Documentario: la salute negata, il futuro contaminato

Ecosin, canale web dedicato a temi ambientali, ha realizzato un documentario sulla situazione del SIN (Sito di Interesse Nazionale) Laghi di Mantova/Polo Chimico; durante le riprese, come eQual, abbiamo aiutato la troupe ad orientarsi nella “nebbia” (atmosferica e metaforica) che ammanta il tema partecipando anche alla sua realizzazione. Dopo un paio d’anni di “peripezie” tipiche per chi fa giornalismo d’inchiesta in un Paese come l’Italia, il filmato è stato pubblicato online nei giorni scorsi.

Quando nel 1946 venne presa la decisione di costruire a Mantova un polo chimico nessuno pensava ai danni che tale insediamento avrebbe provocato all’ambiente. Ora siamo di fronte a un progressivo declino che dura da decenni, pagato a caro prezzo dallo Stato italiano come sostegno alla produzione (che per farlo usa ovviamente le tasse dei suoi cittadini) e pagato soprattutto con la vita di chi ci ha lavorato e di chi vive attorno a quell’area. Galleggiando su un lago di surnatante fatto di idrocarburi, a suon di ricatti occupazionali e con la “promessa” di bonifiche ferme all’1% dell’area, chi fa profitto continua a farlo opprimendo la città e mortificando i lavoratori di tutta l’area che occupa il 15% del suolo comunale con le sue sedici aziende.

Documentari come quello girato da Ecosin, servono a smascherare il sistema di aggressione del territorio a scopo di rapina che lascia sul campo inquinamento, disoccupazione e degrado. È il capitalismo feroce e straccione che la politica ha servito e riverito negli ultimi due decenni.

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Expo 2015: affonda il padiglione galleggiante

expomongolfieraLa voce girava già da qualche settimana, ma ora è una conferma: il padiglione galleggiante di Expo 2015 non si farà. A soli quattro mesi dall’inaugurazione della controversa esposizione internazionale non ci sono i soldi per realizzarlo, né la gara d’appalto per costruirlo. Quando nella nostra inchiesta di settembre (bit.ly/inchiestaEXPO) denunciavamo l’insensatezza del progetto e la mancanza di una adeguata copertura economica avevamo visto bene cosa stava succedendo.

Il progetto del padiglione galleggiante non ha mai entusiasmato i mantovani a partire dal fatto che il tema Expo è distante dal nostro territorio e, man mano che ci si avvicina all’evento, questo sia sempre più sinonimo di corruzione, speculazione e precarietà lavorativa. Inoltre l’opera sul lago inferiore non è mai stata ben definita: prima una torre, poi una “più economica” piazza con mongolfiera; una costosissima e inutile opera in mezzo al lago che anziché evocare i padiglioni galleggianti dei Gonzaga sarebbe finita a fare da “ponte” ideale tra il castello di San Giorgio e le fabbriche Burgo e Ies, cancellate dalla geografia operaia della città.

Economicamente si trattava di uno “scherzetto” da 350mila/450mila euro (nelle ultime dichiarazioni ridotti a 320.000 euro) cosi ripartiti: la Camera di Commercio 50mila euro, la Provincia 20mila, il Comune 20mila, la Fondazione Cariplo 75mila e il Parco del Mincio 10mila euro assieme a Confindustria. Ad oggi 40.000 euro sono già stati versati dal Politecnico direttamente all’archistar portoghese Souto De Moura che ha ottenuto anche la cattedra all’Università di Mantova. Per confermare una attitudine tutta “provinciale” sembra inoltre che “l’attrazione” mantovana per l’Expo sarà ridotta al mulino galleggiante di Revere in trasferta sui laghi cittadini; questo insieme al “museo del maiale in 3D” per la cui realizzazione è stato aperto un bando creativo.

Se da un lato siamo soddisfatti perché un’opera inutile non verrà realizzata, dall’altro assistiamo all’ennesimo fallimento della classe dirigente locale. Quanto tempo ed energie sono stati spesi per questo buco nell’acqua? Mantova è stata martoriata dalla crisi e da un ventennio di cemento e privatizzazioni mentre grazie a (im)prenditori avidi e una classe politica complice il tessuto sociale è andato in pezzi e le fabbriche e le sicurezze sociali stanno scomparendo.
Ci ripetono che non ci sono soldi per la ristrutturazione delle case pubbliche, per la messa in sicurezza del territorio o per la ripubblicizzazione dei beni comuni come l’acqua e la sanità, mentre non passa giorno senza che qualche inchiesta giudiziaria scopra come ingenti fondi pubblici siano utilizzati per speculazioni e grandi opere inutili: per questo siamo convinti che Expo 2015 puzzi di marcio, dalla testa milanese fino ad arrivare a Mantova.
Un atto dovuto, di dignità e di giustizia sociale sarebbe quello di destinare tutti i fondi stanziati per l’improbabile padiglione galleggiante alle vere emergenze sociali del territorio: casa, lavoro e tutela dei beni comuni per tutti/e.

