UNA NUOVA PROVOCAZIONE DI ESTREMA DESTRA A MANTOVA

nazibustersGuerra tra poveri: il neofascista in doppiopetto chiama a raccolta squadristi e naziskin

La crisi economica colpisce in egual modo la maggioranza della società: lavoratori italiani e stranieri, disoccupati, studenti, pensionati etc. È il momento in cui chi sta in basso può prendere coscienza e scegliere di ribellarsi: proprio a quel punto spuntano sempre fuori i burattini sciocchi e violenti del sistema, vecchi e nuovi fascisti come il camerata De Marchi che fanno il loro sporco teatrino di distrazione di massa e di divisione.

Ci vuole una patologia ossessiva o una complicità con chi comanda nel voler fare baccano intorno a minoranze per raccattare voti sulle insicurezze sociali. Il campo di sosta attrezzata di via Guerra conta a malapena una trentina di famiglie di cittadini italiani di etnìa sinta, lo 0,30% della popolazione mantovana. Una piccola storia fatta di ghettizzazione e problemi sociali da cui si può uscire: la maggior parte della popolazione attiva lavora e in molti sono favorevoli alla dismissione del campo. Ma per l’estrema destra questo è un dramma, come farebbero a fare propaganda contro “gli zingheri”?

Fingere che i problemi non esistano è stupido buonismo almeno quanto ingigantirli per fomentare paura e odio: ecco perché fa doppiamente schifo la chiamata alle armi del consigliere De Marchi. Il delicato caso di Roverbella viene utilizzato per indire un presidio contro il campo nomadi di Mantova. Il consigliere rappresentante dell’estrema destra quando governava con Forza Italia ha avuto tempo di sostenere privatizzazioni, speculazioni edilizie mentre invece il tanto disprezzato campo è rimasto lì. Adesso inventa una nuova provocazione e invita dichiaratamente neonazisti, skinhead, associazioni di estrema destra camuffate da civiche a fargli da comparse per la sua commedia. Spera di ottenere visibilità, creare consenso politico sulla paura e magari cercare lo scontro verbale e/o fisico a favore di telecamera.

Per questo, insieme alla crisi, è sempre più chiaro che dobbiamo combattere anche la guerra tra poveri: ogni giorno politici da strapazzo indicano i presunti nemici da combattere, mentre da dietro banchieri, grossi imprenditori e speculatori ci scippano soldi, lavoro, sanità, istruzione, ambiente e la nostra stessa dignità.

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Confindustria: sulla “solitudine” degli imprenditori

La Confindustria di Mantova lamenta la “latitanza della politica” e la “solitudine” degli imprenditori? Per anni hanno potuto delocalizzare senza che le amministrazioni locali e/o nazionali battessero ciglio, i vincoli ambientali sono in una “nuova” fase di revisione in Parlamento proprio in questi giorni e le leggi sul lavoro hanno precarizzato sempre di più le condizioni lavorative e di vita di milioni di persone (il Jobs Act è solo l’ultimo “regalo”). A ben vedere la politica ha servito e riverito per bene gli interessi dei grandi industriali.

Gli imprenditori tornano anche a chiedere la rimozione degli oneri di urbanizzazione per la costruzione di nuovi insediamenti produttivi: come se la Provincia di Mantova non fosse già caratterizzata da centinaia di fabbriche abbandonate. Si parta dal recupero dell’esistente: basta guardare alla “valle dei templi” sulla Ostigliese (Valdaro) con decine di capannoni quasi ultimati e mai utilizzati. È proprio questa totale “libertà” concessa agli industriali e al loro capitalismo straccione che ha portato alla distruzione del tessuto produttivo del territorio. Una vicenda in cui la Kosme di Roverbella è pienamente inserita e per la quale è devastante che, ancora una volta, i disastri dei padroni/manager debbano essere pagati dai lavoratori. 140 licenziamenti (più gli interinali) che pesano già ora come un macigno. Non è la Manzardo che viene fatta fallire o la Sogefi che viene tagliata come “ramo secco”, ma poco ci manca. Non serve altro per capire che coloro che hanno chiesto sacrifici ai lavoratori e al territorio in cambio del mantenimento degli stabilimenti non hanno mantenuto e non mantengono le loro promesse: alla prima occasione non ci hanno pensato due volte prima di delocalizzare e lasciare Mantova per mantenere inalterati i propri conti in banca. (Nella foto i lavoratori e le lavoratrici della Kosme davanti ai cancelli della fabbrica dopo la fine del primo tavolo di trattativa tra i rappresentanti sindacali e la proprietà).

