APAM: STUDENTI IN PIEDI O LASCIATI A TERRA

apam 2017Nonostante le campagne di marketing e le conferenze stampa, emergono seri problemi per il trasporto pubblico locale

San Benedetto Po, Pegognaga e Quingentole nella bassa, e poi ancora Gazzuolo, verso Rivarolo Mantovano; sono le realtà di provincia da cui arrivano lamentele per un servizio che ogni anno continua a peggiorare, nonostante il marketing.
Ad esempio sulla linea 31 Mantova – San Benedetto Po il sovraffollamento è totale: nei giorni scorsi gli studenti diretti a Bagnolo san Vito sono stati invitati a scendere già alla partenza mentre gli altri, stretti come sardine, hanno vissuto una situazione fuori dalla normalità. Visto che l’autobus deve passare in autostrada (causa ponte inagibile) e non è possibile avere passeggeri in piedi, è stato chiesto di scendere a San Biagio in prossimità del casello autostradale e farsi venire a prendere dai genitori. Alcuni ragazzi che ci hanno contattato per raccontarci questo brutto episodio, hanno protestato e fatto in modo che l’autobus facesse un giro più largo (passando per Suzzara) ma senza lasciare nessuno a terra.
Dal 2011 al 2017 gli abbonamenti mensili per la linea 31 sono passati da 54 a 78,50 € con un peggioramento del servizio scaricato su studenti e famiglie: partenze anticipate la mattina, tempi di percorrenza allungati, un principio d’incendio a maggio, autosnodati usati per ridurre gli autisti, posti “contati” e sottostimati per risparmiare corse e centellinare quello che è un servizio pubblico che dovrebbe costruire anche il futuro della mobilità in termini di emissioni e auto in circolazione.

Apam da un lato dice di non essere a conoscenza delle segnalazioni e dall’altro ammette che i soldi sono pochi e i tagli ecc. , uno scaricabarile che parte dall’azienda e va su fino al Governo centrale. E intanto Apam ogni anno spende migliaia di euro per campagne di marketing fresche e sorridenti nascondendo una realtà molto meno invitante: il trasporto pubblico locale di Mantova è stato trasformato in una Spa a controllo pubblico a parole, ma dall’indirizzo privato. L’azienda ha “creato utili” tagliando migliaia di corse, aumentando il costo degli abbonamenti e precarizzando le condizioni dei lavoratori. Un “risanamento” che è stato scaricato interamente sulle spalle dei pendolari, degli studenti medi e delle loro famiglie. Negli scorsi anni, come associazione eQual ci siamo impegnati in un lavoro di denuncia e di rivendicazioni nei confronti delle Istituzioni e di Apam per contrastare questa tendenza.

Nel silenzio della politica, ribadiamo che Apam va riconvertita in azienda speciale di diritto pubblico: il suo unico obiettivo non devono essere i guadagni degli azionisti, ma garantire un servizio di trasporto pubblico efficiente, di qualità e accessibile a tutti.

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La posta ancora in gioco

postagiocoNon bastano le proteste delle Istituzioni per “mitigare” gli effetti della privatizzazione di Poste Italiane

Su invito del presidente della Provincia Beniamino Morselli, 21 sindaci mantovani si sono incontrati per protestare contro l’ennesimo taglio del servizio di Poste Italiane, cercando anche di “posticiparne” effetti come la consegna della posta a giorni alterni, ma senza mettere in discussione la strategia privatizzatrice.

Nel Mantovano c’è già stato un 33% di tagli a carico dei lavoratori delle Poste e, con la nuova “ristrutturazione” dei 235 portalettere attualmente in servizio, ne rimarranno 177. Il nuovo corso di Poste Italiane Spa (con lo Stato Italiano come maggiore azionista) in pochi anni ha eliminato metà dei suoi dipendenti.

