Zitto o muori. Desaparecidos e repressione in Messico

Desaparesidos MessicoIl 17 luglio 2000 l’allora Ministro degli Esteri Rosario Green disse: “Siamo ormai una democrazia matura. Grazie al Trattato di Libero Scambio con l’Europa (TLCUEM) il Messico non sarà più legato solo agli Stati Uniti”.

Da quindici anni noi europei siamo quindi legati al Messico da una clausola democratica: per questo ma soprattutto perché siamo umani, non possiamo restare in silenzio di fronte ai troppi e continui crimini che si stanno commettendo nello stato Messicano. Crimini gravissimi e strazianti perché sta venendo meno il rispetto dei Diritti Umani fondamentali e il diritto alla vita delle persone. Lo “scudo” mediatico della guerra al narcotraffico, portata avanti dagli ultimi presidenti della Repubblica – Felipe Calderón ed Enrique Peña Nieto – ci ha nascosto una politica di sistematico terrore e violenza nei confronti della popolazione. L’impressionante numero dei crimini rende ancora più inaccettabile la nostra “distrazione”: dal 2000 al 2014 in Messico ci sono stati più di 164mila omicidi civili e, dal 2006 al 2012, le “sparizioni forzate” hanno riguardato almeno 27mila persone. Per la stampa messicana, ogni caso era a sé, isolato, frutto di una violenza generalizzata, senza nome e senza senso. Quindi: perché preoccuparsene?

Tra le vittime tanti erano ragazzi: meno di un anno fa la sparizione forzata dei 43 studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, nella notte del 26 settembre 2014 a Iguala, Stato del Guerrero, con il coinvolgimento della polizia municipale ed elementi dell’esercito. Quei ragazzi stavano protestando contro la privatizzazione dell’istruzione. Erano 22 ragazzi quelli fucilati in un’esecuzione extragiudiziale dall’esercito messicano il 30 giugno 2014, su ordine scritto dall’Alto Comando Militare; una delle tante esecuzioni extragiudiziali portate a termine dall’esercito che ha l’ordine di “abbattere” civili considerati delinquenti senza alcun diritto ad avere un processo. L’elenco dei “presi di mira” è infinito: attivisti, oppositori politici, fotografi e comunicatori professionisti di stampa, TV e Web, tanti giornalisti da definirlo un massacro.

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Dal 2000 ad oggi sono oltre un centinaio i giornalisti uccisi (Reporter senza frontiere ne ha contati 88, ma a seconda
della fonte la cifra cambia, anche in base ai criteri secondo cui viene considerato un giornalista). Solo nello stato di Veracruz, in cui governa Duarte del PRI (Partido Revolucionario Institucional), partito del presidente Enrique Peña Nieto, si contano ben 18 omicidi dal 2000 e 15 dal 2010, anno d’insediamento dell’attuale governatore. Da anni il Messico è ai primi posti nella classifica dei luoghi più pericolosi per l’esercizio della professione giornalistica in compagnia di paesi in guerra come l’Iraq, la Libia, la Siria, l’Afghanistan e la Somalia. Nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, il paese occupa il posto 148 su 180, al livello dell’Afghanistan.

Purtroppo la lista degli omicidi, nel 2015, non è giunta al suo termine.

Rubén Espinosa era un reporter, un fotografo scomodo per il potere. Aveva 31 anni. Nadia Vera era un’attivista, antropologa del Chiapas e aveva frequentato l’università a Xalapa, capitale del Veracruz. Aveva 32 anni. Entrambi sono morti nella notte del 31 luglio. Sono stati torturati e in seguito giustiziati con uno sparo alla testa da un gruppo di sicari. Nadia è stata anche violentata prima della fine. Sono state uccise con loro le coinquiline di Nadia, e la domestica, Alejandra. Sono state percosse, poi forse stuprate e infine freddate da un proiettile in testa.

Rubén Espinosa era nato a Città del Messico e da sette anni lavorava a Veracruz, uno stato fortemente condizionato dal controllo del crimine organizzato. Collaborava con la rivista Proceso e con l’agenzia Cuartoscuro. Era specializzato nella copertura di proteste e manifestazioni e denunciava da anni le aggressioni nei confronti dei giornalisti nello stato orientale di Veracruz. Pedinato e fatto oggetto di minacce di morte, aveva deciso in fretta di rifugiarsi a Città del Messico, dove abitano i suoi genitori. La procura di Città del Messico, responsabile delle indagini, non ha ancora formulato nessuna ipotesi sull’omicidio e ha dichiarato di non escludere la pista della rapina. A casa nostra questa non si chiama “rapina” si chiama “repressione”!