Montedison: una sentenza storica?

img792Montedison: un processo carico di aspettative e una sentenza che, ci dicono, essere storica. Dopo 14 anni di indagini e perizie e di processo penale, il giudice ha emesso nel tardo pomeriggio del 14 ottobre la sentenza sulle 73 morti nello stabilimento ex Montedison di Mantova, provocate, secondo l’accusa, dai veleni scaturiti dalle varie lavorazioni chimiche. Dieci dei dodici manager imputati sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio colposo di undici operai, quelli che si sono ammalati di mesotelioma per l’esposizione all’amianto. Per la prima volta in Italia è stato accolto il nesso di casualità tra esposizione al benzene e l’insorgere di leucemia.

Qualcuno afferma che finalmente giustizia è stata fatta: a noi sembra, pur nella sua rilevanza, una giustizia a metà. Lo è per il riconoscimento di 11 omicidi su 73 casi e per il mancato riconoscimento del dolo per omissione di cautele. Lo è perché ci piacerebbe, per una volta, che ci fosse una seria analisi del sistema produttivo di allora, ma in larga parte non molto distante da ciò che avviene oggi; un sistema nel quale la vita delle persone vale meno dei profitti.
Mancanza di cautele, scelte al ribasso nelle valutazioni del rischio per lavoratori e ambiente: tutto questo rende immediatamente esigibili i maggiori profitti, il resto –rischio di indagini e riconoscimento di colpevolezza- è affidato ad un semplice calcolo di probabilità, di solito molto scarse per la difficoltà di controllo e indagine, per i tempi e i risultati processuali che a volte si concludono dopo la morte degli imputati e quindi senza diretti colpevoli (vedi Eternit o Belleli); oppure con possibili responsabilità impassibili da far valere per continue trasformazioni societarie, rimpalli o ricorsi. Quando si tratta della vita delle persone e della salute dell’ambiente, le cautele e le attenzioni dovrebbero essere attivate prima, non dimostrate in sede processuale: troppo spesso assistiamo alla violazione del principio di precauzione e, quando questo principio non viene rispettato e fatto rispettare, si continuano ad incentivare iniziative economiche che mettono in pericolo la salute umana, animale e vegetale, nonchè la protezione dell’ambiente.

Ora ci chiediamo quale probabilità avremo, tutti noi, di vedere soddisfatto il nostro desiderio di giustizia circa le responsabilità per tutti quei veleni scaricati nell’aria, nell’acqua o affossati nel terreno in questi anni. Il rischio attuale è di continuare a pagare noi, con la nostra salute, ma anche con i soldi della collettività, che poi sono sempre i nostri, un ambiente contaminato la cui bonifica non viene attuata da chi dovrebbe farsene carico.

VelENI d’estate

veleniNegli scorsi giorni l’ENI ha annunciato un “ridimensionamento” della propria presenza in Italia con la riorganizzazione della raffineria di Gela e degli impianti di Taranto, Porto Marghera, Livorno e del petrolchimico di Priolo. Si parla di decine di migliaia di posti di lavoro a rischio nel medio termine; una crisi che potrebbe colpire anche i 4 mila lavoratori mantovani (compreso l’indotto di autotrasportatori, facchini, addetti pulizie etc.).
La Versalis, con sede in via Taliercio, a due passi dalla IES, è infatti una società chimica soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Eni S.p.A, che gestisce la produzione e la commercializzazione dei prodotti petrolchimici provenienti dall’impianto di Marghera.  In più Versalis produce l’olone, sostanza che serve per produrre a sua volta i filati per le calze del distretto di Castel Goffredo e anche del Bergamasco. Da via Taliercio escono anche polistirolo e altri isolanti che servono all’edilizia; così le plastiche per realizzare oggetti di vario tipo e per rivestire i cavi elettrici. Le aziende dell’industria automobilistica di Castiglione e non solo si approvvigionano a Mantova di materiale plastico per stampare fanalerie e paraurti.
I sindacati hanno reagito a questo annuncio proclamando per il 29 luglio un imponente sciopero nazionale per i dipendenti della multinazionale, con manifestazione a Roma.