Se il percorso di privatizzazione procede lentamente, quello formale viaggia speditamente: la quotazione in borsa e le continue “ristrutturazioni aziendali” creano le condizioni di un disastro che ricade come sempre sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori delle poste e su tutti gli utenti che si trovano ad avere un servizio sempre meno di qualità e puntuale. Il modello del profitto, dell’obbedienza alle leggi del mercato è una trappola in cui sono cadute ferrovie, telecomunicazioni e sanità da cui è necessario uscire ricostruendo l’idea di un sistema pubblico trasparente, efficiente ed accessibile a tutti.

DI NUOVO UN AUTOBUS IN FIAMME

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Sulla pelle di studenti, pendolari e autisti brucia un sistema malato
Guardate questa foto di un autobus avvolto dalle fiamme, purtroppo non è la prima: un bus di linea prende fuoco e i giovani passeggeri salvi solo per l’intervento tempestivo dell’autista. Il mezzo incendiato era della bresciana SAIA, del gruppo Arriva Italia Srl, holding italiana di Deutsche Bahn e partner di Apam nei trasporti di Brescia Sud. Quelle fiamme sono il simbolo di un disastro economico e politico che ha interessato anche Mantova, il suo trasporto pubblico locale e, più in generale, un’idea di mobilità italiana basata su tagli e privatizzazioni.

Apam, trasformata in Spa a controllo pubblico a parole ma dall’indirizzo privato, ha “creato utili” tagliando migliaia di corse, aumentando il costo degli abbonamenti e precarizzando le condizioni dei lavoratori. Un “risanamento” che è stato scaricato interamente sulle spalle dei pendolari, degli studenti medi e delle loro famiglie. In questo modello di gestione diminuiscono anche i controlli, le riparazioni ed in generale, la sicurezza degli utenti.

Negli scorsi anni, insieme agli studenti e alle studentesse del Network Studentesco, ci siamo impegnati in un lavoro di denuncia e di rivendicazioni nei confronti della politica mantovana e di Apam per contrastare questa tendenza. Nel silenzio delle politica, ribadiamo che Apam va riconvertita in azienda speciale di diritto pubblico: il suo unico obiettivo non devono essere i guadagni degli azionisti, ma garantire un servizio di trasporto pubblico efficiente, di qualità e accessibile a tutti.
 

 

 

Mantova Capitale…della sanità privata

sanita-privataNella nostra Provincia gli “imprenditori della salute” celebrano il macabro risultato di essere ormai arrivati a gestire il 38% dei ricoveri ed il 42% delle prestazioni ambulatoriali con profitti milionari, mentre in Italia aumenta il numero di cittadini che non possono permettersi il diritto alla salute e la sanità pubblica crolla sotto i colpi dei tagli e della mala-politica.

L’Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) sceglie Mantova per spegnere cinquanta candeline, un lasso di tempo enorme in cui le realtà private sono riuscite a farsi largo grazie all’aiuto della politica che ha gestito male il pubblico piazzando i propri fedelissimi e ha tagliato le risorse, distruggendo un bene comune come la Salute dei cittadini. La strategia base per la privatizzazione purtroppo la conosciamo da tempo: tagliare i fondi, fare in modo che le cose non funzionino e sull’onda del malcontento generale consegnare il tutto ai privati.
Ed oggi anche il Poma è sotto organico, regna la precarietà lavorativa e i posti letto pubblici sono stati dimezzati in 15-20 anni; il tutto è stato fatto per favorire in ogni modo il “privato virtuoso”.

In un mondo normale, imprenditori che fanno profitto sulla salute dei cittadini avrebbero quantomeno vergogna, in questa Italia festeggiano e si celebrano accostandosi a Mantova Capitale della Cultura. Vogliamo un servizio sanitario pubblico, di qualità, accessibile e gestito in base ai bisogni dei cittadini e non dei guadagni del privato.