Solidarietà ai lavoratori della Kosme

assekosmeIeri mattina abbiamo partecipato allo sciopero della Kosme di Roverbella con picchetto e assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici.
L’azienda, di proprietà della multinazionale Krones AG, ha comunicato unilateralmente la sua intenzione di tagliare sulla produzione lasciando a casa 139 lavoratori e lavoratrici (più una cinquantina di interinali). I motivi principali sarebbero le perdite nei bilanci e la difficile congiuntura economica. Eppure l’azienda avrebbe rassicurato di recente i rappresentanti dei lavoratori sul fatto che non ci sarebbero state ripercussioni occupazionali.

Purtroppo questo modo di operare l’abbiamo già visto: si tratta di aziende che, di facciata, lavorano bene, dove gli operai godono anche di una soddisfacente condizione di lavoro, tanto che viene “richiesto” un aumento degli straordinari. Nonostante i problemi arrivano continue “rassicurazioni” sul futuro e poi, improvvisamente, per mezzo di una fredda comunicazione aziendale, cala la scure violenta dei licenziamenti. Questa è una situazione in cui troppo spesso i bilanci in perdita “non destano preoccupazione” in padroni/manager. Il dramma della Sogefi (Virgiliana) del 2008 e quello della Manzardo (Valdaro) nel 2011 parlano la stessa lingua della Kosme. È il linguaggio del capitale che prende tutto quello che può da chi lavora e dal territorio e poi, senza fare complimenti, se ne va lasciando disoccupazione e disperazione.

Siamo solidali con i lavoratori e le lavoratrici e, proprio perché abbiamo visto (e vissuto sulla nostra pelle) situazioni analoghe, li esortiamo a non arrendersi. Non può e non deve finire con l’ennesima vittoria del profitto e dell’arroganza: i fallimenti dei manager e dei dirigenti non possono essere pagati dai lavoratori.

 

[Memoria storica] Lo sciopero dei quaranta giorni del 1949

SCARIOLANTI1Lo sciopero bracciantile dei quaranta giorni della primavera del 1949 e quello dell’anno successivo, segnarono l’ultima grande ondata del movimento dei braccianti in Italia. Un “biennio rosso” che incendiò la pianura padana e aree del mezzogiorno. Il patto agricolo era stato disatteso e dopo il 1948 gli agrari e la Democrazia Cristiana colpirono duramente i lavoratori e le lavoratrici.
Anche in ogni paese e in ogni corte agricola del mantovano decine di migliaia di braccianti e mondine si organizzarono con l’obbiettivo di dare “la terra a chi la lavora” e combattere la miseria e lo sfruttamento.
Vogliamo ricordare la voglia di partecipare e di “prendere parte”, le infuocate assemblee sindacali di cascina, i pentoloni comuni nelle piazze, il lavoro fermo ovunque. La violenza subìta e quella praticata: la Resistenza era ancora dietro l’angolo e non ci si risparmiava davanti alle difficoltà; gli scontri coi crumiri, che a centinaia venivano portati dal Veneto con la promessa di un po’ di terra. E ancora le provocazioni, le botte e gli arresti della celere di Scelba.
Un mondo che sembrava sul punto di esplodere.
Giorni nei quali la solidarietà era un’arma capace di diffondersi e moltiplicarsi: da Genova i lavoratori dell’Ansaldo (gli stessi che nel 1973 avrebbero sabotato i treni in partenza per il Cile golpista di Pinochet) fecero arrivare in stazione a Mantova convogli carichi di alimenti per gli scioperanti. A sostenere le lotte erano i partiti DEI lavoratori e DI lavoratori (li rappresentavano i Di Vittorio, non i D’Alema o i Napolitano di oggi).
Tremava il governo, tremava Scelba e tremavano gli agrari che rimpiangevano lo squadrismo: e più sparavano addosso agli scioperanti e più quelle migliaia di proletari diventavano un corpo unico, indistruttibile.
Riccardo Bertoni di Cizzolo lasciato morire in prigione, la mondina Maria Margotti di Bologna colpita a morte da una raffica di mitra il 17 maggio del 1949; con loro Vittorio Veronesi assassinato dall’agrario Grazioli lo stesso giorno dell’anno seguente a Porto Mantovano: tutti loro erano i martiri della nuova resistenza, di una generazione che tentò ancora una volta di cambiare davvero le cose.

Persino a Mantova in molti non hanno mai sentito parlare o non ricordano più queste storie , tutte ostinatamente vere. Non si tratta né delle “trame” dei Gonzaga né di lontani moti risorgimentali, ma dell’identità conflittuale del territorio mantovano, di una sua ricchezza sociale e politica che è stata sepolta “viva”.
Perché? Perché ricordare che gli sfruttati, se organizzati e con un’idea di cambiamento, possono davvero ribaltare la situazione è il peggiore incubo di chi vuole mantenere tutto com’è.

E a chi inganna, sfrutta o privatizza è giusto turbare il sonno.