Questa operazione rappresenta molto probabilmente il primo passo per la definitiva privatizzazione dell’ENI, avviata nel 1995. Non è un caso che a capo di quella che è una delle più grandi multinazionali nel settore petrolifero sia stata nominata dal governo Renzi la “nostra” Emma Marcegaglia, che spingeva per la sua privatizzazione già nel 2011, proprio dopo il patteggiamento del fratello Antonio per milioni di euro relativi ad una tangente proprio al gruppo Enipower. Qualcuno ha creduto che, in quanto “donna del territorio”, la Marcegaglia avrebbe avuto un occhio di riguardo in questi tempi di crisi: sbagliato, gli squali fiutano la paura e sbranano di conseguenza.
Non è nemmeno un caso che pochi giorni fa sul quotidiano di Confindustria (Il Sole 24 Ore) si auspicasse un intervento del governo per cedere un’ulteriore quota del 5% “al mercato o a qualche altro fondo sovrano”. Il piano industriale che hanno in serbo per l’Italia Renzi e Confindustria.

Già nel 2012 al battesimo di Versalis si iniziava a parlare concretamente di “liberare risorse” per “risollevare gli stabilimenti in crisi” con esplicito riferimento a quelli italiani ed europei con un occhio di riguardo, a livello di investimenti, per quelli extra-europei. In quest’ottica può essere letto l’annuncio di Renzi relativo a investimenti pari a 50 miliardi di euro per  il gas del Mozambico.  Un settore strategico in cui il mondo occidentale fa a gara per accaparrarsi partnership con i Paesi emergenti. Le parole non sono nostre ma il: “Ci servono joint-venture per penetrare nei mercati del Medio ed Estremo Oriente, dell’America Latina e del sud-est asiatico. Così avremo presenza commerciale e poi, in una seconda fase, potremo valutare se insediare stabilimenti”  di Daniele Ferrari (nel 2012 ad) era già abbastanza esplicito. ENI sta indirizzando i propri investimenti in Paesi dove le legislazioni sui diritti del lavoro, le legislazioni ambientali e quelle anti-corruzione permetterebbero al colosso petrolifero di spremere al massimo nuovi territori e nuova forza lavoro. É la favola del “libero mercato che si autoregola”, certo, con un livellamento verso il basso di chi sta(va) meglio.

Così Gela è già in mobilitazione: l’annuncio di non volere riavviare l’attività produttiva della raffineria e di voler stracciare l’accordo (firmato solo lo scorso anno) che garantiva 700 milioni di euro di investimenti, ha portato a scioperi e blocchi stradali da parte di centinaia di lavoratori siciliani. Due giorni fa un nuovo colpo di teatro: Salvatore Sardo di ENI sostiene di non voler chiudere l’impianto di Gela, bensì di “riconvertirlo” alla produzione green investendo molto di più dei precedenti 700milioni di euro inizialmente previsti e poi cancellati. Le solite tattiche diversive fatte di annunci e contro-annunci.

Annunci e tattiche diversive anche a Mantova? E’ di febbraio scorso l’alleanza tra Eni, con il suo braccio Versalis, con Elevance Renewable Sciences per spingere sulla chimica verde, che l’assessore regionale Fava collocava già nel futuro del petrolchimico mantovano, IES inclusa.

Intanto di verde c’è ben poco in ciò che rimane sul territorio mantovano come una triste eredità del passato, come nei tanti siti che condividono con Mantova gli stessi percorsi industriali: tanti veleni, nell’aria, nel terreno e nell’acqua, testimonianza di azioni mirate agli stretti interessi economici anziché a quelli dei territori e dei cittadini: 200mila metri cubi di rifiuti di quella che in città chiamano la “collina dei veleni”; mille e ottocento fusti contenenti ciascuno 200 litri di fanghi mercuriosi cementati in due enormi vasche, il terreno impregnato di mercurio liquido sotto la ex Sala celle e infine altri 4 o 5 quintali di sali solubili di mercurio depositati sul fondo del canale Sisma. Inquinamento che risale per lo più agli anni ’60 e che è ancora tutto lì, all’interno del perimetro a quei tempi Montedison. E che, dopo una serie infinita di studi, consulenze, convegni, ricorsi e controricorsi, rischia di rimanere lì per chissà quanto.

