L’assessore con la valigia pronta

baroncelliL’ASSESSORE CON LA VALIGIA PRONTA
Ovvero la politica della carriera personale

Abbiamo atteso qualche giorno prima di esprimerci sulla “disponibilità” dell’Assessore Baroncelli ad accettare la chiamata del Pd di Roma er un incarico nella possibile giunta Giachetti . La difesa del Sindaco dagli attacchi strillati dell’opposizione e la “dichiarazione di voto” dell’assessore con la valigia danno una brutta immagine della politica nostrana.

Lorenza Baroncelli è un’esterna della Giunta Mantovana: dopo i giri in vespa elettorali dell’anno scorso, l’archistar Stefano Boeri ha posizionato in città una sua collaboratrice. Nominata dal Sindaco “assesssore alla rigenerazione urbana”, si era presa l’impegno di rigenerare Mantova nei cinque anni di mandato. Una sfida ambiziosa, un grande onore e ancora di più un grande onere. Non è questo il luogo, ma resta da capire come faccia un assessore alla rigenerazione urbana a non dire nulla ed essere favorevole ad un nuovo palasport di cemento da piazzare sull’erba di un quartiere periferico e semi-abbandonato.
Passa poco meno di un anno e si apre per la Baroncelli la possibilità di un incarico a Roma in caso di vittoria del PD. Per serietà e fedeltà all’impegno preso con la città di Mantova ci si aspetterebbe che l’assessore ringraziasse dell’opportunità e declinasse l’invito. Invece no, la Baroncelli accetta, prepara le dimissioni e fa le valigie. A questo punto il Sindaco invece di mettere un freno a questa follìa, difende la scelta del suo assessore dicendole che è una ottima occasione di crescita lavorativa e che è stata scelta anche grazie alla buona nomèa di Mantova. Senza contare che il suo nome è già sul sito ufficiale della squadra di “Giachetti Sindaco”.

Chi inizia un percorso e si prende un impegno politico con la città ha il dovere di portarlo a termine: lasciare frettolosamente un incarico appena iniziato per un lavoro più prestigioso lascia intendere di pensare più al proprio curriculum che al bene di Mantova. Non sappiamo se il PD romano riuscirà a vincere a Roma nonostante i suoi disastri e Mafia-Capitale, ma se abbiamo un amministratore pubblico che freme dalla voglia di un impiego prestigioso nella Capitale vada pure. In caso di sconfitta, tuttavia, Mantova non potrà di certo avere un assessore che se ne sta lì con le valigie pronte in cerca di offerte migliori, atteggiamento che sembra essere avvallato dallo stesso Sindaco.

San Bendetto Po: elezioni e guerra tra poveri

Guiornali guerra tra poveriL’amministrazione comunale e la Lega Nord scrivono una brutta pagina della storia di San Benedetto: a pochi mesi dalle elezioni, passa una mozione tutta politica dove i danni, i fallimenti dei governi e l’inettitudine degli enti locali degli ultimi vent’anni viene scaricata sulle spalle dei richiedenti asilo. Nell’immagine la lettera scritta dagli attivisti di San Benedetto e del Basso Mantovano e apparsa sui quotidiani locali, qui sotto il testo inviato con il titolo: “San Benedetto Po: #elezioni e ‎guerra‬ tra poveri”.

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Gentile direttore, nel corso del consiglio comunale del 30 luglio 2015 la giunta Giavazzi/Gozzi del comune di San Benedetto Po ha approvato a maggioranza un ordine del giorno dalla Lega Nord, sfruttando di fatto la situazione di difficoltà di due richiedenti asilo minorenni per fare bassa campagna elettorale. A meno di un anno dalle prossime elezioni, sembra già chiaro sulla pelle di chi si vuole provare a vincere: di fronte al collasso dei servizi locali per i tagli dello Stato è molto più pratico e utile scaricare i fallimenti di venticinque anni di governi di centro-destra e centro-sinistra sulla pelle degli ultimi arrivati.

