Una “puzza” nauseante

 

puzza
La puzza che dalla Ies si è propagata ieri in città non è solamente inquinamento o un incidente. Fiutando l’aria proveniente dal polo chimico si riconoscono tracce di altri elementi tossici: malattie, devastazione ambientale, tangenti, licenziamenti, promesse elettorali e accordi di bottega. Il numero di tumori va di pari passo con il peggioramento di un territorio irrimediabilmente compromesso, mentre il ricatto occupazionale ha sempre tenuto in scacco i lavoratori a tal punto che nemmeno durante l’oscena vertenza per la delocalizzazione si è assistito ad un sussulto. Dalle conclamate tangenti per aprire in Croazia alle nostrane promesse elettorali “finto-ambientaliste” di questo o quel candidato (senza distinzione di schieramento), la politica amministrativa ha sempre avuto un ruolo di –complicità- nelle politiche industriali; un supporto anche alle strategie (nazionali) di deindustrializzazione e una pacca sulla spalla, talvolta una lacrima pietosa, per le centinaia di lavoratori che rimangono a casa e che “per fortuna” nemmeno si agitano mentre vengono portati al macello.
Fuori dai denti: quella “puzza” dovuta all’acido solfidrico rappresenta al meglio il sistema di aggressione del territorio a scopo di rapina che lascia sul campo inquinamento, disoccupazione e degrado. È il capitalismo feroce e straccione che la politica ha servito e riverito negli ultimi due decenni.

Gli odori del polo chimico sono già ben conosciuti nei quartieri periferici, ma questa volta le conseguenze di una fiammata troppo alta sono arrivate in tutta la città anche dove spesso ci si permette il lusso di voltarsi dall’altra parte fino a quando i problemi bussano alla porta di casa. La “puzza” di morte è entrata in tutte le case in modo democratico ed uguale per tutti: ha voluto ricordarci che siamo tutti sotto attacco e che solo allo stesso modo è possibile uscirne. Esigendo rispetto, gettando nel lago gli azzeccagarbugli e partecipando in prima persona. Solo così è possibile creare alternative pensate dai cittadini nell’interesse collettivo per coniugare lavoro e ambiente e dare un futuro a Mantova.

Il resto è puzza (e campagna elettorale)

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Solidarietà alle vittime di una guerra sporca

I dati statistici ci informano ogni giorno che la crisi economica non sta colpendo le rendite o i grandi capitali, mentre crollano diritti, certezze e posti di lavoro, uno dopo l’altro, a decine, ormai a centinaia.

I campi di battaglia qui a Mantova sono diversi: Ufi, Burgo, Mps, Wella, Primafrost, etc.; così in alcune coop sociali, nella grande distribuzione organizzata e nelle campagne con il loro carico di sfruttamento di manodopera prevalentemente straniera. Il “bollettino di guerra” si è arricchito di nuove vittime: i 400 lavoratori della Ies e il numero quasi equivalente dell’indotto.

La dirigenza ungherese ha scelto la via più semplice: spostare la produzione nel proprio Paese lasciando a Mantova un piccolo deposito. Alla faccia di chi lavora e del territorio tutto. Una politica industriale, da parte di un’azienda e di uno Stato seri, farebbe scelte coraggiose in termini di investimenti per garantire la produzione e attuare seri percorsi di bonifica in modo da non dovere sacrificare né il lavoro né la salute dei lavoratori e dei cittadini.

Anche qui invece va in scena il capitalismo straccione del “prendi i soldi e scappa”, che succhia tutto quello che può da un territorio lasciando dietro di sè solo degrado, in termini economici, ambientali e sanitari; con una aggravante che guarda ben oltre i confini del Mantovano: va al macero un settore strategico come quello dell’industria della raffinazione; una politica di svendita del patrimonio economico/industriale italiano attuata da anni e concessa, quando non incoraggiata, da tutto l’arco politico.

Il liberismo economico, la “favola” della bontà del libero mercato che ci ha condotto alla crisi, ha come capolinea il disastro più totale, quello del lavoro, dell’ambiente, dei beni comuni e delle vite stesse delle persone. Non crediamo di avere la bacchetta magica, ma sappiamo che il primo passo concreto è quello di solidarizzare con chi sta subendo il peso di queste scelte. Uniti si può costruire una narrazione e un destino comune, per affrontare la crisi dalla parte del lavoro e del territorio senza più concedere nulla a profittatori e sciacalli.