le-sparizioni-di-citt-del-messico-orig_mainE non è nostra intenzione rimanere a guardare solo perché il Messico ci sembra così lontano. Aderiamo così all’appello di #MexicoNosUrge: un gruppo di scrittori, intellettuali e giornalisti sta facendolo circolare per poi inviarlo al Parlamento Europeo e al governo italiano affinché prendano posizione, condannino e sospendano i trattati che hanno col paese nordamericano: “Non è stato sufficiente fuggire a Città del Messico, considerata finora un porto sicuro in cui ripararsi dalle aggressioni contro la libertà di stampa. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte. Tutti i giornalisti critici devono avere paura perché possono essere raggiunti nelle loro case, torturati e ammazzati”. L’appello comincia col ricordare l’articolo 1 del trattato di libero commercio tra il Messico e l’unione Europea: “Fondamento dell’accordo. Il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali, così come si enunciano nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ispira le politiche interne e internazionali delle parti e costituisce un elemento essenziale del presente Accordo”.

Con una riflessione in più, proprio parlando di libero commercio, che non può lasciarci indifferenti. Questa riflessione nasce da un libro, “Ni vivos ni muertos”, scritto dal giornalista italiano Federico Mastrogiovanni. Frutto di tre anni di lavoro, è un’inchiesta ma anche un reportage, che si chiude nella primavera del 2014, quando diventa evidente che “otto anni di violenza, preparavamo le riforma energetica, la privatizzazione delle risorse del sottosuolo, che contraddice la Costituzione rivoluzionaria ma è un passo obbligato da parte del governo messicano, imposto dalla relazione con Stati Uniti e Canada nell’ambito del North America Free Trade Agreement. Come dimostrano le esperienze di multinazionali del petrolio e del gas in giro per il mondo, anni di violenza, militarizzazione, ‘pulizia sociale’, precedono sempre l’ingresso delle aziende in nuovi mercati. Questa lente ci aiuta a leggere gli ultimi anni in Messico”.

Restiamo Uniti. Restiamo Umani.
Perché “un torto fatto a uno, è un torto fatto a Tutti”.

Fonti:

Consigliamo anche il Docu-film “Reportero”:
http://reporteroproject.com/

link video sui 15 giornalisti uccisi durante durante il mandato di Duarte:https://www.youtube.com/watch?v=ybpCVveH-no&feature=share

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NO TAV: la scelta partigiana di schierarsi in prima persona

984280_453402208146299_6180802279780394747_nGrazie a tutte e tutti i partecipanti alla proiezione speciale di QUI organizzata in collaborazione con il cinema del carbone.
In questi anni sulla lotta No Tav si è detto e scritto molto e, spesso, la narrazione dominante ha cercato di dipingere i cittadini resistenti come barbari assetati di distruzione. Un’opera di demonizzazione organizzata per sminuire un movimento popolare che, al tempo dell’individualismo e dell’antipolitica, è nato e cresciuto riuscendo a tenere in scacco una grande opera inutile e dannosa. Gli interessi politici ed economici che sottendono al Tav hanno reagito scatenando una guerra contro i No Tav sia sul piano militare che su quello politico, ideologico e giudiziario.

Quello della parziale sospensione della democrazia e dell’attacco diretto ai manifestanti è un copione che purtroppo va in scena ovunque ci sia una grande opera imposta per il profitto. È un problema che ci riguarda da vicino per due motivi: il primo e più evidente è che la linea del Tav passerà anche sopra le nostre teste, nel tracciato Brescia-Verona rischiando di causare gravi danni al territorio del basso Garda e le colline moreniche dilapidando inoltre ingenti risorse pubbliche. L’altro è che proprio Mantova non è stata, non è e non sarà esente da questi pericoli, essendo già stata vittima di scempi ambientali e di lotte ambientaliste che certa politica è stata capace di schiacciare per portare avanti i propri piani: grandi e piccole opere dannose e/o inutili imposte senza trasparenza e senza il coinvolgimento dei cittadini che vivono sul territorio.
Il film di Daniele Gaglianone (presente all’evento in collegamento skype) ha la bellezza di essere fatto con le parole e i silenzi di persone semplici, uomini e donne, giovani e vecchi, lavoratori della valle che da anni si oppongono alla costruzione della linea ad alta velocità, alla devastazione ambientale, allo spreco di risorse pubbliche e alle infiltrazioni mafiose.

Non ci sono santini rivoluzionari o icone, ma persone comuni che, trovatesi nella tempesta, hanno fatto la scelta partigiana di schierarsi in prima persona per difendere la comunità, la libertà di tutti e la propria terra.