I servizi assistenziali sono allo stremo non certo per colpa dei richiedenti asilo e denunciarlo pubblicamente richiede il coraggio delle amministrazioni comunali in una battaglia seria contro i provvedimenti dei governi –incluso l’attuale- che hanno provocato il dissesto degli enti locali. Una sacrosanta battaglia che la giunta di San Benedetto Po – e le sue opposizioni – non hanno la volontà né la capacità di affrontare. Anche la modalità d’accoglienza deve essere modificata radicalmente per fare luce sulle troppe opacità del sistema (vedasi il caso “Mafia Capitale” e i suoi legami con la destra romana, compresa quella di Alfano).

C’è bisogno inoltre di amministratori – e opposizioni- capaci di lavorare per il bene dei cittadini in difficoltà anche in assenza di scadenze elettorali. Non abbiamo di certo dimenticato il fatto che nessun membro dell’attuale giunta si sia fatto avanti per una semplice firma di solidarietà per le lavoratrici della Lavanderia Facchini o per risolvere il problema dell’arsenico nelle falde. Se il sostegno ai bisognosi è una priorità di questa amministrazione c’è da chiedersi perché abbiano atteso fino ad oggi per dichiarare che i soldi per assistere le persone in difficoltà non bastano. Pur non condividendo diverse delle scelte e degli sprechi economici di questa amministrazione, pensiamo che agire per tutelare dei minori strappati alle loro famiglie sia un modo nobile per utilizzare i fondi comunali, fondi che in ogni casi verrebbero rimborsati dallo Stato.

Non lasciamoci fregare da chi vuole sfruttare l’infezione della guerra tra poveri per il proprio tornaconto elettorale. Mentre queste persone ci spingono a litigare per le briciole, altrove pochi altri si mangiano tutta la torta ed è là che bisogna guardare.

Amministrative 2015 a Mantova: vince l’astensionismo, sconfitta la politica

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Finite le elezioni si sentono commenti e ragionamenti di ogni tipo: da quelli più entusiastici a quelli più critici passando per veri e propri “inchini” alla corte dei vincitori. Noi proviamo a fare un paio di riflessioni di analisi e prospettiva per comprendere meglio la situazione.

L’ASTENSIONE

Partiamo da un dato certo: la percentuale schiacciante dell’astensionismo. Mantova è sempre stata una città “ad alto tasso di partecipazione” in termini elettorali e questa volta lo schiaffo è stato forte con ben cinque elettori su dieci che hanno disertato le urne. La storica componente “menefreghista” ha lasciato spazio ad un esercito di delusi dalla politica locale e nazionale che non si sentono più rappresentati. Molti di coloro che oggi si lanciano in mirabolanti analisi sulle ragioni dell’astensione sono gli stessi che sostengono (o hanno sostenuto) quei partiti che hanno ignorato sistematicamente le istanze provenienti dai cittadini (dal referendum sull’acqua pubblica alle mobilitazioni contro il jobs act, etc.) aumentando di fatto un senso diffuso di impotenza e di scarsa fiducia nell’azione collettiva.

Come se ciò non bastasse, a livello locale l’emersione di dodici candidati sindaco e un esercito di aspiranti consiglieri per una città di piccole dimensioni ai più è sembrata una boiata senza senso. I picchi del –19% e -16% di affluenza registrati a Borgo Angeli e nella zona di Colle Aperto/Gambarara rispetto alle comunali del 2010 lasciano ben intendere che al di là dei soliti slogan in questi anni si è fatto ben poco per rompere l’isolamento delle periferie cittadine. E le solite promesse questa volta non sono bastate.

IL NUOVO QUADRO POLITICO

Indubbiamente si è imposto il candidato Palazzi e il Partito Democratico, suo riferimento politico. Nelle elezioni locali (e maggiormente con una affluenza bassa) partono sicuramente favoriti coloro i quali possono contare su una macchina elettorale ben oliata; in questo senso il Partito Democratico e la sua propaggine civica della “lista gialla” non avevano concorrenti. Allo stesso modo si potrebbe anche affermare che a parte Palazzi non c’erano altri candidati in grado di essere validi competitor sul piano elettorale. E nel momento in cui bastano due elettori su dieci per avere la maggioranza, si fa presto a stravincere una tornata elettorale.

