Rice up! – un ringraziamento

gleichCon queste parole vorremmo ringraziare le oltre settanta persone che hanno partecipato a RICE UP!, la prima cena sociale dell’associazione eQual. Una menzione speciale va agli amici della palestra My Wall per avere ospitato nella loro struttura l’assemblea e la serata.

Da quasi tre anni lavoriamo quotidianamente alla (ri)costruzione di un profilo concreto di impegno socio-politico di base e la cena di ieri, nonostante l’atmosfera rilassata e conviviale, fa parte dello stesso percorso. Nel nostro pensare e agire sul territorio, sulla solidarietà tra lavoratori e per il diritto alla città, abbiamo fatto la scelta di una cena caratterizzata dall’uso quasi totale di prodotti biologici, a KM zero e senza sfruttamento di chi lavora.

Le sfide che abbiamo davanti sono molteplici: la violenza del Jobs Act appena approvato ci ricorda chi è l’avversario e qual è il suo obiettivo; le privatizzazioni e le cementificazioni del nostro territorio parlano la stessa lingua, ovvero quella degli interessi privati contro l’interesse dei cittadini e dei lavoratori. Un’epoca difficile in cui andando oltre la rassegnazione e l’individualismo si lotta anche contro l’infezione della guerra tra poveri e, ancora più pericolosa, quella che sembra preludere a nuove tragedie belliche.In questo “tempo di bufera” noi abbiamo scelto da tempo di andare controvento e sappiamo di non essere da soli.

La partecipazione alla serata di ieri, le accalorate discussioni ai tavoli, insieme alle nuove iscrizioni all’associazione e al contributo che viene dato quotidianamente da sostenitori vicini e lontani, sono la cartina di tornasole, il risultato di un lavoro duro e appassionato che lentamente si rafforza e si propone di trasformare radicalmente l’esistente.

E insieme possiamo farlo.
Grazie veramente di cuore a tutte/i.

Annunci

Lavanderia Facchini di San Benedetto Po: fermare lo sfruttamento, difendere il lavoro. Tocca a noi.

La vertenza delle lavoratrici della Lavanderia Facchini di San Benedetto Po (Mn) non si ferma. Da tre settimane infatti prosegue la raccolta firme di solidarietà che vede impegnate le ex dipendenti della Lavanderia, la FIT-CISL e l’associazione eQual. Tra mercati dei paesi vicini, fabbriche del territorio, circoli Arci e vari esercizi commerciali sono già state superate le seicento firme e numerose sono state le dimostrazioni di solidarietà. Ripercorriamo qui le tappe successive al nostro primo aggiornamento di ottobre per capire le ragioni e gli sviluppi di questa importante iniziativa.

IL LICENZIAMENTO CONSENSUALE

Dopo che a ottobre il rappresentante della cooperativa con l’appalto all’interno della Lavanderia aveva comunicato a voce la cessazione della produzione, è iniziato un periodo di disoccupazione per i 55 lavoratori, in maggioranza donne, senza il sostegno di alcun ammortizzatore sociale.

10406749_809377689104555_1293032710768198294_n

Il presidio durante con l’incontro cooperativa-sindacati del 24 novembre.

Il 24 novembre si è svolto un incontro tra i rappresentanti della Cogest 2013 (la cooperativa) e i rappresentanti sindacali presenti in azienda (FILCTEM-CGIL e FIT-CISL). All’esterno della sala il presidio organizzato per dimostrare la volontà dei lavoratori a non accettare accordi al ribasso ha registrato un’ottima partecipazione tra le lavoratrici, supportate anche da attivisti provenienti dalla città. La prima ricaduta pratica della mobilitazione è stata l’imposizione che la concertazione sindacale si svolgesse in loco con tempi certi e in presenza di delegati sindacali di tutti i sindacati e di lavoratrici dello stabilimento, al contrario delle occasioni precedenti.

Il licenziamento consensuale proposto dalla cooperativa sarà accettato il giorno dopo l’incontro solo dalla rappresentante CGIL: una buonuscita economica, senza più alcun diritto sui diritti pregressi. I rappresentanti della FIT-CISL hanno invece ribadito e concordato con i rappresentanti della cooperativa l’esigenza di un nuovo incontro a due giorni di distanza per una più attenta valutazione delle condizioni necessarie per la tutela delle lavoratrici (qui articolo Gazzetta di Mantova). Questo anche per evitare che un accordo frettoloso potesse agire da sanatoria sugli errori commessi dalla cooperativa nella compilazione delle buste paga, come già avvenuto nel passato: parti di TFR (Trattamento di Fine Rapporto) al posto dello stipendio, errato conteggio delle ore mensili, impiego non chiaro della “banca ore” (ore-tampone cumulabili usate per mantenere intatto lo stipendio anche in assenza di commesse: capitava però che queste venissero scalate anche durante i periodi di lavoro a pieno regime).