TU CHIAMALE SE VUOI…ELEZIONI

elezioniprovinciaFinisce l’era Pastacci. Il pasticcio legislativo mantiene l’ente Provinciale facendo sparire il voto dei cittadini (ma favorendo gli accordi sottobanco)

Volge al termine una delle peggiori amministrazioni provinciali di cui si conservi memoria. Il presidente Pastacci e la sua giunta in questi anni si sono distinti per la loro capacità di scaricare su altri le responsabilità del peggioramento dei servizi (dai trasporti alla scuola, dai servizi idrici a quelli amministrativi), svolgendo di fatto il ruolo di semplici esecutori dei tagli a livello statale e regionale.
Pastacci ha pure ricoperto l’incarico di presidente dell’Unione delle Province d’Italia tra il 2014 e il 2015, eppure non lo abbiamo mai visto combattere veramente il sistema del Patto di Stabilità e i tagli del Governo. Il suo gradimento è stato certificato dalla “Waterloo” della sua candidatura a sindaco alle elezioni di San Benedetto Po, dove è stato doppiato nei voti dal suo diretto rivale.

Ora è il momento di rinnovare le cariche dell’ente provinciale, ma qualcosa nel frattempo è cambiato. Con la legge Delrio del 2014 infatti, i cittadini non hanno più voce in capitolo: a votare saranno solo i sindaci e i consiglieri comunali. Trattasi in gergo amministrativo di “elezione di secondo livello”, il meccanismo che si vorrebbe introdurre anche per il Senato (un motivo in più per votare NO). “La sovranità apparteneva al popolo”, insomma.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il 30 agosto si vota eppure non si è ancora parlato di programmi, di futuro del territorio e di un reale miglioramento della vita dei cittadini. Non è così strano se si tiene conto che né centro-destra, né centro-sinistra, né tanto meno i sedicenti “civici” hanno realmente intenzione di mettere in discussione lo stato di cose presente, nessuno ha intenzione di mettere in discussione le scelte del Governo in merito ai servizi pubblici, alle privatizzazioni e al lavoro, nessuno ha intenzione di combattere realmente il Patto di stabilità, i tagli e lo svuotamento dei principi democratici.

Ecco allora che va in scena uno scontro tra bande che si combatte a suon di accordi nelle segrete stanze di partiti e comitati di influenza. Eppure le province hanno ancora molte funzioni fondamentali per il territorio: i trasporti, l’edilizia scolastica, la pianificazione territoriale, la rete stradale, la gestione dei servizi pubblici integrati, etc. L’obbiettivo dei Governi è ormai chiaro: togliere gradualmente ai cittadini qualsiasi controllo democratico affidando le funzioni pubbliche ad agenzie esterne e/o privatizzandole per far fare profitti ai privati. Difficilmente sentirete qualche candidato a queste “elezioni” parlare di questi temi.

Tocca a noi, con tutti i mezzi a nostra disposizione, rimettere al centro del dibattito politico i reali interessi della maggioranza della popolazione smascherando i giochi di potere di politicanti in cerca di scalate.

La paura dell’uomo nero

quomoneroguerra tra poveri: come e perché e a chi fa comodo

Ogni giorno la nostra vita è inquinata da casi di cronaca, bufale e boiate di propaganda che mescolano lavoratori stranieri, immigrati e richiedenti asilo: dai media e dalle invettive politiche emergono solo criminalità, falsità atroci, omissioni e buonismo scadente con l’unico risultato di aumentare la percezione di insicurezza e scatenare la guerra tra poveri. Noi non ci vogliamo adeguare alla corrente e preferiamo dire due o tre cose meno di comodo, ma sicuramente più utili a comprendere di cosa si sta parlando e preparare gli antidoti al veleno quotidiano.

In Italia oggi ci sono 5 milioni di immigrati provenienti da tutto il mondo e di diverse religioni. Alcuni sono simpatici, altri meno, ma il dato incontrovertibile è che 2.300.000 di loro sono lavoratori e lavoratrici, quasi mezzo milione sono i disoccupati; 800.000 i minorenni scolarizzati. 500.000 sono i piccoli imprenditori, commercianti e autonomi. Tra i lavoratori sono maggiormente diffuse le occupazioni nell’industria, nella logistica e ancora di più nell’agricoltura. Nelle campagne, anche nelle nostre, si registrano diversi casi di caporalato e sfruttamento da parte di imprenditori italiani. Gente che lavora come noi e che dobbiamo definire non in base al colore della pelle e della religione, ma per il fatto che viviamo la stessa crisi; semplicemente “lavoratori stranieri”.