Bassa politicizzazione, un intenso lavoro comunicativo e una pioggia di euro per costruire la campagna elettorale hanno determinato la creazione di un profilo “giovane” per uno dei candidati politicamente più vecchi di questa tornata amministrativa: chi ha un po’ di esperienza e di memoria conosce il curriculum politico (anche quello che talvolta viene omesso) del futuro sindaco e non è caduto nella trappola dei mantra tipo: “sì ma quando ha sbagliato era giovane” o i “vabbè adesso è diverso e farà grandi cose” con la quale è stata “cementata” la sua nuova storia politica. Un tentativo di far dimenticare in pochi mesi 5 anni di incapacità politica all’opposizione e i disastri delle amministrazioni che hanno preceduto quella di Sodano.

La sinistra politica esce a brandelli da questa tornata elettorale come accade ormai da anni: non ci interessa fare anche noi i grilli parlanti locali, ma viste le interlocuzioni sul tema politico-elettorale portate avanti dall’autunno con i compagni di Sel e Rifondazione, possiamo evidenziare alcuni nodi critici. È evidente che senza un progetto di lunga durata di ricostruzione seria, radicale, radicata e non velleitaria non si va da nessuna parte. I risultati confermano che non basta più dire “siamo la sinistra, votateci”, così come non basta nemmeno accodarsi al carro del vincitore: esemplare è la schizofrenia di SeL che per tatticismo nazionale osteggia Renzi come male assoluto e poi qui a Mantova è pienamente nella coalizione del partito di Renzi, una nuova unità di centrosinistra benedetta dal giovane yuppie durante la sua visita di aprile.

La destra paga lo scotto di cinque anni di degrado politico-istituzionale. La candidata Bulbarelli ha improvvisato una campagna elettorale per chiudere l’era Sodano e al contempo provare ad aprire una nuova partita politica. Un tentativo inutile realizzato portandosi dietro i resti di Forza Italia, una Lega Nord dilaniata e i proto-para-neo fascisti che si chiamano come un film di Neri Parenti del 1989. E visto che Photoshop costa meno di un chirurgo plastico, la risposta alle locandine inverosimili di Giorgia Meloni l’ha data De Marchi. Il camerata (ex)leghista si è fatto un bel fotoritocco per i suoi manifesti e per la sua lista: dopo anni passati a sostenere tutto il peggio della giunta di centrodestra è passato all’opposizione ed è stato buttato fuori dal suo partito. Ha quindi riunito dissidenti della Lega Nord, i suoi lacché neofascisti e qualche cittadino per mettere in piedi un progetto politico di destra radicale, blandamente “civico”, con l’obiettivo dichiarato di provocare una emorragia di voti al partito padano.

Il Movimento Cinque Stelle stacca un deludente 7%. Senza un candidato forte e largamente condiviso e con un lavoro politico sul territorio che deve ancora decollare, incamera voti solo grazie al brand nazionale efficace.

E poi ci sono i civici, la grande sorpresa: un’asfaltata generale e traumatica che ha cancellato i piccoli potentati di questo e quel faccendiere della politica. Praticamente tutte le liste cosiddette civiche ruotavano intorno ad un ex-qualcosa o ad un politico in cerca di rivalsa: dall’ex ciellino e assessore Pdl riconvertito in civico, fino al “renziano fuori dal pd, ma più renziano di quelli del Pd”; senza dimenticare chi ha fatto delle giravolte e della ricerca di poltrone un affare personale, arrivando a perdere l’equilibrio e la ragione.

CHE FARE?

Per noi, che di questa elezione eravamo osservatori attenti e interessati, il segnale è chiaro: il cambiamento per il quale siamo nati e per il quale abbiamo dato vita ad eQual non può più aspettare. E questo cambiamento non ammette scorciatoie e/o illusioni elettoralistiche: se vuole essere incisivo deve prima radicarsi nella realtà e nella società con una lavoro costante, quotidiano e serio.
Mantova ha bisogno di un modo nuovo di intendere la politica, di una pratica attiva della solidarietà a vantaggio dei più deboli accompagnata da una capacità di illuminare i fatti della vita della nostra comunità con parole chiare e capaci di motivare all’azione per incidere e cambiare radicalmente la realtà che ci circonda. Siamo pronti.

Al lavoro!

