Borgochiesanuova: riqualificazione e partecipazione

PANO_20150713_201422-2-01Collaborando con le/gli attiviste/i del comitato “Riqualificare non vuol dire edificare” torniamo sull’argomento del Palasport a Borgochiesanuova per aggiungere nuove riflessioni sulla base di quanto sta avvenendo in un momento di estrema confusione, parole magiche e cose (purtroppo) già viste.

Intorno al futuribile Palasport di Borgochiesanuova vengono ripetute continuamente le parole “riqualificazione” e “partecipazione”, ma il rischio concreto è che queste siano semplici formule magiche per incantare i cittadini. Il bisogno di riqualificare i quartieri di Mantova è tangibile: troppo l’abbandono sociale e ancora di più le colate di cemento ed il consumo di suolo che hanno sfigurato il tessuto cittadino. Per questo un quartiere come Borgochiesanuova che mostra ferite aperte come spazi commerciali chiusi, le ex-serre abbandonate e un intero agglomerato abitativo fantasma (epoca Burchiellaro), non si può facilmente considerare “riqualificato” con un nuovo cubo di cemento. Allo stesso modo bisogna capire cosa intende la nuova amministrazione quando parla di “partecipazione”: è evidente che in questa fase la “progettazione dal basso” invocata anche da via Roma, senza più nemmeno gli organismi di base collegati alle istituzioni, è solo un sogno; quando il neo-sindaco afferma convintamente di voler coinvolgere i cittadini non spiega realmente le sue intenzioni. Se il progetto c’è ed è già deciso, ai cittadini resterebbero solo la ratifica o la scelta sul colore da dargli e con quali fiori abbellirlo.

I fondi regionali sono stati stanziati per il contratto di quartiere e la sua riqualificazione, per questo i dubbi aumentano: se la palestra voluta dal centrodestra sollevava già dei dubbi e quindi un grande palasport non fa che accrescerli. Alcune società sportive chiedono a gran voce uno spazio per le proprie esigenze, ma questo – a meno che non siano tutte radicate a Borgochiesanuova- significa che questo progetto non è collegato al quartiere e ai bisogni diretti dei suoi cittadini. Non ne hanno bisogno è il Vinci, né il Bonomi Mazzolari (una inaugurata pochi anni fa) né l’Itis Fermi che di palestre ne ha tre. Tutto questo mentre Mantova ha già altri piccoli palasport, il palazzetto abbandonato a Porta Cerese e un Palabam che venne realizzato per “dare una opportunità alle società sportive”, ma che oggi è una struttura utilizzata per festival musicali o fiere di settore. Si è inoltre parlato anche di un tunnel per collegare l’Itis Fermi alla futuribile struttura sportiva, ma oltre ad avere un problema di costi, i cittadini del quartiere non hanno nulla da guadagnarci. Il progetto co-finanziato da Regione Lombardia impone la spesa di una cifra importante anche da parte del Comune di Mantova, per questo un investimento del genere (che a opera finita potrebbe raggiungere i due milioni di euro) si dimostra sempre meno utile per la comunità. Risorse pubbliche di cui la città necessita, forse per qualche obiettivo meno ambizioso di un palasport, ma forse più urgente. Come non vedere inoltre altre situazioni problematiche che andrebbero a gravare sul quartiere anziché attivare azioni positive quali la sottrazione di area verde pubblica in area residenziale e il problema viabilistico non affrontato.

Davanti a questa situazione e al problema della rigenerazione urbana serve molta chiarezza, non parole magiche o sogni, ma guardare le cose e chiamarle per come sono realmente. In più sarebbe un atto politico dovuto che l’attuale amministrazione dicesse pubblicamente una verità ormai consolidata a livello popolare anche se scomoda: che la stagione del cemento e tutta l’operazione Palabam si sono rivelate un disastro per Mantova.

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Non ci basta una stazione “open space”

openspaceLa recente scelta del Comune di Mantova di “risolvere” il “problema degrado” dell’autostazione passante di viale Risorgimento facendo sparire quest’ultima, è la classica toppa peggiore del buco. 25mila euro è la somma che via Roma e Apam metteranno a disposizione per il nuovo progetto di eliminazione del corpo centrale della stazione passante e le pareti in modo da creare uno spazio aperto simile a quelli già presenti in viale Piave e viale Pitentino. Un progetto di riqualificazione improvvisato e stimolato da due esigenze: l’ennesima raccolta di firme “contro il degrado” da parte dei cittadini della zona e le imminenti elezioni amministrative. Mantova rimane saldamente il secondo capoluogo di Provincia in Italia senza una autostazione centrale e forse l’unico in cui le necessità dei pendolari sono continuamente ignorate.

Quello delle stazioni passanti, è stato un progetto nato sbagliato durante la grande operazione speculativa di “Piazzale Mondadori”, quando l’autostazione principale venne smembrata per fare posto ad un cantiere infinito che, dopo quasi dieci anni, è ancora lì a dimostrare il degrado della politica mantovana. Il progetto della mini-stazione passante di viale Risorgimento con biglietteria, sala d’aspetto e bagni, fu avversato fin da subito dai residenti. Dalla sua inaugurazione nel novembre 2007, passarono pochi anni prima che questa venisse chiusa in seguito a diversi episodi di vandalismo. Periodicamente i casi di micro-criminalità hanno spostato il centro del problema dalla viabilità/trasporto pubblico locale a quello del “degrado urbano”, facendo dimenticare il fatto che una stazione funzionante e servizi efficienti sono il miglior antidoto a situazioni critiche. Spaccio e bullismo hanno rimosso l’idea che la stazione di viale Risorgimento è stata abbandonata in mezzo ai continui tagli di risorse per il trasporto pubblico e ai rincari dei costi per i pendolari e per le famiglie degli studenti. Il tutto all’interno di un discutibile progetto che ha buttato pensiline di cemento in giro per la città senza un vero piano strategico che guardasse alla sua sostenibilità urbanistica, ambientale, estetica ed alle esigenze degli utenti: come ad esempio la stazione passante dell’Itis/Vinci che dal progetto sulla carta è stata invece ridotta ad una striscia di cemento.

Una scelta coraggiosa sarebbe quella di fare della stazione di viale Risorgimento un presidio sociale che offre servizi, non solo per i pendolari, in modo da incontrare le esigenze di una importante fetta di popolazione, ma per farlo serve una volontà politica che in questa città manca. Inoltre, chi sbaglia deve pagare e non è possibile sopportare l’accanimento contro gli episodi di micro-criminalità mentre c’è una classe politica che in dieci anni ha distrutto la città e continua ad autoassolversi.