La battaglia nella grande distribuzione riguarda tutti

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Il presidio al centro commerciale “La Favorita”. (Foto di Sara Romanelli)

Sabato 7 novembre i lavoratori e le lavoratrici della grande distribuzione hanno incrociato le braccia per l’importante sciopero generale nazionale della categoria. La mobilitazione ha colpito grandi gruppi quali Ikea, Carrefour, Coin e Auchan, tutti appartenenti a Federdistribuzione, associazione fuoriuscita da Confcommercio e che negli ultimi tempi sta impersonando il ruolo del nuovo padronato.

I centri commerciali si affacciano alla ribalta del conflitto sociale in tutta la loro ambiguità di “non luoghi”: dietro le vetrine e le luci artificiali si nasconde una corsa al ribasso dove a prevalere è la diminuzione della qualità dei prodotti e lo sfruttamento della forza lavoro. Una situazione che sta provocando la rabbia di un settore che conta mezzo milione di lavoratori che iniziano a  non sentirsi più tali ma veri e propri schiavi costretti a lavorare secondo i tempi imposti dagli imprenditori e dal profitto e non nel rispetto dei tempi di vita. La liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura del decreto “Salva Italia” di Monti ha rappresentato il classico “dalla padella alla brace”, aprendo di fatto le porte ad una completa ridefinizione dei rapporti contrattuali. Emblematica è stata la vertenza Ikea: dopo aver promosso per anni la partecipazione e la condivisione sindacale, il colosso svedese ha deciso di convertirsi al “verbo federdistirbutivo” cancellando con un violento colpo di spugna 25 anni di accordi.

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Lavoratori e lavoratrici in sciopero all’Ipercoop Virgilio.

Alla luce di questo quadro va perciò letta la buona riuscita dello sciopero del 7 novembre (il secondo del settore, dopo quello indetto dall’USB il 1 Novembre scorso), che oltre a quello della logistica, è stato l’unico sciopero generale degli ultimi mesi.
Nella nostra provincia i dati diffusi dalle sigle sindacali parlano di un’alta adesione nei centri commerciali Coop (l’80% a Suzzara e Penny, sopra al 60% al Virgilio e 50% alla Favorita) e di una bassa adesione nelle altre catene commerciali presenti in città. Davanti all’Ipercoop la Favorita si è concentrato il presidio più numeroso, partecipato da oltre un’ottantina di persone: importante e significativa è stata la partecipazione della FIOM con delegazioni provenienti dalle fabbriche Marcegaglia e Belleli, oltre alla segreteria provinciale. Buona partecipazione anche ai presidii davanti all’Ipercoop Virgilio e alla coop di Suzzara (presenti anche in quel caso delegazioni Fiom).

DSC_0066Come eQual abbiamo partecipato numerosi/e portando con noi l’immancabile striscione “un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti” per provare a dire una cosa semplice: lo sciopero riguardava tutti, clienti compresi. E questo non per generica solidarietà, ma perché non esiste lavoratore in Italia che non stia sperimentando direttamente i tagli salariali, l’incertezza sul futuro, la crescente prepotenza padronale. A giudicare dalle reazioni, dalle chiacchiere di chi si è fermato spontaneamente a parlare, il messaggio era immediatamente condivisibile: la tendenza all’allungamento della giornata e della settimana lavorativa, senza distinzione tra feriale e festivo (pagati sempre meno) è una delle tendenze generali in atto in ogni comparto lavorativo.

La partecipazione allo sciopero è stata per noi un’altra tappa di un percorso iniziato nel 2012 a fianco dei lavoratori del Faschion District, un percorso che ci vede in prima linea nella battaglia politica, sindacale e culturale contro l’arroganza di chi vorrebbe obbligarci ad abbassare la testa e metterci gli uni contro gli altri.
Che si parli della grande fabbrica, della grande distribuzione o delle cooperative dei trasporti oggi è chiaro che solo i lavoratori e le lavoratrici che si organizzano e manifestano uniti possono fare la differenza contro un regime di sfruttamento legalizzato da provvedimenti sul lavoro iniqui come il Jobs Act del governo Renzi.

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NO Esselunga: carrelli di solidarietà attiva