Salvini e Lega: non ci facciamo fregare

salveeneeIn questa campagna elettorale mantovana sono già stati paracadutati diversi big della politica nazionale per accaparrarsi ogni voto disponibile e a giorni arriverà anche Matteo Salvini della Lega Nord. Per uscire dalla crisi del suo partito Salvini ha scelto una strategia aggressiva che abbraccia le peggiori pulsioni di estrema destra; il tutto viene fatto passare come una specie di “buonsenso degli italiani” in contrasto con immigrati, profughi, omosessuali, zingari, terroni e “comunisti”. Non male per il leader di un partito di disonesti che è stato al governo del paese per 11 anni varando leggi che hanno reso più precari i lavoratori (italiani e non), devastato beni comuni, stato sociale e territorio. Molto esponenti leghisti sono imputati (o già condannati) per aver rubato i soldi dei cittadini facendosi gli affari propri. Nonostante le risse interne e le scissioni, Salvini guida la stessa Lega Nord che a Mantova‬ ha appoggiato la giunta Sodano mentre privatizzava l’acqua dei mantovani e dava il via libera per nuove cementificazioni (con ambigue amicizie con soggetti sospettati di essere legati all’ndrangheta…) e in mezz’ora di comizio spera di far dimenticare tutte queste vergogne. La questione immigrazione con le sue problematiche oggettive, sotto il peso della crisi e di forti campagne mediatiche – di cui diverse costruite su falsi clamorosi -, diventa perfetta per infettare una società senza anticorpi: la guerra tra poveri è un ottimo serbatoio di voti e la Lega Nord arriva a fomentare divisione anche tra nuovi e vecchi immigrati. Salvini‬, come ‪#‎Renzi‬, è un Matteo “figlio di papà” che non ha mai fatto qualcosa di diverso dalla politica e che non ha un orizzonte alternativo a questo sistema in fallimento. Come un bravo burattino agita sul web e in tv campagne d’odio per distogliere l’attenzione dalle reali ragioni della crisi e da chi si sta arricchendo alle spalle della stragrande maggioranza della popolazione (italiana e non), ma col suo 13% sta già tornando tra le braccia di Forza Italia e di quel Berlusconi che da sempre è il padrone della Lega Nord. E ad un burattino chiassoso e squallido si risponde con la serietà: tra una politica che diventa una scatola di promesse elettorali o, peggio, propaganda odio, noi non ci facciamo distrarre. Fermare l’infezione della guerra tra poveri è un dovere, ma il cambiamento non arriva con una ricetta già pronta: inizia coinvolgendo le persone sulle problematiche concrete e proponendo alternative percorribili. Lì dove c’è stato abbandono sociale lavoriamo per ricostruire legami tra le persone e i lavoratori in senso mutualistico e solidale. Dove la città e l’ambiente sono stati violati e sfruttati per il profitto di pochi, ripensiamo lo sviluppo del nostro territorio dalla parte del bene comune dei cittadini. Così seminiamo la cultura del cambiamento e togliamo spazio a quelli come Salvini e ai loro spot elettorali: lavorando con umiltà e serietà, giorno dopo giorno.

Elezioni amministrative 2015


Mantova è arrivata ad un punto cruciale in cui non è più possibile credere alle favole o alle cure miracolose di questo o quel candidato: la città sta soffrendo i colpi della crisi e pagando le strategie politiche degli ultimi quindici anni che l’hanno condannata al declino. Un centro svuotato, quartieri desertificati socialmente e commercialmente, case sfitte e cemento incompleto, trasporti pubblici e viabilità in condizioni critiche, insieme ad una pesante insicurezza sociale, sono solo alcune istantanee di una città che qualcuno ha deliberatamente portato al collasso in una quindicina di anni.

Siamo una associazione impegnata sul fronte politico e sociale di base, nata poco meno di tre anni fa; dopo una lunga discussione sui nostri obiettivi e compiti, abbiamo fatto la scelta di non partecipare in alcun modo alle già troppo affollate elezioni amministrative di Mantova e cerchiamo di spiegarne i motivi in una attenta riflessione.

