Primo Maggio 2017: cinque anni in cammino, insieme

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Un pranzo popolare nella storica corte Frassinara a Roncoferraro e un lungo brindisi mentre fuori infuriava la bufera: questa la nostra festa del Primo Maggio e dei primi cinque anni di eQual. Un lustro iniziato con lo slogan “un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti” e proseguito grazie all’impegno generoso di tante e tanti in nome della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale e ambientale.

Compiamo gli anni in una data meravigliosa, nel giorno che da più di cent’anni mette al centro i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo: il Primo Maggio abbatte i confini, le religioni, le razze, ed è una festa internazionalista, strappata con la lotta, che serve a ricordare a tutti chi produce realmente la ricchezza della società. E a chi comanda questa data fa ancora paura: se il fascismo l’aveva abolita, il regime democratico cerca da anni di neutralizzarla aumentando lo sfruttamento, fomentando la guerra tra poveri e tra lavoratori, e provando a ridurla a una generica festa del “lavoro”.

Un filosofo tedesco diceva cerstehe “uno spettro si aggira per l’Europa” perché le mani che controllano il mondo economico, industriale e i burattini politici, erano e sono terrorizzate dall’idea che un popolo unito di milioni di persone possa rovesciare il loro tavolo truccato . Non c’è dunque un minuto da perdere: continuiamo ad organizzarci per pretendere il cambiamento; c’è un futuro da conquistare, insieme.

Roncoferraro: scritte neonaziste contro i richiedenti asilo

ausLa guerra tra poveri la vincono sempre i ricchi e i loro burattini. Disinneschiamola!

A Casale di Roncoferraro a giorni arriveranno 15 richiedenti asilo. Nonostante il lavoro di informazione e di rassicurazione messo in atto dal Comune, c’è chi è già pronto a soffiare sulle paure dei trecento abitanti della frazione. Sul muro dell’ex ristorante che diventerà casa per questa decina di persone è comparsa una inquietante scritta in tedesco. I soliti neonazisti che usano la guerra tra poveri per giocare alla “razza pura” aiutando quel sistema che fingono di contrastare.

Abbiamo denunciato più volte, e non smetteremo di farlo, l’esistenza di un sistema di speculazione e sfruttamento sulla questione immigrazione. Il “sistema di accoglienza” è allo sbando per la sua stessa natura: uno Stato che vive di emergenze e che “esternalizza” ad enti privati la gestione delle vite di migliaia di richiedenti asilo è uno Stato fallimentare. Sono diversi ormai i casi di “finte cooperative” che con questa situazione hanno risanato i propri debiti e che sfruttano il lavoro di operatori e operatrici; sono magari gli stessi enti “caritatevoli” che per farsi una faccia presentabile poi trovano qualche lavoretto a voucher per gli ex-richiedenti asilo o mettono in piedi feste (multi)etniche, magari sfruttando la generosità di realtà solidali del territorio. In poche parole, solo qualche briciola di tutto questo arriva in tasca ai capri espiatori di questa macchina infernale che, pare quasi vero, sembra architettata per creare fratture sociali alimentate da media complici e politici sciacalli.
La scritta in tedesco “via gli stranieri” apparsa nel territorio di Roncoferraro mostra esattamente chi è il burattino  del nemico: i neonazisti e i loro simili che quando attaccano a parole il “business dell’immigrazione” puntano solamente a fomentare odio nei confronti dell’ultimo anello della catena politico-economica.
La crisi economica, sociale e politica sta però colpendo in egual modo lavoratori italiani e stranieri, i disoccupati, i pensionati etc. Per contrastare neonazisti e forze “democratiche” che inneggiano ad espulsioni di massa giocando con le paure delle persone, serve un cambiamento radicale dell’esistente, a partire dalle sicurezze sociali: lavoro, diritti, sanità, istruzione, beni comuni e democrazia; parole che suonano eretiche in questo sistema ingiusto e corrotto. Solo con la giustizia sociale possiamo disinnescare la guerra tra poveri.

[Memoria storica] Lo sciopero dei quaranta giorni del 1949

SCARIOLANTI1Lo sciopero bracciantile dei quaranta giorni della primavera del 1949 e quello dell’anno successivo, segnarono l’ultima grande ondata del movimento dei braccianti in Italia. Un “biennio rosso” che incendiò la pianura padana e aree del mezzogiorno. Il patto agricolo era stato disatteso e dopo il 1948 gli agrari e la Democrazia Cristiana colpirono duramente i lavoratori e le lavoratrici.
Anche in ogni paese e in ogni corte agricola del mantovano decine di migliaia di braccianti e mondine si organizzarono con l’obbiettivo di dare “la terra a chi la lavora” e combattere la miseria e lo sfruttamento.
Vogliamo ricordare la voglia di partecipare e di “prendere parte”, le infuocate assemblee sindacali di cascina, i pentoloni comuni nelle piazze, il lavoro fermo ovunque. La violenza subìta e quella praticata: la Resistenza era ancora dietro l’angolo e non ci si risparmiava davanti alle difficoltà; gli scontri coi crumiri, che a centinaia venivano portati dal Veneto con la promessa di un po’ di terra. E ancora le provocazioni, le botte e gli arresti della celere di Scelba.
Un mondo che sembrava sul punto di esplodere.
Giorni nei quali la solidarietà era un’arma capace di diffondersi e moltiplicarsi: da Genova i lavoratori dell’Ansaldo (gli stessi che nel 1973 avrebbero sabotato i treni in partenza per il Cile golpista di Pinochet) fecero arrivare in stazione a Mantova convogli carichi di alimenti per gli scioperanti. A sostenere le lotte erano i partiti DEI lavoratori e DI lavoratori (li rappresentavano i Di Vittorio, non i D’Alema o i Napolitano di oggi).
Tremava il governo, tremava Scelba e tremavano gli agrari che rimpiangevano lo squadrismo: e più sparavano addosso agli scioperanti e più quelle migliaia di proletari diventavano un corpo unico, indistruttibile.
Riccardo Bertoni di Cizzolo lasciato morire in prigione, la mondina Maria Margotti di Bologna colpita a morte da una raffica di mitra il 17 maggio del 1949; con loro Vittorio Veronesi assassinato dall’agrario Grazioli lo stesso giorno dell’anno seguente a Porto Mantovano: tutti loro erano i martiri della nuova resistenza, di una generazione che tentò ancora una volta di cambiare davvero le cose.

Persino a Mantova in molti non hanno mai sentito parlare o non ricordano più queste storie , tutte ostinatamente vere. Non si tratta né delle “trame” dei Gonzaga né di lontani moti risorgimentali, ma dell’identità conflittuale del territorio mantovano, di una sua ricchezza sociale e politica che è stata sepolta “viva”.
Perché? Perché ricordare che gli sfruttati, se organizzati e con un’idea di cambiamento, possono davvero ribaltare la situazione è il peggiore incubo di chi vuole mantenere tutto com’è.

E a chi inganna, sfrutta o privatizza è giusto turbare il sonno.