Questi veleni, come quelli scaricati nell’aria dalla centrale elettrica usata come inceneritore dei residui della lavorazione dei prodotti chimici (fenolo e stirolo), sono stati l’oggetto del continuo ricatto messo in atto nei decenni insieme a quello occupazionale. La solita tiritera: mettere in atto attività di bonifica e di azioni a tutela dell’ambiente e della salute umana significa aumentare i costi di gestione e perdere competitività. E intanto la politica ci dice che, è necessario scegliere il male minore ed ecco che, “per salvare i posti di lavoro e migliorare l’ambiente”, viene autorizzata la costruzione del turbogas Enipower Mantova, che incassa profitti milionari ma che, pur essendo controllata ENI come Versalis e Syndial e pur operando nello stesso sito, è una società diversa e quei profitti non “serviranno” per la soluzione dei problemi del territorio.

Nei vari passaggi societari, dalla Montecatini fino alle attuali Syndial, Versalis e Enipower, tutti si sentono sollevati da ogni assunzione di responsabilità, preoccupati a mettere in atto azioni solo apparentemente a difesa del territorio (la tutela dei posti di lavoro) con la promessa di investire, poi, a tutela della salute e dell’ambiente, ma che mirano ad aumentare i profitti, vampirizzando quel territorio, per poi spostarsi altrove o “ridefinire gli assetti societari”, “tagliare i rami secchi”, o invocare nuove liberalità.

Bisogna guardare in faccia la realtà, a maggior ragione dopo questi anni di mazzate prese da chi lavora. Con scuse più o meno suggestive vengono chiuse fabbriche e distretti produttivi; il problema è sempre “il costo del lavoro” o “il bilancio in rosso” perché in questa fase “di soldi non ce ne sono” e intanto immense somme di denaro vengono spostate come i carri armati del Risiko su territori dove poter incrementare indiscriminatamente il proprio profitto. Questa è una strategia di annientamento che colpisce i lavoratori, la produzione e l’ambiente. Noi lo chiamiamo da anni “capitalismo straccione”, in attesa che qualcuno ci contraddica e possa parlare di “serietà, attenzione allo sviluppo e all’ambiente” della classe imprenditoriale senza rendersi ridicolo. Da vent’anni prosegue senza sosta un pericoloso binomio di delocalizzazioni e dismissioni di capitale pubblico che sta asportando gli organi vitali dell’economia di questo Paese e della nostra città. Piccoli gruppi di azionisti, manager e padroni brindano ai loro guadagni, mentre la maggior parte della popolazione subisce tutto il peso della crisi.

Una “puzza” nauseante

 

puzza
La puzza che dalla Ies si è propagata ieri in città non è solamente inquinamento o un incidente. Fiutando l’aria proveniente dal polo chimico si riconoscono tracce di altri elementi tossici: malattie, devastazione ambientale, tangenti, licenziamenti, promesse elettorali e accordi di bottega. Il numero di tumori va di pari passo con il peggioramento di un territorio irrimediabilmente compromesso, mentre il ricatto occupazionale ha sempre tenuto in scacco i lavoratori a tal punto che nemmeno durante l’oscena vertenza per la delocalizzazione si è assistito ad un sussulto. Dalle conclamate tangenti per aprire in Croazia alle nostrane promesse elettorali “finto-ambientaliste” di questo o quel candidato (senza distinzione di schieramento), la politica amministrativa ha sempre avuto un ruolo di –complicità- nelle politiche industriali; un supporto anche alle strategie (nazionali) di deindustrializzazione e una pacca sulla spalla, talvolta una lacrima pietosa, per le centinaia di lavoratori che rimangono a casa e che “per fortuna” nemmeno si agitano mentre vengono portati al macello.
Fuori dai denti: quella “puzza” dovuta all’acido solfidrico rappresenta al meglio il sistema di aggressione del territorio a scopo di rapina che lascia sul campo inquinamento, disoccupazione e degrado. È il capitalismo feroce e straccione che la politica ha servito e riverito negli ultimi due decenni.

Gli odori del polo chimico sono già ben conosciuti nei quartieri periferici, ma questa volta le conseguenze di una fiammata troppo alta sono arrivate in tutta la città anche dove spesso ci si permette il lusso di voltarsi dall’altra parte fino a quando i problemi bussano alla porta di casa. La “puzza” di morte è entrata in tutte le case in modo democratico ed uguale per tutti: ha voluto ricordarci che siamo tutti sotto attacco e che solo allo stesso modo è possibile uscirne. Esigendo rispetto, gettando nel lago gli azzeccagarbugli e partecipando in prima persona. Solo così è possibile creare alternative pensate dai cittadini nell’interesse collettivo per coniugare lavoro e ambiente e dare un futuro a Mantova.