Chi sbarca in Italia dopo essere sopravvissuto a viaggi disumani (gestiti da un traffico mafioso di scafisti) è sempre e comunque un essere umano come tutti noi: non ci sono i “negri in catene” che arrivavano secoli fa alla corte dell’uomo bianco e come noi italiani possono essere onesti e simpatici o degli emeriti cialtroni, provengono da zone povere e in guerra o ricche ma corrotte fino al midollo; per questo non ci stiamo alle generalizzazioni tipo “immigrati di merda” o solo “poveri fratelli migranti”.  Sicuramente finire tra le grinfie di un circuito economico pieno zeppo di errori che ne cura l’accoglienza non alimenta la solidarietà degli italiani e non incoraggia alla fiducia gli ultimi arrivati.

Lo diciamo da tempo e lo ripetiamo che uno stato che privatizza (anche) l’accoglienza, che crea un sistema di arricchimento per pochi soggetti privati, di sfruttamento lavorativo per tanti operatori e che lascia solo delle briciole agli ultimi anelli della catena, ovvero i richiedenti asilo, non è “buonismo di sinistra”,  ma un vigliacco “affarismo di destra; chiunque faccia profitto sull’emergenza profughi o chi ci si infila solo per raccattare soldi e visibilità fa schifo tanto quanto i buffoni neonazisti che ci fanno sopra campagna politica con petizioni, presìdi e altre boiate che colpiscono il richiedente asilo e non tutto il circuito economico. E sia chiaro che entrambe le categorie sono nemiche dell’uguagalianza, della solidarietà e della giustizia sociale.

Ed è pur vero che c’è la criminalità, ci sono i “clandestini” e ci sono i problemi nelle periferìe: proprio perché abbiamo toccato con mano questi problemi, vogliamo dire anche qui due cose molto semplici. Con leggi infami come la Bossi-Fini se un lavoratore straniero che ha faticato per due mesi o dieci anni e perde la sua occupazione, in breve tempo diventa anche clandestino e, per finire nel lavoro nero o tra le grinfie della criminalità, il passo è veramente breve. Tra i milioni di immigrati ci sono sicuramente anche sbandati e piccoli criminali, ma questa –cascasse il mondo- è una minoranza della minoranza continuamente amplificata dai media e da certa politica: indovinate voi il perché. La politica che da decenni è tutta intenta a privatizzare e distruggere lo stato sociale, nel frattempo ha creato le condizioni per sbattere tutti gli immigrati nei quartieri più difficili in modo da creare veri e propri ghetti dove il disagio sociale si fa sentire con più forza: nel disagio e nella ghettizzazione sociale vanno a pescare proprio i radicalismi dei fascio-islamici dell’Isis come i neonazisti di casa nostra.

La crisi economica, sociale e politica sta però colpendo in egual modo lavoratori italiani e stranieri, i disoccupati e i pensionati senza confini di provenienza o di religione. Visto che il problema parte tutto da economia, lavoro e guerra (bombardamenti, esportazione armi, sostegno a dittature corrotte “amiche”) basterebbe questo spaccato orgogliosamente “di classe”  per prendere insieme la rincorsa da sinistra,  ribaltare tutta la retorica che alimenta una lurida guerra tra poveri e colpire finalmente speculatori, banchieri, padroni e politicanti che sfruttano e rubano il futuro a questo paese.
Vogliamo la sicurezza e per ottenerla non servono “stati di polizia”, ma vanno fermate le guerre, la vendita di armi ed il sostegno a dittatori come Erdogan. Vogliamo la sicurezza sociale e per farla serve una politica di welfare che procuri sanità, istruzione, case e una accoglienza slegata dal profitto di pochi: rompendo così con decenni di tagli e privatizzazioni bipartisan.

È ora, prima che sia troppo tardi.