0Continua l’impegno di eQual contro la città del cemento e degli interessi privati in favore della Mantova di chi la vive e ci lavora. La raccolta delle card da 30 “denari” di Esselunga in poco meno di un mese ha visto la partecipazione attiva di molte decine di cittadini che, nel consegnarci la carta prepagata, hanno espresso il loro NO all’ennesima operazione di speculazione nell’area urbana; una opposizione che passa anche per l’adesione all’idea che quella piccola somma vada utilizzata in modo diverso. Le tessere che negli obbiettivi della campagna marketing del gruppo lombardo dovevano alimentare altro individualismo e “comprarsi” il favore dei cittadini, ieri e oggi sono state utilizzate presso l’ipermercato Esselunga di Desenzano del Garda per realizzare una prima “carovana” di prodotti alimentari. Durante la raccolta delle card, insieme alle persone che hanno partecipato all’iniziativa, sono state individuate una serie di realtà a cui fare riferimento per la consegna dei beni. In primis sosterremo lavoratori e disoccupati, italiani e stranieri: la crisi colpisce sempre più duramente e non fa distinzione di sesso, nazionalità o etnìa. Abbiamo stretto contatti nei presìdi operai delle aziende in crisi e nell’associazionismo che assiste le nuove povertà emergenti nei quartieri. 3Una parte dei fondi verranno utilizzati per portare aiuti anche nell’Emilia colpita dalla recente alluvione; un intervento che riprende quanto avevamo già iniziato nel 2012 durante il periodo del terremoto con l’esperienza  della rete solidale. Oggi pomeriggio un’auto carica di aiuti è partita da Mantova alla volta del centro di distribuzione di  Bastiglia, in provincia di Modena.
Infine non vogliamo dimenticare anche le realtà che, tra mille difficoltà, assistono gli amici a quattro zampe: una parte delle nostre “spese” sarà infatti destinata a gattili e canili.
Sappiamo che tutte queste iniziative, dall’opposizione alla privatizzazione degli spazi pubblici, fino ad arrivare ai percorsi di solidarietà attiva, non sono la risposta definitiva alla crisi e sono solo parte di un lavoro plurale per costruire la Mantova futura; proprio per questo, siamo però convinti che impegnarsi concretamente per ricostruire vere forme di solidarietà mutualistiche, spontanee e volontarie,  sia uno dei motori del cambiamento.

Mantova: tra betoniere e carrelli

Nel quadro sconsolante di speculazione edilizia e declino della vita sociale ed economica della città, la querelle tra il Comune di Mantova e quello di San Giorgio su un nuovo insediamento commerciale alle porte di Mantova rasenta la schizofrenia.

Mantova, tra città e hinterland, è circondata da almeno dodici insediamenti alimentari della grande distribuzione e cinque centri commerciali. Un “gigantismo” che mette d’accordo amministratori pubblici, profittatori e gruppi edilizi, spesso per le entrate che questo rappresenta inizialmente per le casse pubbliche, ma che nel medio e lungo periodo si trasforma in un gravissimo danno per il territorio, spegnendo i negozi di vicinato e oscurando le vetrine del centro storico, senza contare che in queste strutture precarietà e sfruttamento del lavoro sono la regola. Non è certo un’ottica di “servizio” a guidare i nostri amministratori: abbiamo una media di grandi strutture commerciali quasi doppia rispetto a quella di altre città lombarde, il tutto inserito in almeno un decennio di speculazioni edilizie che, tra città e provincia, hanno fatto sparire sotto il cemento 5500 ettari di terreno. Oneri edificatori o indennizzi non possono giustificare e farci accettare tutto questo. L’ultimo Pgt di Mantova completa questo lungo “decennio” con l’outlet di viale Fiume e il contestato Esselunga tra lo stadio e Palazzo Te. San Giorgio rilancia con il progetto di un Martinelli da 4500mq a ridosso della città. Sui media sono volate “scintille” tra gli amministratori dei due comuni, ma sono emersi due dati inquietanti: nessuno intende recedere dai propri progetti dimostrando di non pensare minimamente al consumo del territorio o alle esigenze dei propri cittadini, introducendo il principio, attraverso un “indennizzo economico”, che il danno arrecato alle botteghe, proprie e del comuni limitrofi, sia solo una questione di prezzo. Delle due l’una: davanti a questi dati oggettivi bisogna essere “folli” o avere un “interesse particolare” per continuare a portare avanti questo tipo di progetti. Oppure l’incapacità di avere una visione d’insieme, che vada oltre i propri confini amministrativi e i limiti temporali di un mandato elettorale. C’è poi l’aggravante che, come in una catena, gli altri comuni dell’hinterland (vedi Porto Mantovano e Marmirolo) si preparano a farsi la guerra a colpi di ipermercati e cemento, nell’errata convinzione che questo rappresenti una ricchezza.

Chi vive e lavora a Mantova, inteso come territorio intero e non solo come città, deve gridare un forte “basta” a questo scempio. È chiara la necessità di mettere un freno a nuove costruzioni, recuperare l’esistente, fornire incentivi per chi cerca casa e chi vuole aprire un negozio, ridare attrattività al centro storico e sostenere chi non arriva a fine mese; tutte queste non sono solo parole di buonsenso sociale, ma una indicazione politica che va in senso nettamente opposto a quanto abbiamo subìto, silenziosamente, negli ultimi dieci anni. Arrivati a questo punto si può e si deve fare, prima che del tessuto economico e sociale di questo territorio rimangano solo le macerie.

eQual
gruppo di iniziativa sociale