, contro i padroncini che intimano di “smetterla di lamentarsi”, gli economisti da bar o i qualunquisti che invitano a “ringraziare chi ti dà lavoro”.
Sappiamo bene che migliaia di “sonnambuli” continueranno a riempire i centri commerciali durante le festività, barattando centri storici, musei e l’aria aperta con dei non-luoghi dedicati al consumo. Siamo però consapevoli che, rispetto a 3-4 anni fa l’aria sta cambiando: tra chi lavora inizia ad esserci una insofferenza sociale che esige risposte. Tra chi consuma (cioè altri lavoratori) è più forte la consapevolezza che questo sistema di sfruttamento e di consumismo è una gigantesca fregatura per tutte e tutti.

Per il primo maggio i sindacati confederali hanno proclamato uno sciopero nella grande distribuzione e un presidio al mattino davanti all’Outlet di Bagnolo San Vito. Non ci illudiamo che un solo sciopero e un presidio possano piegare un colosso del commercio che compra ampi spazi pubblicitari sui media e che ha arruolato persino la vincitrice di Sanremo 2014, ma abbiamo scelto di essere lì. Parteciperemo forti del nostro impegno, delle nostre parole d’ordine fatte di solidarietà e lotta, cercando di coinvolgere lavoratori e lavoratrici incontrati durante le vertenze di questi mesi.
L’impatto della crisi nel mantovano è devastante: sotto i colpi di delocalizzazioni, chiusure pilotate e dei ricatti occupazioni cadono i diritti e i posto di lavoro a migliaia tra Burgo, Mps, Pompea, Primafrost, Ies etc.; così in alcune coop sociali, nella grande distribuzione organizzata e nelle campagne con il loro carico di sfruttamento di manodopera straniera. Il “bollettino di guerra si è arricchito di nuove vittime: i lavoratori del macello di Bagnolo, situato proprio a 50 mt. dalla “città della moda”.

Nessuno si salva da solo da questo attacco, solo uniti possiamo costruire una narrazione e un destino comune senza più concedere nulla a profittatori e sciacalli. Per resistere all’attacco, per immaginare l’alternativa e per costruire il cambiamento: uniti siamo tutto.

No Esselunga: quattro mesi di solidarietà attiva contro la speculazione


Il gruppo Esselunga a dicembre 2013 ha inviato ai mantovani card prepagate da trenta euro che, nelle intenzioni della campagna marketing del gruppo milanese , avrebbero dovuto alimentare l’individualismo e “comprarsi” il favore dei cittadini. Una fallimentare richiesta di sostegno per il contestato ipermercato a Porta Cerese che abbiamo cercato di rovesciare culturalmente e attivamente.

Mantova tra decine di ipermercati, migliaia di case sfitte e “magoni” di cemento abbandonati non ha bisogno di una nuova speculazione, né di nuovi ipermercati: Il progetto “Esselunga” è parte di questo scenario ed è solo l’ultima fregatura che viene confezionata per una città martoriata dalla crisi e da un ventennio di cemento e privatizzazioni; grazie a (im)prenditori avidi e una classe politica complice, il tessuto sociale è andato in pezzi, le fabbriche e le sicurezze sono andate scomparendo. Mentre sfumano le promesse di cambiamento e dei “tunnel sotterranei” dell’Amministrazione di centrodestra in carica, ecco che già si prepara il ritorno di film già visti, con improbabili “mercati sotterranei” e i sempiterni “laghi balneabili” come sparate elettorali per continuare ad abbindolare i cittadini. Forti del nostro impegno continuativo contro il trasversale partito del cemento e degli interessi privati, abbiamo lanciato una raccolta tessere per opporci a tutto questo con la solidarietà dal basso.

L’obbiettivo dichiarato è stato quello di realizzare una “carovana” di recupero di prodotti alimentari; una azione solidale slegata da carità o beneficenza, da realizzare con la “ricchezza virtuale” dei trenta denari offerti da uno dei tanti grandi imprenditori che vedono Mantova e i suoi cittadini solo come un grande business. La raccolta delle card prepagate da trenta euro in poco meno di un mese ha visto la partecipazione attiva di molte decine di cittadini che, nel consegnare agli attivisti la tessera, hanno espresso la loro contrarietà all’ennesima operazione di speculazione nell’area urbana; una opposizione che passa anche per l’adesione all’idea che quella piccola somma individuale andasse utilizzata in modo diverso.

Presso i Superstore Esselunga di Brescia, Verona e Bologna, in pochi mesi sono state effettuate spese collettive per decine di carrelli. Già durante la fase di raccolta, insieme alle persone che hanno partecipato all’iniziativa, erano state individuate una serie di realtà a cui fare riferimento per la consegna dei beni. L’idea di base è stata quella di sostenere lavoratori e disoccupati, italiani e immigrati: la crisi ci colpisce sempre più duramente e non fa distinzione di sesso, nazionalità o gruppi sociali. I beni sono stati così consegnati ai chi ne aveva bisogno, grazie ai contatti nei presìdi operai delle aziende in crisi e nell’associazionismo che assiste le nuove povertà emergenti nei quartieri. Con la nostra azione abbiamo potuto portare generi alimentari al presidio della Cartiera Burgo, ad alcuni lavoratori lasciati a casa dalla Ies, a famiglie senza più un reddito. Spese e beni di prima necessità sono stati recuperati per gli ex-protagonisti della cosiddetta emergenza profughi, i richiedenti asilo stranieri aiutati dall’associazione Mantova Solidale. È stato possibile anche aiutare il centro alluvionati di Bastiglia (Mo), la Caritas di San Benedetto Po e, nonostante non sia mai abbastanza, il canile ed il gattile di Mantova.