ANCORA BUCHI NELL’ACQUA PER I MANTOVANI


buchinellacquaNuove nomine nel cda di Tea, l’annuncio di una onlus “ambientalista” e fusioni, ma la truffa del 2013 è ancora lì.

La nomina del nuovo Cda di Tea Spa vede il sindaco Palazzi, il maggior azionista, stringere alleanze trasversali con Fava della Lega Nord. Chiude il proprio mandato l’amministratore pro-privatizzazione Gualerzi, si riconferma nell’Ufficio d’Ambito il “privatizzatore dem” Roveda e, mentre avanza l’ipotesi di fusione tra Tea e Aimag, spunta dal nulla una fondazione per favorire percorsi ambientalisti. Idea: e se ripubblicizzassimo l’acqua dei mantovani?

Finisce l’epoca Gualerzi, il commercialista della Lega Nord tutto intento a far quadrare i conti e ancora di più i dividendi per gli azionisti: amministratore di un’azienda pubblica, la lascia un po’ più privata di come l’ha trovata; è lo stesso che si dichiarò contrario al referendum del 2011 vinto dai cittadini e tradito dalla politica di centrodestra e centrosinistra. Come in ogni Spa, il nuovo Cda risente del peso squilibrato del 75% delle quote azionarie detenute dal Comune di Mantova: il Sindaco Palazzi ha stretto un patto d’acciaio con Fava della Legafavapalazzi Nord in modo da emarginare i partiti e la fronda dei comuni “ribelli”. Il nuovo Presidente di Tea è il commercialista Massimiliano Ghizzi, tesoriere del Partito Democratico nonché uomo di fiducia di Ezio Zani, l’avvocato dem omnipresente al fianco dell’attuale sindaco nelle foto della sua campagna elettorale ma impresentabile a causa di una inchiesta della magistratura sull’affare delle “casette dell’acqua”. In tema di poltrone, va verso la riconferma all’Autorità d’ambito territoriale ottimato Candido Roveda, ex sindaco di Roncoferraro e al momento unico autore dell’ammissione che l’acqua dei mantovani è stata privatizzata per una precisa scelta politica (qui il video).
onlusDal nulla, nel senso che non è stata discussa dalla maggioranza in via Roma, né dai soci di Tea, è stata annunciata la creazione di “Fondazione Tea”: una onlus che gestirà 400mila euro circa all’anno per sostenere progetti innovativi in campo ambientale. Noi un progetto ce l’abbiamo già e lo ripetiamo da oltre cinque anni: ripubblicizzare l’acqua dei mantovani.
Nel disegno strategico renziano (ma non solo) c’è l’accorpamento delle aziende ex-municipalizzate, portandole verso pochi gestori privati nazionali divisi per aree geografiche: la probabile fusione tra Tea e Aimag, nonostante le rassicurazioni, farebbe il gioco di Hera, che entrerebbe nel nuovo assetto societario come un cavallo di Troia, e la politica locale strizzerebbe l’occhio alle richieste del governo e della finanza. Di certo le parole favorevoli del Sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, non vanno nella direzione del controllo pubblico né tantomeno (vista anche la natura privata di Tea Acque) in quella dei migliaia di cittadini che hanno vinto un referendum e sostengono le ragioni di un’acqua pubblica tolta dalle mani private.

A fronte di tanti annunci, belle parole, sorrisi e strette di mano, gli interessi dei cittadini continuano ad andare alla deriva in un mare politicamente inquinato.

Vel-ENI: la svendita di Versalis

Senza titolo-1La vicenda Versalis che porterà alla svendita di azioni pubbliche da parte di ENI e che apre una fase di incertezza per migliaia di lavoratori mantovani, non avviene all’improvviso.

