La crisi del Carlo Poma dopo tagli, disservizi e super-bonus ai manager

pomaLa strategia base per la privatizzazione purtroppo la conosciamo da tempo: tagliare i fondi, fare in modo che le cose non funzionino e sull’onda del malcontento generale consegnare il tutto ai privati. Il recente appello dell’Azienda Ospedaliera Carlo Poma a enti privati per avere materiali (dai libri per bambini alle automobili) è a dir poco inquietante.

Siamo al termine di un ventennio in cui la sanità pubblica, ancora di più quella lombarda gestita dalla banda Formigoni di CL, ha subìto colpi molto pesanti. Nelle difficoltà del sistema pubblico si è inserita la sanità privata che, con la scusa di “fornire un servizio” trasforma la salute in un business multimilionario in cui l’importante è, ovviamente, il profitto: la sanità privata è già al 30% a livello regionale con il sistema del “privato accreditato”.

I tagli alla sanità pubblica imposti dai Governi sono stati “amministrati”, tramite riorganizzazioni (tagli ai servizi) proprio dai manager provenienti dagli stessi partiti al governo della Regione o dello Stato centrale. La piaga della lottizzazione politica delle poltrone non si è mai fermata e, proprio la Regione Lombardia, arriva a consegnare ventimila euro di bonus anche a chi è sotto inchiesta per corruzione e turbativa d’asta (Stucchi del Poma, quota Pdl/Cl) e al “fedelissimo” manager dell’Asl, Borelli (quota Lega Nord).

Sul fronte del lavoro il personale del Carlo Poma ha affrontato una serie di tagli occupazionali, lavora da tempo sotto organico e con turni sempre più pesanti. In questo modo il servizio e l’assistenza ai malati si scontra con i tagli che arrivano anche a minare il numero di posti letto disponibili che, dagli anni Ottanta, è stato letteralmente dimezzato. Senza contare i presìdi ospedalieri come quello di Bozzolo che, nell’ottica della “razionalizzazione” di stampo aziendalistico, rischiano di essere chiusi.

Questa è la fotografia impietosa: se la guardiamo bene capiamo anche che non servirà a molto donare dei computer, dei libri o delle auto; per fermare questa deriva serve “donare” impegno e attenzione sociale ai problemi. Il diritto alla salute, primario e fondamentale per ciascun cittadino non può essere lasciato in mano a chi fa solo valutazioni di convenienza. Decine di profittatori della politica, dell’economia e nella sanità pubblica vanno “delocalizzati” molto lontano, dove non possano fare danni. È necessario inoltre ridisegnare un nuovo modello di sanità nel quale le Amministrazioni tornino ad investire in un sistema realmente pubblico il cui primo fine sia la salute e non l’interesse privato di chi, sulla pelle e i bisogni dei cittadini, vuole costruire il proprio potere economico e politico.

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Verso il primo maggio: andiamo Controvento

arise3Per protesta contro le aperture selvagge che hanno annullato le festività laiche e religiose negli ultimi anni abbiamo prodotto beffe creative, striscioni, azioni e finti manifesti pubblicitari che riprendevano lo stile dei grandi marchi del commercio per “sovvertirne” il messaggio; questa volta invece abbiamo scelto di ribaltare il significato degli originali. I manifesti 6×3 del concerto di Arisa che si terrà all’Outlet il primo maggio, collocati a Mantova e a Bagnolo, sono stati il veicolo della protesta creativa per trasmettere messaggi diversi. Strisce di carta e colla ed ecco che l’orario del concerto viene coperto con un “Non è mai festa al” che si aggancia a “Mantova Outlet” e che, dopo “concerto gratuito” vede aggiungere un perentorio “lavoratori in svendita”. Una operazione di “guerriglia” culturale per scatenare un dibattito e finirla con l’ipocrisia. L’ipocrisia di vedere i cittadini (spesso a loro volta lavoratori) trasformati in consumatori ossessivi; l’ipocrisia di vedere un’Europa (specialmente quella occidentale) in cui giorno festivo significa “negozi chiusi” e un’Italia in cui il parlamento ha legiferato solo per servire al meglio i colossi della grande distribuzione organizzata a danno del piccolo commercio e di chi lavora. E poi ci sono loro, migliaia di donne e uomini che vivono quotidianamente il ricatto occupazionale: a loro vent’anni di riforme del lavoro di centrodestra-centrosinistra-tecnici hanno solo stretto un cappio intorno al collo.

Li nominiamo per ultimi nonostante essi siano il perno di tutto e, semplicemente, siamo noi. “Ultimi” perché per combattere efficacemente insieme e per organizzare la leva che può scardinare tutto il congegno, bisogna prima colpire e distruggere strati e strati di narrazioni tossiche che hanno avvelenato le menti e l’immaginario collettivo. Per questo la nostra azione non è stata né una “goliardata” né un mordi e fuggi, ma l’abbiamo vista come la nuova tappa di un percorso che ha prodotto riflessioni ,dibattito, ragionamenti e nuovi contatti; le risposte fin qui ottenute hanno portato alla luce quel conflitto latente e quella linea di confine che, anche in tempi di populismo ed interclassismo, continua a separare gli sfruttati dagli sfruttatori. Su siti e social network hanno preso parola e visibilità i precari e, talvolta, i loro famigliari: quelli che nella narrazione dominante non esistono e che non hanno più una rappresentanza. Proprio loro e non gli attivisti hanno scagliato una rabbia genuina contro chi è orgoglioso di andare nei centri commerciali per le festività, contro i padroncini che intimano di “smetterla di lamentarsi”, gli economisti da bar o i qualunquisti che invitano a “ringraziare chi ti dà lavoro”.
Sappiamo bene che migliaia di “sonnambuli” continueranno a riempire i centri commerciali durante le festività, barattando centri storici, musei e l’aria aperta con dei non-luoghi dedicati al consumo. Siamo però consapevoli che, rispetto a 3-4 anni fa l’aria sta cambiando: tra chi lavora inizia ad esserci una insofferenza sociale che esige risposte. Tra chi consuma (cioè altri lavoratori) è più forte la consapevolezza che questo sistema di sfruttamento e di consumismo è una gigantesca fregatura per tutte e tutti.

Per il primo maggio i sindacati confederali hanno proclamato uno sciopero nella grande distribuzione e un presidio al mattino davanti all’Outlet di Bagnolo San Vito. Non ci illudiamo che un solo sciopero e un presidio possano piegare un colosso del commercio che compra ampi spazi pubblicitari sui media e che ha arruolato persino la vincitrice di Sanremo 2014, ma abbiamo scelto di essere lì. Parteciperemo forti del nostro impegno, delle nostre parole d’ordine fatte di solidarietà e lotta, cercando di coinvolgere lavoratori e lavoratrici incontrati durante le vertenze di questi mesi.
L’impatto della crisi nel mantovano è devastante: sotto i colpi di delocalizzazioni, chiusure pilotate e dei ricatti occupazioni cadono i diritti e i posto di lavoro a migliaia tra Burgo, Mps, Pompea, Primafrost, Ies etc.; così in alcune coop sociali, nella grande distribuzione organizzata e nelle campagne con il loro carico di sfruttamento di manodopera straniera. Il “bollettino di guerra si è arricchito di nuove vittime: i lavoratori del macello di Bagnolo, situato proprio a 50 mt. dalla “città della moda”.

Nessuno si salva da solo da questo attacco, solo uniti possiamo costruire una narrazione e un destino comune senza più concedere nulla a profittatori e sciacalli. Per resistere all’attacco, per immaginare l’alternativa e per costruire il cambiamento: uniti siamo tutto.