Il fallito “cambiamento” del centrodestra

15751Nonostante sia rimasto a galla fino all’ultimo, il Sindaco Sodano esce sconfitto da un quinquennio iniziato con la promessa di un’epoca di “cambiamento”. La sua amministrazione (Forza Italia, Lega Nord, Civici Benediniani, Udc) si è contraddistinta per una certa continuità con quelle precedenti: in settori strategici per lo sviluppo della città, il ritornello è sempre stato lo stesso dell’ultimo decennio con cemento, supermercati, telecamere, parcheggi a pagamento e “favori” agli amici; solo un po’ meno di quanto già fatto in precedenza dal centrosinistra, complice la crisi, e con quel piglio destroide necessario per caratterizzare la propria azione politica. Un percorso iniziato con la “guerra agli accattoni” che, per contrappasso, è finito ad elemosinare voti e salvagenti per non affondare. Il centrodestra in via Roma è stato infatti dilaniato da guerre interne in cui partiti e liste civiche si sono spartiti assessorati, commissioni e posti nei consigli di amministrazione, salvo poi abbandonare lentamente la nave come topi quando questa ha iniziato ad imbarcare acqua. Solo in fase terminale si è aggiunta la tempesta dell’inchiesta antimafia che ha scosso ulteriormente l’istituzione comunale vedendo coinvolto direttamente il sindaco Sodano.

Il centrosinistra: un gruppo dirigente “temporaneamente” all’opposizione

Dai banchi della minoranza nessuno ricorda un assedio politico rilevante per fermare, ad esempio, il PGT con le sue nuove cementificazioni o la privatizzazione dell’acqua dei mantovani sostenuta dall’Amministrazione Sodano. Quasi cinque anni di opposizione al Pd non sono bastati per riflettere sui propri errori e presentarsi per tempo con idee, personalità nuove e competenze forti: I Democratici di Sinistra prima e il Partito Democratico poi hanno incarnato in tutto e per tutto la governance di un preciso “Sistema Mantova”. Speculazioni edilizie, privatizzazione delle municipalizzate, centri commerciali, Turbogas, svuotamento (e blindatura videosorvegliata) del centro storico ridotto ad una bomboniera, magoni di cemento abbandonati nelle periferie, parcheggi privati, Mantovaparking, eliminazione delle circoscrizioni (in ottemperanza alle scelte dell’allora Governo Prodi bis) e tanto altro ancora non sono un lascito della destra, ma una precisa strategìa politica che, tra il 2001 e il 2010, il centrosinistra tutto (Ds, Margherita, Idv e Verdi – con i naufraghi di questa esperienza pronti a riproporsi nel Pd o in SeL) ha attuato in Comune ed in Provincia con solo pochi distinguo. Qualcuno col passare del tempo dimentica o chiede di “non guardare al passato”: noi non ci adeguiamo a questo ritornello, anche perché vivere la città concretamente significa sbattere ogni giorno il muso contro tutti questi scempi. Oggi il Partito Democratico di Mantova difficilmente può essere alternativo allo stesso sistema di cui è stato fautore per anni e a poco servono trucchi elettorali o l’inserimento di nuove leve come garanzia di rinnovamento, se la vecchia guardia è sempre presente.

palaburchiIntorno al Pd, inoltre, si agitano ben due ex sindaci diessini che rivendicano uno spazio elettorale che indubbiamente serve ad indebolire il proprio partito di riferimento e il candidato ufficiale, Palazzi, e a confermare la teoria secondo cui la politica mantovana non ha più nulla da offrire e gli stessi nomi degli ultimi quindici anni continuano le loro guerre personali. Nel caso del ventilato ritorno di Gianfranco Burchiellaro, poi, ritornano alla mente le cementificazioni, il turbogas le multiutility e tutta quell’epoca buia dei primi anni Duemila. Insieme a lui il pensiero va ai suoi fedeli esecutori, gli assessori e i consiglieri che lo accompagnarono e che, con lui o contro di lui, sono tutti nuovamente in gara: basta riprendere l’elenco dei componenti della maggioranza 2000-2005 per rendersi conto che tutta quella compagine si ripresenta, sotto insegne diverse, a partire da chi non ha mai lasciato l’aula di via Roma o a chi per anni è stato paracadutato nei cda delle ex-municipalizzate.