Bruce Springsteen nella sua “We take care of our own” annunciava: «dobbiamo prenderci cura noi della nostra gente, perché non dobbiamo contare che sulle nostre forze»: siamo convinti che tutte queste iniziative, dall’opposizione alla privatizzazione degli spazi pubblici, fino ad arrivare ai percorsi di solidarietà attiva, possono rappresentare una prima risposta concreta alla crisi esono solo parte di un lavoro plurale per costruire la Mantova futura; per questo, con testardaggine, continuiamo a seminare e coltivare l’idea di una città diversa, in cui impegnarsi concretamente per ricostruire vere forme di solidarietà mutualistiche, spontanee e volontarie,  è uno dei motori del cambiamento.

eQual 

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NO Esselunga: carrelli di solidarietà attiva

0Continua l’impegno di eQual contro la città del cemento e degli interessi privati in favore della Mantova di chi la vive e ci lavora. La raccolta delle card da 30 “denari” di Esselunga in poco meno di un mese ha visto la partecipazione attiva di molte decine di cittadini che, nel consegnarci la carta prepagata, hanno espresso il loro NO all’ennesima operazione di speculazione nell’area urbana; una opposizione che passa anche per l’adesione all’idea che quella piccola somma vada utilizzata in modo diverso. Le tessere che negli obbiettivi della campagna marketing del gruppo lombardo dovevano alimentare altro individualismo e “comprarsi” il favore dei cittadini, ieri e oggi sono state utilizzate presso l’ipermercato Esselunga di Desenzano del Garda per realizzare una prima “carovana” di prodotti alimentari. Durante la raccolta delle card, insieme alle persone che hanno partecipato all’iniziativa, sono state individuate una serie di realtà a cui fare riferimento per la consegna dei beni. In primis sosterremo lavoratori e disoccupati, italiani e stranieri: la crisi colpisce sempre più duramente e non fa distinzione di sesso, nazionalità o etnìa. Abbiamo stretto contatti nei presìdi operai delle aziende in crisi e nell’associazionismo che assiste le nuove povertà emergenti nei quartieri. 3Una parte dei fondi verranno utilizzati per portare aiuti anche nell’Emilia colpita dalla recente alluvione; un intervento che riprende quanto avevamo già iniziato nel 2012 durante il periodo del terremoto con l’esperienza  della rete solidale. Oggi pomeriggio un’auto carica di aiuti è partita da Mantova alla volta del centro di distribuzione di  Bastiglia, in provincia di Modena.
Infine non vogliamo dimenticare anche le realtà che, tra mille difficoltà, assistono gli amici a quattro zampe: una parte delle nostre “spese” sarà infatti destinata a gattili e canili.
Sappiamo che tutte queste iniziative, dall’opposizione alla privatizzazione degli spazi pubblici, fino ad arrivare ai percorsi di solidarietà attiva, non sono la risposta definitiva alla crisi e sono solo parte di un lavoro plurale per costruire la Mantova futura; proprio per questo, siamo però convinti che impegnarsi concretamente per ricostruire vere forme di solidarietà mutualistiche, spontanee e volontarie,  sia uno dei motori del cambiamento.

La POSTA in gioco – riprendiamoci la cassa!

Durante la mattinata di giovedì 14 novembre, attivisti del gruppo eQual hanno volantinato davanti alle poste centrali di Mantova sul tema della “rapina” in corso a danno dei risparmiatori. In Italia sono circa 12 milioni le famiglie che affidano i loro risparmi alle Poste. Questi soldi vengono gestiti da Cassa Depositi e Prestiti (CDP) che nel 2003 è stata privatizzata diventando una società per azioni. Questo significa che mentre per oltre 150 anni quei soldi sono serviti facilitare gli investimenti dei Comuni in opere pubbliche e servizi, dal 2003 vengono utilizzati per aumentare i profitti di grandi speculatori e Fondazioni Bancarie. Con i nostri soldi vengono favoriti i mercati finanziari, si finanziano le privatizzazioni e lo smantellamento dei servizi pubblici essenziali e infine si finanziano grandi opere, inutili e devastanti per i territori.
I risparmi dei cittadini ammontano a oltre 230 miliardi di euro.  Con quei soldi si potrebbero fare molte cose per uscire dalla crisi come tornare a finanziare a tasso agevolato gli investimenti degli enti locali per le opere pubbliche e servizi sociali; finanziare la riappropriazione sociale dei beni comuni, a partire dal servizio idrico, come stabilito dal vittorioso referendum del 2011. Finanziare la messa in sicurezza delle scuole e il riassetto idrogeologico del territorio; finanziare la sanità, il trasporto pendolare, l’istruzione, la formazione, la ricerca e le aziende in crisi, a partire da quelle occupate dai lavoratori e abbandonate da chi preferisce investire sui mercati finanziari. Vogliamo una Cassa Depositi e Prestiti al servizio di un altro modello di economia sociale territoriale.
Dicono che i soldi non ci sono. Non è vero: ci sono, sono tanti e sono nostri.
Tutti dobbiamo fare qualcosa per invertire la rotta! Per questo anche a Mantova aderiamo alla campagna nazionale per far tornare completamente pubblica la CDP cacciando le Fondazioni Bancarie. Vogliamo che siano coinvolti i risparmiatori, i cittadini, i lavoratori e le comunità locali nelle scelte sul come e dove destinare i soldi.
Ne parleremo anche all’incontro con Luca Martinelli il 30 novembre, a partire dalle 18 alla Cartiera Burgo. Riprendiamoci quello che ci appartiene: i beni comuni, la ricchezza sociale, il futuro.