Il resto è puzza (e campagna elettorale)

Confindustria: niente di nuovo sotto il sole

Marenghi e Squinzi (Foto @ Gazzetta di Mantova)La recente elezione del nuovo Presidente della Confindustria mantovana è stata il momento per poter vedere declinata sul territorio la linea dura degli industriali. Alberto Marenghi, fresco di elezione, ha potuto dettare l’agenda dell’organizzazione datoriale forte del supporto di Emma Marcegaglia e di Giorgio Squinzi. Emma, ex presidente di Confindustria, dovrà portare a termine per conto di Renzi la privatizzazione e la svendita dell’Eni; è solo un caso che la Marcegaglia spingesse per la privatizzazione dell’ente già nel 2011, proprio dopo il patteggiamento del fratello per milioni di euro relativi ad una presunta tangente al gruppo Enipower.
Squinzi, attuale leader nazionale di Confindustria, batte da mesi su due argomentazioni: ridurre le tasse per le grandi imprese e ottenere forme contrattuali più flessibili (quest’ultima richiesta già accolta dal governo Renzi). In questo clima non stupisce l’uscita del neo-presidente Marenghi: “…Chiediamo a tutti i sindaci mantovani di abolire gli oneri di urbanizzazione per le nuove costruzioni industriali e le imposte comunali per cinque anni onde favorire i nuovi insediamenti produttivi e la riqualificazione di quelli esistenti”. Tra privatizzazioni pilotate e le richieste di più precarietà per i lavoratori c’è spazio per chiedere altro consumo di suolo e nuovi regali a chi fa profitti milionari sulle spalle dei cittadini. Di nuovo c’è ben poco e, anzi, questa è invece l’ennesima dimostrazione di come, anche a Mantova, politici e imprenditori stiano cercando di favorire i grandi interessi privati: da una parte scaricando le tasse unicamente sui lavoratori, dall’altra privatizzando e tagliando i servizi essenziali.

Emma Marcegaglia, in veste di Presidente degli Industriali, stringe la mano ad un partner commerciale straniero

Emma Marcegaglia, in veste di Presidente degli Industriali, stringe la mano ad un partner commerciale straniero

Negli ultimi mesi sulla stampa locale hanno parlato chiaro diversi imprenditori locali: Rodella (Pompea) diceva di stare dalla parte degli operai, ma anche che era “obbligato” a delocalizzare in Serbia. Girondi (Ufi) sosteneva che il lavoratore in Italia gli costava troppo e quindi doveva andare a produrre in India (pagando le tasse a Montecarlo); Marchi (Burgo) invece non si è mai fatto vedere durante le trattative sulla chiusura della Cartiera. Romano Freddi raccontava dei suoi tesori d’arte e affermava che è giusto non pagare le tasse. Poi ci sono i manager della Mol (Ies) scoperti a pagare tangenti in Croazia che hanno messo fine alla produzione della raffineria. Non serve altro per capire che coloro che hanno chiesto sacrifici ai lavoratori e al territorio in cambio del mantenimento degli stabilimenti non hanno mantenuto le loro promesse: alla prima occasione non ci hanno pensato due volte prima di delocalizzare da Mantova per mantenere inalterati i propri conti in banca. Tutto questo però non sarebbe potuto avvenire senza la complicità dei governi di turno, che con le loro leggi hanno aumentato la precarietà, la disoccupazione e le disuguaglianze sociali.
A mettere insieme tutti questi pezzi appare un grande mosaico in cui si chiede sempre più libertà di fare i propri affari, ma dove a pagare sono sempre gli stessi: è il capitalismo straccione, qui in versione tricolore, l’avversario da combattere ogni giorno; niente di nuovo sotto al sole.

La torre galleggiante – Mantova Expo 2015

Anche Mantova vuole far parte di Expo 2015: mentre a Milano fioccano arresti e indagini nei confronti di politici di centrodestra e centrosinistra che avevano creato un sistema di tangenti per favorire imprese politicamente “amiche”, da noi gli amministratori stanno ancora elaborando i primi progetti. Tra questi ci sarebbe la “torre galleggiante”, il padiglione mobile da piazzare sul lago di mezzo; giusto tra la Ies spenta e la Burgo chiusa. Uno “scherzetto” che dovrebbe costare tra le 350 e i 450mila euro, di cui 50.000 andranno all’archistar portoghese per il progetto. Per realizzare l’opera dovrebbero collaborare economicamente Comune, Provincia, Camera di Commercio,Parco del Mincio e Confindustria. Con molta ironìa abbiamo elaborato anche noi una nostra versione del progetto, ispirata ad una saga cinematografica.
padiglione

Cast e personaggi:

Pàstacc il Bianco: Alessandro Pastacci, Presidente della Provincia di Mantova
Sodo Braghins: Nicola Sodano, sindaco di Mantova
Benedorm il ramingo: Giampaolo Benedini, ex assessore ai lavori pubblici di Mantova
Arwen Maròn: Roberto Maroni, Presidente della Regione Lombardia
Fàvowin: Giovanni Fava, assessore regionale all’agricoltura
Mordor: Milano

Nella marcia verso Expo 2015 nubi minacciose si alzano all’orizzonte. Quella che doveva essere la grande manifestazione si sta rivelando un affare per pochi che si scambiano favori e somme di denaro aiutati da bande di orchetti; il territorio viene devastato da cemento e opere inutili. Nella Contea di Mantova tutto arriva in ritardo: la Compagnia dell’Anello di Monaco, formata da Pàstacc il Bianco, il Sindaco Sodo Braghins e Benedorm il ramingo civico, si sono incontrati alla cascata del Vasarone, ma sono ancora indecisi su come partecipare al grande evento. Ripetono che non ci sono soldi per case popolari, aiutare gli hobbit disoccupati, ripubblicizzare le acque ormai privatizzate eppure cercano fondi per grandi opere. Tra le altre proposte, mentre i carri meccanici che vanno dalla contea di Mantova fino a Mordor sono sempre guasti o in ritardo, si pensa a particolari e costosi carri ristorante; il progetto più imponente (e indispensabile?) per la Contea sembra però essere quella della grande torre galleggiante sul lago di mezzo: un avveniristico padiglione che costerà diversi sacchi di soldi d’oro di privati e soldi d’argento del patrimonio di tutta la città di Paludeville e della Contea di Mantova. Da Mordor, tra scandali, ritardi nei lavori e arresti eccellenti, il presidente Arwen Maròn osserva e ripete che tutto va bene; nel frattempo, dal suo scranno regionale, Fàvowin tuona contro tutti i rappresentanti della Contea per la loro inettitudine.

Il malaffare, lo spreco, la cementificazione e la cialtroneria vanno fermate: servirà l’impegno unito di uomini, donne, elfi, nani e hobbit. Ce la faranno i nostri eroi?

Verso il primo maggio: andiamo Controvento

arise3Per protesta contro le aperture selvagge che hanno annullato le festività laiche e religiose negli ultimi anni abbiamo prodotto beffe creative, striscioni, azioni e finti manifesti pubblicitari che riprendevano lo stile dei grandi marchi del commercio per “sovvertirne” il messaggio; questa volta invece abbiamo scelto di ribaltare il significato degli originali. I manifesti 6×3 del concerto di Arisa che si terrà all’Outlet il primo maggio, collocati a Mantova e a Bagnolo, sono stati il veicolo della protesta creativa per trasmettere messaggi diversi. Strisce di carta e colla ed ecco che l’orario del concerto viene coperto con un “Non è mai festa al” che si aggancia a “Mantova Outlet” e che, dopo “concerto gratuito” vede aggiungere un perentorio “lavoratori in svendita”. Una operazione di “guerriglia” culturale per scatenare un dibattito e finirla con l’ipocrisia. L’ipocrisia di vedere i cittadini (spesso a loro volta lavoratori) trasformati in consumatori ossessivi; l’ipocrisia di vedere un’Europa (specialmente quella occidentale) in cui giorno festivo significa “negozi chiusi” e un’Italia in cui il parlamento ha legiferato solo per servire al meglio i colossi della grande distribuzione organizzata a danno del piccolo commercio e di chi lavora. E poi ci sono loro, migliaia di donne e uomini che vivono quotidianamente il ricatto occupazionale: a loro vent’anni di riforme del lavoro di centrodestra-centrosinistra-tecnici hanno solo stretto un cappio intorno al collo.