Politica elettorale e partecipazione

Sempre gli stessi nomi, sempre le stesse facce? Quando si oppone questa obiezione ci si sente spesso rispondere che si tratta di una condizione obbligatoria che deriva dall’assenza dei mantovani dalla partecipazione politica attiva. È certo che poco e nulla sia mai stato fatto dalla politica ufficiale per incentivare la partecipazione, come purtroppo avviene in tanta parte del territorio nazionale, sostituendo il coinvolgimento e l’ascolto con un percorso puramente competitivo e limitato al periodo (pre)elettorale.
Quante volte abbiamo sentito: “lasciateci lavorare, poi tra cinque anni deciderete con il voto se abbiamo fatto bene o male”. Quante volte la politica elettorale riduce il confronto politico alla scelta del meno peggio. Quante volte viene riproposta la personalizzazione della politica in base alla quale il problema dipende esclusivamente dalla credibilità e capacità di questo o quel candidato.
L’allontanamento dei cittadini dalla partecipazione attiva è stato scientemente voluto facendoci credere che fosse fatto nel nostro interesse, per liberarci da incombenze noiose, per semplificare e per rendere più veloce il percorso amministrativo. Di fatto ha determinato solo l’allontanamento del livello decisionale dai cittadini e l’annullamento da percorsi democratici di richiesta e ascolto, lasciandoci solo istituzioni lontane, incapaci di un confronto diretto e di dare concretezza ad un progetto di territorio che non sia invece frutto di singoli interessi particolari.

Il tempo dell’alternativa

3110Siamo convinti che i tempi dell’alternativa non siano dettati dalle scadenze elettorali e che serva una forte sincronìa per riuscire ad intrecciare nuovi percorsi politici virtuosi con il momento delle elezioni; per questo riteniamo che, al momento, una alternativa credibile alla gabbia dell’alternanza centrodestra/centrosinistra a Mantova non sia praticabile per via elettorale. In questi anni ci sono stati significativi momenti di iniziativa politica e sociale che hanno avvicinato persone e sensibilità diverse in modo inclusivo e costruttivo: in particolare pensiamo al grande movimento contro le ordinanze securitarie della Giunta Sodano tra il 2010 e il 2011, alla mobilitazione per salvare l’area di Lago Paiolo dall’ennesima speculazione, alla generosità di chi si è speso per il grande risultato referendario del giugno 2011 (risultato sull’acqua bene comune poi tradito politicamente in modo bipartisan) o ancora il percorso di contrasto all’ennesimo tentativo di insediamento del movimento neonazista di Forza Nuova, sempre nel 2011. In quelle occasioni le maggiori forze politiche sono state pressoché assenti o comunque marginali e, sempre lì, erano state praticate nuove alleanze sociali tra singoli e sigle non rappresentate nelle istituzioni mantovane; esperienze di cui quasi nessuno ha fatto tesoro.

Diversi attivisti/e che oggi sono in eQual sono stati attivi/e e protagonisti di quella stagione. il gruppo eQual è nato poco meno di tre anni fa al termine di un ciclo generoso di rinascita di impegno sociale. Abbiamo puntato da subito a portare idee e pratiche nuove sul territorio: ripensandolo, riattualizzando linguaggi e pratiche di solidarietà attiva tra lavoratori e cittadini e rinunciando ad identitarismi e stereotipi che contraddistinguono (e limitano) il campo visivo di sinistra. Davanti e dentro alle fabbriche, nei quartieri periferici, nelle piazze del centro, protestando in Consiglio Comunale e sul web in un tempo tutto sommato ridotto, siamo stati capaci di ricostruire un profilo concreto e credibile di impegno socio-politico di base; se da un lato siamo soddisfatti del lavoro svolto e di quanto abbiamo costruito tra le persone, con le associazioni e nel tessuto vivo del territorio, sul versante politico abbiamo toccato con mano la quasi totale impermeabilità delle strutture politiche pre-esistenti.
La scorsa estate abbiamo ricevuto sollecitazioni da iscritti all’associazione e da diversi simpatizzanti per sapere se eQual sarebbe stata all’interno della competizione elettorale. Non siamo nati con un approccio elettoralista, ma abbiamo voluto sondare lo stesso il terreno per valutare lo stato di cose presenti, guardando per tempo, costruttivamente ed in prospettiva al momento elettorale: facendolo abbiamo preso atto che una volontà di rinnovamento anche nel momento più basso e logoro della crisi politica ed economica non è all’ordine del giorno.
Rispettiamo le scelte di altre soggettività, ma crediamo che non si possa promettere una nuova stagione per Mantova scegliendo la subalternità al Pd, oppure di “rifondarla” a partire dagli ultimi ingranaggi di un meccanismo rotto da tempo o, ancora, presentarsi come l’alternativa forti di un brand nazionale di successo, ma dalla ricaduta territoriale pressoché nulla.

