SE L’È CERCATA

stuproUna testimonianza-riflessione sul tema della violenza sulle donne verso le manifestazioni di questa sera e di sabato a Mantova

“Violenza di uomini sulle donne: ho letto tanti commenti a proposito delle violenze sessuali, ho letto commenti terribili e terribilmente superficiali. E anche quei commenti sono violenza e di certo non ne è responsabile la donna che la subisce.
È violenza se un uomo ti tocca e tu non vuoi, figurarsi quando ti prende a sorpresa, ti sbatte per terra e con una mano ti stringe la gola e poi ti sale sopra e ti schiaccia contro l’erba e la terra. Una mano ti stringe la gola, con l’altra tira giù i pantaloni e ti strappa le mutande. Si slaccia i pantaloni e li abbassa, tu tenti di gridare ma lui ti stringe la gola, cerchi di divincolarti ma il suo peso è come piombo. Ti rimane una possibilità e cominci a strappargli i capelli con una forza che non pensavi di avere; cerchi di impedirgli di aprirti le gambe ma non basta. Urli ma nessuno ti sente perché in quel momento non passa nessuno. Le tue suppliche suscitano grasse risate.

Che strano, sto raccontando in terza persona, eppure sta capitando a me. Ecco, ce la faccio, riesco a buttare della terra negli occhi e non so come, ma riesco a scappare. Corro, vado a casa, racconto tutto a mia mamma. Lei mi aiuta. Vado a letto. Mi sveglio ma da quel momento non sono più la stessa. Non esco più, non riesco a sopportare la sola vista di un ragazzo o uomo, nessuno mi può toccare, nemmeno la mano di mia madre per una carezza. Poi un giorno, tanto tempo dopo, decidi di continuare a vivere ma non sarai mai più la stessa. Si è rotto qualcosa e non farai più l’amore da donna libera.

Avevo 17 anni.”

Abbiamo voluto condividere l’esperienza di un’amica e compagna per riflettere sulla violenza praticata dagli uomini sulle donne per parlarne, perché numeri e statistiche non tolgano peso e significato al dramma che vivono le vittime.

Perché ai terribili dati delle violenze sulle donne, uccise, stuprate, molestate o perseguitate, c’è anche una violenza più subdola: ci sono poi il linguaggio, quello utilizzato dai media e sui social, il giudizio sulla vittima, su come si veste o si diverte e, ancora, la strumentalizzazione che vorrebbe ricondurre questi drammi a questioni etniche o religiose. Tutto questo rappresenta l’ennesima aggressione alle donne.

Perché quando una donna subisce violenza non è mai per colpa sua. ”Aveva una gonna troppo corta”, ”Era ubriaca”. Sono tanti gli stereotipi usati come giustificazione, quando invece “la colpa” più diffusa delle violenze è di essersi prese la libertà di decidere, di essersi sottratte al controllo. Parlarne e provare a cambiare tutto questo non è una questione che riguarda solo le donne.

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L’8 marzo e le maledette discriminazioni sul lavoro

Nel 1908 una conferenza tenuta dal Partito socialista di Chicago prese il nome di “Woman’s day” e al suo interno si discusse dello sfruttamento compiuto dagli industriali ai danni delle operaie costrette a salari da fame e orari di lavoro massacranti, vittime di discriminazioni sessuali ed escluse dal diritto di vot. Nel 1910 l’Internazionale socialista riunita a Copenaghen decise di istituire una giornata alla fine di febbraio dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne. Nel 1917, durante la prima guerra mondiale e in risposta a due milioni di soldati russi morti in guerra, le donne russe scioperarono richiedendo “pane e pace”. Nonostante l’opposizione dei leader politici le donne non si fermarono. Il resto è storia: quattro giorni dopo lo Zar fu costretto ad abdicare ed il governo provvisorio concesse alle donne il diritto di voto. Quella storica domenica cadeva il 23 febbraio del calendario giuliano allora in uso in Russia, corrispondente all’8 marzo del calendario gregoriano. La connotazione fortemente politica e antimilitarista della Giornata della donna, contribuì alla perdita della memoria storica delle reali origini della manifestazione.

Oggi, nonostante il tempo trascorso e l’evoluzione del ruolo delle donne nell’ambito della partecipazione sociale, lavorativa e politica, resta ancora molta strada da fare. Nel mondo del lavoro, nonostante la crisi abbia paradossalmente ridotto il divario di genere (nel periodo 2007/2014 il tasso di occupazione maschile è passato dal 70% al 64% mentre quello femminile si è mantenuto più o meno stabile dal 46,6% pre-crisi al 46,2%), le condizioni delle lavoratrici restano peggiori di quelle dei lavoratori per salario, sottoccupazione e sovra-istruzione. Nessun miglioramento del lavoro delle donne, semplicemente la condizione di lavoro maschile peggiora più di quella femminile. Il Global gender gap report del World Economic Forum che misura il divario di genere nel mondo piazza l’Italia al 41esimo posto su 145 paesi. E se guardiamo alle opportunità economiche delle donne, solo Turchia e Malta fanno peggio di noi in Europa.

Una italiana in media guadagna 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo. Una donna su quattro lascia il lavoro quando aspetta un figlio, In Italia dopo la maternità continuano a lavorare solo 43 donne su 100. Le donne più degli uomini sono relegate nello svolgimento di lavori con contratti precari e con part-time spesso involontari. Combattono con la discontinuità lavorativa, a causa della difficile conciliazione tra lavoro e famiglia, che si traduce spesso in una scelta dolorosa fra lavoro e famiglia, e che si riflette negativamente anche nell’età pensionabile, con pensioni più basse del 40% rispetto a quelle degli uomini.

Si regalano ancora le mimose ma si dimentica che queste erano considerate “sovversive” in quanto simbolo di lotta operaia femminile; nell’immediato dopoguerra le donne venivano arrestate e incarcerate per un gesto che oggi appare “banale” agli occhi di certa intellighenzia progressista e un modo furbo di cercare consenso per forze politiche che con l’emancipazione della donna non hanno nulla a che spartire. Possiamo continuare a “dirlo con un fiore”, certo, senza dimenticare che una società iniqua che ancora discrimina le donne dal punto di vista sociale e lavorativo, è una società che va rovesciata a partire dalle fondamenta.