Nel luglio 2014, in piena estate e nel silenzio della politica locale, eravamo intervenuti per “unire i puntini” di fatti apparentemente scollegati tra loro. È infatti in corso un lento processo di privatizzazione del colosso energetico, iniziato nel 1995. Una volta al potere, Renzi ha promosso Emma Marcegaglia (nota sostenitrice della privatizzazione) a capo della multinazionale del cane a sei zampe; la sorella di un industriale che ha patteggiato milioni di euro per un processo legato a tangenti ad Enipower ed ex-presidente della Confindustria che, sempre a luglio 2014, chiedeva la cessione di nuove quote azionarie di Eni. Già nel 2012 al battesimo di Versalis si iniziava a parlare concretamente di “liberare risorse” per “risollevare gli stabilimenti in crisi” con esplicito riferimento a quelli italiani ed europei. Ed arrivò l’annuncio per investimenti da 50 miliardi di euro per il gas del Mozambico che si accompagnava all’annuncio dello stop ai finanziamenti per la raffineria di Gela.
Ora la vendita avanza e nel mirino di Eni c’è Versalis: la multinazionale energetica sembra essere più interessata all’esplorazione ed estrazione di petrolio e gas rispetto al settore strategico della chimica di base. L’annuncio dell’amministratore delegato di Eni, De Scalzi relativo alla “ricerca di una partnership per Versalis”, tradotto in soldoni, significa la vendita della maggioranza delle azioni ad una multinazionale privata; un affare che sa di svendita. E purtroppo il cerchio della lenta privatizzazione iniziato vent’anni fa non è nemmeno chiuso. Un trasferimento di proprietà di Versalis, inoltre, crea le condizioni per una crisi senza precedenti: lo stabilimento farebbe ovviamente parte del pacchetto in svendita e non ci sono garanzie per la tenuta del processo produttivo. Questo ha messo in allarme i sindacati e destato preoccupazione tra i 960 dipendenti di Versalis e le centinaia di lavoratori dell’indotto a cui siamo vicini e che sosterremo attivamente nelle loro mobilitazioni.
Piccoli gruppi di azionisti e manager brindano ai loro guadagni, mentre la maggior parte della popolazione sta vivendo una situazione drammatica: il territorio mantovano ha già sopportato il peso di diverse crisi aziendali e, specialmente nelle aziende di grandi gruppi societari, è stata martoriata da una strategia di annientamento che colpisce i lavoratori, la produzione e l’ambiente. Un “capitalismo straccione” che da vent’anni prosegue senza sosta un pericoloso binomio di delocalizzazioni e dismissioni di capitale pubblico che sta asportando gli organi vitali dell’economia di questo Paese e della nostra città.

TEA: “PUBBLICI PER NATURA, PRIVATI PER PROFESSIONE”

teaprivatiIl Governo e la finanza chiedono, TEA risponde. Da alcuni mesi si discute di una possibile partnership tra TEA ed AIMAG (la società multiutility dei servizi modenese): attenzione, non si tratta di una operazione territoriale ma di uno dei tasselli che compongono il quadro attuale di svendita dei servizi pubblici locali a favore delle lobbies finanziarie private. Il primo sì del Comune di Mantova non fa ben sperare.

È una operazione che ha un valore di 15 miliardi di euro stimato da R&S Mediobanca e che riguarda quella che viene definita “razionalizzazione”, con assorbimento delle piccole e medie società che forniscono servizi pubblici (le cosi dette “utility”, proprio come TEA e AIMAG) da parte dei big del settore; un piano che il Governo intende operare in breve tempo, come anticipato da Renzi a Cernobbio, a partire da una serie di norme da inserire nella prossima legge di Stabilità.
L’operazione di allontanamento delle utility dai Comuni era stata incentivata un anno fa dal Governo, con l’esclusione dal patto di stabilità degli importi incassati dagli enti locali per la cessione delle quote di partecipazione. Un nuovo intervento normativo aiuterebbe ad accelerare il passo che porterebbe alla creazione di quattro o cinque “campioni” nazionali, suggerita tra gli altri da Mediobanca.

Queste le idee attualmente al vaglio:
– individuazione di un tetto al numero delle partecipate degli Enti Locali;
– definizione di un limite alla quota pubblica nel capitale delle società;
– intervento di Cassa Depositi e Prestiti e Fondo Strategico Italiano per favorire le aggregazioni, sul modello utilizzato per la fusione Hera-Acegas Aps.
A quanto pare, alle lobbies economico-finanziarie non sono bastate le norme inserite nello Sblocca Italia, nella scorsa legge di stabilità e nel DDL Madia volte a rilanciare i processi di fusione e privatizzazione.
Alcuni processi di aggregazione sono già in corso, come nel caso di A2A in Lombardia e di IREN in Liguria e Piemonte.