Concludendo, è ormai palese che non saremo presenti alle elezioni amministrative per il Comune di Mantova: né con il nostro simbolo associativo, né in coalizione con altre realtà politiche. Un reale e radicale cambiamento prima di essere portato all’interno delle istituzioni, dovrebbe prima essere prodotto nella società. Ed è a questo che noi puntiamo. Non siamo interessati ad avere una piccola percentuale da usare per mercanteggiare posti di potere con i partiti più grandi, né ad infilare in aula dei rappresentanti con dietro il nulla e nemmeno ad avere posti chiave se la porta da aprire rimane blindata dagli alleati e dai loro interessi più o meno confessabili. Il cambiamento e l’alternativa necessari non ammettono scorciatoie o illusioni: si costruiscono innanzitutto nei quartieri, nelle mille contraddizioni di questa città, sui posti di lavoro, nella partecipazione delle persone e nel lavoro politico quotidiano. Solo cosi potremo avere la forza necessaria per incidere e cambiare veramente la realtà dei fatti.

L’estate del partito del cemento

In questa fine estate sfiera cteatenai è ricominciato a parlare di due speculazioni edilizie, una più degradante dell’altra. Nel quartiere di Fiera Catena c’è uno dei migliori manifesti elettorali a cielo aperto di Mantova: un cantiere abbandonato, uno scheletro di cemento con le fondamenta allagate in cui prosperano rane e topi. Il centrosinistra vi ipotizzava un palagiustizia, il centrodestra voleva ridimensionarlo in una cittadella dei servizi; il simbolo del trasversale partito del cemento dalle idee piccole e dalle grandi betoniere che è saldamente al potere da anni. Nessuna riflessione è stata fatta sul valore storico-culturale del borgo della “fiera”, delle sue case e della sua gente. Niente nemmeno sulla ex-ceramica che, sull’esempio del Parco Dora di Torino, potrebbe diventare un piccolo spazio aggregativo che ibrida le vecchie strutture industriali con campetti sportivi e luoghi culturali.
La stampa locale ci informa inoltre del fatto che il centrosinistra di Comune e Provincia è contrario all’attuazione del piano edilizio Te-Brunetti/Nuovo Ospedale (area ex-lago Paiolo) che, invece, l’attuale maggioranza di centrodestra potrebbe avviare limitandosi, per ora, alla sola parte commerciale/direzionale.
Qualcosa non torna: nel 2009 il progetto fu approvato dall’amministrazione Brioni con una parziale opposizione del centrodestra, della sinistra e di diverse associazioni e comitati protagonisti di raccolte di migliaia di firme e manifestazioni. Una immensa opera di speculazione edilizia di 100mila metri quadrati: quattro edifici di otto piani con destinazione commerciale, direzionale e residenziale e di altri edifici a tre piani che ospiteranno negozi al piano terra e, sopra, alloggi e uffici. Oltre trecento gli appartamenti da realizzare: altra edilizia abitativa nella città che vanta oltre cinquemila alloggi sfitti e centinaia di vetrine abbandonate. Cinque anni dopo i cantieri non sono mai partiti, ma il centrodestra ha cambiato idea e il centrosinistra, nel gioco delle parti pre-elettorale, si dichiara formalmente contrario all’operazione.

Questi sono i temi concreti con cui avvicinarsi alle elezioni,  le prospettive future su cui creare confronto politico. Ma come è possibile farlo se diversi “nomi” che girano sono stati interni al problema? Come può emergere una idea diversa di città quando il dibattito politico è basato esclusivamente sulla ricerca del “cavallo vincente”?
Nel frattempo noi tutti stiamo pagando anni di partito del cemento dove un regime monopartitico ha disegnato una nuova Mantova: più grigia e sfigurata dalla cementificazione.