Li nominiamo per ultimi nonostante essi siano il perno di tutto e, semplicemente, siamo noi. “Ultimi” perché per combattere efficacemente insieme e per organizzare la leva che può scardinare tutto il congegno, bisogna prima colpire e distruggere strati e strati di narrazioni tossiche che hanno avvelenato le menti e l’immaginario collettivo. Per questo la nostra azione non è stata né una “goliardata” né un mordi e fuggi, ma l’abbiamo vista come la nuova tappa di un percorso che ha prodotto riflessioni ,dibattito, ragionamenti e nuovi contatti; le risposte fin qui ottenute hanno portato alla luce quel conflitto latente e quella linea di confine che, anche in tempi di populismo ed interclassismo, continua a separare gli sfruttati dagli sfruttatori. Su siti e social network hanno preso parola e visibilità i precari e, talvolta, i loro famigliari: quelli che nella narrazione dominante non esistono e che non hanno più una rappresentanza. Proprio loro e non gli attivisti hanno scagliato una rabbia genuina contro chi è orgoglioso di andare nei centri commerciali per le festività, contro i padroncini che intimano di “smetterla di lamentarsi”, gli economisti da bar o i qualunquisti che invitano a “ringraziare chi ti dà lavoro”.
Sappiamo bene che migliaia di “sonnambuli” continueranno a riempire i centri commerciali durante le festività, barattando centri storici, musei e l’aria aperta con dei non-luoghi dedicati al consumo. Siamo però consapevoli che, rispetto a 3-4 anni fa l’aria sta cambiando: tra chi lavora inizia ad esserci una insofferenza sociale che esige risposte. Tra chi consuma (cioè altri lavoratori) è più forte la consapevolezza che questo sistema di sfruttamento e di consumismo è una gigantesca fregatura per tutte e tutti.

Per il primo maggio i sindacati confederali hanno proclamato uno sciopero nella grande distribuzione e un presidio al mattino davanti all’Outlet di Bagnolo San Vito. Non ci illudiamo che un solo sciopero e un presidio possano piegare un colosso del commercio che compra ampi spazi pubblicitari sui media e che ha arruolato persino la vincitrice di Sanremo 2014, ma abbiamo scelto di essere lì. Parteciperemo forti del nostro impegno, delle nostre parole d’ordine fatte di solidarietà e lotta, cercando di coinvolgere lavoratori e lavoratrici incontrati durante le vertenze di questi mesi.
L’impatto della crisi nel mantovano è devastante: sotto i colpi di delocalizzazioni, chiusure pilotate e dei ricatti occupazioni cadono i diritti e i posto di lavoro a migliaia tra Burgo, Mps, Pompea, Primafrost, Ies etc.; così in alcune coop sociali, nella grande distribuzione organizzata e nelle campagne con il loro carico di sfruttamento di manodopera straniera. Il “bollettino di guerra si è arricchito di nuove vittime: i lavoratori del macello di Bagnolo, situato proprio a 50 mt. dalla “città della moda”.

Nessuno si salva da solo da questo attacco, solo uniti possiamo costruire una narrazione e un destino comune senza più concedere nulla a profittatori e sciacalli. Per resistere all’attacco, per immaginare l’alternativa e per costruire il cambiamento: uniti siamo tutto.

No Esselunga: quattro mesi di solidarietà attiva contro la speculazione


Il gruppo Esselunga a dicembre 2013 ha inviato ai mantovani card prepagate da trenta euro che, nelle intenzioni della campagna marketing del gruppo milanese , avrebbero dovuto alimentare l’individualismo e “comprarsi” il favore dei cittadini. Una fallimentare richiesta di sostegno per il contestato ipermercato a Porta Cerese che abbiamo cercato di rovesciare culturalmente e attivamente.

Mantova tra decine di ipermercati, migliaia di case sfitte e “magoni” di cemento abbandonati non ha bisogno di una nuova speculazione, né di nuovi ipermercati: Il progetto “Esselunga” è parte di questo scenario ed è solo l’ultima fregatura che viene confezionata per una città martoriata dalla crisi e da un ventennio di cemento e privatizzazioni; grazie a (im)prenditori avidi e una classe politica complice, il tessuto sociale è andato in pezzi, le fabbriche e le sicurezze sono andate scomparendo. Mentre sfumano le promesse di cambiamento e dei “tunnel sotterranei” dell’Amministrazione di centrodestra in carica, ecco che già si prepara il ritorno di film già visti, con improbabili “mercati sotterranei” e i sempiterni “laghi balneabili” come sparate elettorali per continuare ad abbindolare i cittadini. Forti del nostro impegno continuativo contro il trasversale partito del cemento e degli interessi privati, abbiamo lanciato una raccolta tessere per opporci a tutto questo con la solidarietà dal basso.

L’obbiettivo dichiarato è stato quello di realizzare una “carovana” di recupero di prodotti alimentari; una azione solidale slegata da carità o beneficenza, da realizzare con la “ricchezza virtuale” dei trenta denari offerti da uno dei tanti grandi imprenditori che vedono Mantova e i suoi cittadini solo come un grande business. La raccolta delle card prepagate da trenta euro in poco meno di un mese ha visto la partecipazione attiva di molte decine di cittadini che, nel consegnare agli attivisti la tessera, hanno espresso la loro contrarietà all’ennesima operazione di speculazione nell’area urbana; una opposizione che passa anche per l’adesione all’idea che quella piccola somma individuale andasse utilizzata in modo diverso.