Se nel frattempo anche TEA e AIMAG valutassero questa possibilità, diventando appetibili agli occhi di Hera, avrebbero di certo fatto un piccolo passo verso le richieste del governo e della finanza. Di certo le parole favorevoli del Sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, non vanno nella direzione del controllo pubblico né tantomeno (vista anche la natura privata di Tea Acque) in quella dei migliaia di cittadini che hanno vinto un referendum e sostengono le ragioni di un’acqua pubblica tolta dalle mani private.

Appare dunque evidente l’intenzione di mettere pesantemente sotto attacco i servizi pubblici locali, allontanandoli dai cittadini e diviene esplicita la volontà di privatizzazione che TEA cerca di allontanare dall’immaginario collettivo, presentandosi con una pesante campagna di comunicazione che la vede come “pubblica per natura”. Pubblicità ingannevole: “Pubblici per natura…privati per professione”.

La crisi del Carlo Poma dopo tagli, disservizi e super-bonus ai manager

pomaLa strategia base per la privatizzazione purtroppo la conosciamo da tempo: tagliare i fondi, fare in modo che le cose non funzionino e sull’onda del malcontento generale consegnare il tutto ai privati. Il recente appello dell’Azienda Ospedaliera Carlo Poma a enti privati per avere materiali (dai libri per bambini alle automobili) è a dir poco inquietante.

Siamo al termine di un ventennio in cui la sanità pubblica, ancora di più quella lombarda gestita dalla banda Formigoni di CL, ha subìto colpi molto pesanti. Nelle difficoltà del sistema pubblico si è inserita la sanità privata che, con la scusa di “fornire un servizio” trasforma la salute in un business multimilionario in cui l’importante è, ovviamente, il profitto: la sanità privata è già al 30% a livello regionale con il sistema del “privato accreditato”.

I tagli alla sanità pubblica imposti dai Governi sono stati “amministrati”, tramite riorganizzazioni (tagli ai servizi) proprio dai manager provenienti dagli stessi partiti al governo della Regione o dello Stato centrale. La piaga della lottizzazione politica delle poltrone non si è mai fermata e, proprio la Regione Lombardia, arriva a consegnare ventimila euro di bonus anche a chi è sotto inchiesta per corruzione e turbativa d’asta (Stucchi del Poma, quota Pdl/Cl) e al “fedelissimo” manager dell’Asl, Borelli (quota Lega Nord).

Sul fronte del lavoro il personale del Carlo Poma ha affrontato una serie di tagli occupazionali, lavora da tempo sotto organico e con turni sempre più pesanti. In questo modo il servizio e l’assistenza ai malati si scontra con i tagli che arrivano anche a minare il numero di posti letto disponibili che, dagli anni Ottanta, è stato letteralmente dimezzato. Senza contare i presìdi ospedalieri come quello di Bozzolo che, nell’ottica della “razionalizzazione” di stampo aziendalistico, rischiano di essere chiusi.

Questa è la fotografia impietosa: se la guardiamo bene capiamo anche che non servirà a molto donare dei computer, dei libri o delle auto; per fermare questa deriva serve “donare” impegno e attenzione sociale ai problemi. Il diritto alla salute, primario e fondamentale per ciascun cittadino non può essere lasciato in mano a chi fa solo valutazioni di convenienza. Decine di profittatori della politica, dell’economia e nella sanità pubblica vanno “delocalizzati” molto lontano, dove non possano fare danni. È necessario inoltre ridisegnare un nuovo modello di sanità nel quale le Amministrazioni tornino ad investire in un sistema realmente pubblico il cui primo fine sia la salute e non l’interesse privato di chi, sulla pelle e i bisogni dei cittadini, vuole costruire il proprio potere economico e politico.