Presso i Superstore Esselunga di Brescia, Verona e Bologna, in pochi mesi sono state effettuate spese collettive per decine di carrelli. Già durante la fase di raccolta, insieme alle persone che hanno partecipato all’iniziativa, erano state individuate una serie di realtà a cui fare riferimento per la consegna dei beni. L’idea di base è stata quella di sostenere lavoratori e disoccupati, italiani e immigrati: la crisi ci colpisce sempre più duramente e non fa distinzione di sesso, nazionalità o gruppi sociali. I beni sono stati così consegnati ai chi ne aveva bisogno, grazie ai contatti nei presìdi operai delle aziende in crisi e nell’associazionismo che assiste le nuove povertà emergenti nei quartieri. Con la nostra azione abbiamo potuto portare generi alimentari al presidio della Cartiera Burgo, ad alcuni lavoratori lasciati a casa dalla Ies, a famiglie senza più un reddito. Spese e beni di prima necessità sono stati recuperati per gli ex-protagonisti della cosiddetta emergenza profughi, i richiedenti asilo stranieri aiutati dall’associazione Mantova Solidale. È stato possibile anche aiutare il centro alluvionati di Bastiglia (Mo), la Caritas di San Benedetto Po e, nonostante non sia mai abbastanza, il canile ed il gattile di Mantova.

Bruce Springsteen nella sua “We take care of our own” annunciava: «dobbiamo prenderci cura noi della nostra gente, perché non dobbiamo contare che sulle nostre forze»: siamo convinti che tutte queste iniziative, dall’opposizione alla privatizzazione degli spazi pubblici, fino ad arrivare ai percorsi di solidarietà attiva, possono rappresentare una prima risposta concreta alla crisi esono solo parte di un lavoro plurale per costruire la Mantova futura; per questo, con testardaggine, continuiamo a seminare e coltivare l’idea di una città diversa, in cui impegnarsi concretamente per ricostruire vere forme di solidarietà mutualistiche, spontanee e volontarie,  è uno dei motori del cambiamento.

eQual 

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NO Esselunga: carrelli di solidarietà attiva

0Continua l’impegno di eQual contro la città del cemento e degli interessi privati in favore della Mantova di chi la vive e ci lavora. La raccolta delle card da 30 “denari” di Esselunga in poco meno di un mese ha visto la partecipazione attiva di molte decine di cittadini che, nel consegnarci la carta prepagata, hanno espresso il loro NO all’ennesima operazione di speculazione nell’area urbana; una opposizione che passa anche per l’adesione all’idea che quella piccola somma vada utilizzata in modo diverso. Le tessere che negli obbiettivi della campagna marketing del gruppo lombardo dovevano alimentare altro individualismo e “comprarsi” il favore dei cittadini, ieri e oggi sono state utilizzate presso l’ipermercato Esselunga di Desenzano del Garda per realizzare una prima “carovana” di prodotti alimentari. Durante la raccolta delle card, insieme alle persone che hanno partecipato all’iniziativa, sono state individuate una serie di realtà a cui fare riferimento per la consegna dei beni. In primis sosterremo lavoratori e disoccupati, italiani e stranieri: la crisi colpisce sempre più duramente e non fa distinzione di sesso, nazionalità o etnìa. Abbiamo stretto contatti nei presìdi operai delle aziende in crisi e nell’associazionismo che assiste le nuove povertà emergenti nei quartieri. 3Una parte dei fondi verranno utilizzati per portare aiuti anche nell’Emilia colpita dalla recente alluvione; un intervento che riprende quanto avevamo già iniziato nel 2012 durante il periodo del terremoto con l’esperienza  della rete solidale. Oggi pomeriggio un’auto carica di aiuti è partita da Mantova alla volta del centro di distribuzione di  Bastiglia, in provincia di Modena.
Infine non vogliamo dimenticare anche le realtà che, tra mille difficoltà, assistono gli amici a quattro zampe: una parte delle nostre “spese” sarà infatti destinata a gattili e canili.
Sappiamo che tutte queste iniziative, dall’opposizione alla privatizzazione degli spazi pubblici, fino ad arrivare ai percorsi di solidarietà attiva, non sono la risposta definitiva alla crisi e sono solo parte di un lavoro plurale per costruire la Mantova futura; proprio per questo, siamo però convinti che impegnarsi concretamente per ricostruire vere forme di solidarietà mutualistiche, spontanee e volontarie,  sia uno dei motori del cambiamento.