L’incontro richiesto dalla FIT-CISL non ha però mai avuto luogo. Riportiamo le parole di Jenny Maestrini: « non condividevamo il contenuto dell’accordo raggiunto dalla rappresentanza CGIL e della cooperativa. Era perciò necessario riformulare le condizioni per tutelare meglio i diritti delle nostre iscritte. La Cogest però ha completamente disatteso l’accordo del 24 novembre non ripresentandosi al tavolo per rivedere le condizioni (annullando l’incontro pochi minuti prima del suo inizio). Ad una ulteriore richiesta formale di incontro non è stata data alcuna risposta e da allora non c’è stato nessun altro incontro.»

IL RIFIUTO DELLA CASSA INTEGRAZIONE E IL RI-COLLOCAMENTO FUORI PROVINCIA

10857776_820960791279578_3406593540339965009_n

17 dicembre 2014 – Prima giornata di sciopero

La cooperativa è stata definita più volte “associazione a delinquere” dai lavoratori per le condizioni di lavoro imposte e ha confermato la propria fama affossando la domanda di cassa integrazione avanzata dai lavoratori ancora formalmente assunti. La cooperativa ha motivato la propria decisione insieme all’intimazione a presentarsi al lavoro presso altri siti produttivi fuori provincia come Milano, Brescia e Genova, senza alcun rimborso spese. Il 17 dicembre, ad un’ulteriore intimazione della cooperativa con sede a Roma a presentarsi in servizio(con una proposta di rimborso pari a 20€ per Milano) i lavoratori decidono di entrare in sciopero, con un presidio davanti al municipio di San Benedetto, fino alla scadenza del contratto (31 dicembre), per impedire ritorsioni e sanzioni disciplinari/licenziamenti.

Il 20 dicembre, nel corso della commemorazione del 70esimo anniversario della Battaglia partigiana di Gonzaga, una delegazione di lavoratrici della lavanderia partecipa insieme agli attivisti di eQual alla cerimonia con uno striscione per affermare la continuità tra la lotta partigiana del passato e la lotta attuale per un’Italia basata sulla giustizia sociale anziché sulla sopraffazione.

LA CAMPAGNA DI SOLIDARIETÀ

E’ tra la fine del 2014 e l’inizio del nuovo anno che le lavoratrici decidono di proseguire la mobilitazione con il sostegno di eQual e della FIT-CISL: si sparge infatti la voce che la lavanderia, dotata di macchinari molto moderni e di un vasto portafoglio clienti, possa riaprire sotto un’altra gestione, proprietaria o appaltante, risparmiando ancora di più sulla retribuzione oraria dei dipendenti, ergo rendere ancora più umilianti le condizioni di lavoro. Il frequente viavai dallo stabilimento di imbianchini, giardinieri, tecnici, di alcune dipendenti di un’altra cooperativa (che aveva già precedentemente gestito la lavanderia) hanno reso le voci molto più consistenti. Da segnalare anche il fatto che un annuncio per l’assunzione di un magazziniere tessile in zona San Benedetto Po riporta il numero della partita IVA dell’azienda “Coopera”, un consorzio di cinque realtà di cui fa parte anche “Laserra società cooperativa” che già per un breve periodo aveva avuto in in appalto la produzione all’interno della Lavanderia (qui lo screenshot).

10933947_836677419707915_8438286752901258860_n

La conferenza stampa di lancio della campagna di solidarietà

Il 10 gennaio durante una partecipata conferenza stampa è stata così ribadita la volontà di proseguire il percorso di difesa del posto di lavoro con una raccolta firme per sensibilizzare la cittadinanza e riceverne la solidarietà. Le rivendicazioni sono chiare e precise: si chiede l’applicazione del contratto nazionale di categoria (cosa mai avvenuta negli ultimi tre anni), la riassunzione diretta delle ex-dipendenti senza l’intermediazione delle false cooperative e la fine delle discriminazione d’età con la tutela delle lavoratrici più anziane (definite “bolse”, termine spregiativo per indicare le lavoratrici quando diventano meno “produttive”). Si pretende inoltre la fine della discriminazione delle lavoratrici straniere attraverso il ricatto del permesso di soggiorno e la conseguente guerra al ribasso tra le lavoratrici a solo vantaggio della proprietà.

DIVISI SIAMO NIENTE, UNITI SIAMO TUTTO

La raccolta firme ha avuto una buona risonanza ed è attualmente in svolgimento. Oltre ai diversi momenti di raccolta nelle piazze dei paesi del circondario la raccolta si è attivata in diverse fabbriche vicine, circoli ed esercizi commerciali di San Benedetto Po, Quistello e Pegognaga. Ogni piccolo passo è una conquista resa possibile grazie all’impegno diretto e alla coordinazione delle lavoratrici, dei sindacalisti, degli attivisti e dei cittadini solidali che ritrovano la motivazione di fare comunità. E’ una battaglia dura e lunga attraverso la quale è però possibile ricostruire quei legami di solidarietà e giustizia sociale che un tempo erano pratica diffusa nell’Oltrepò e tra i suoi abitanti. La campagna non è ancora terminata e la lotta per la riassunzione si preannuncia densa di nubi, ma in questi due mesi tante cose insperate sono state organizzate e la pratica rafforza la fiducia nei propri mezzi. La solidarietà e la partecipazione sono muscoli che vanno allenati, soprattutto di fronte al dilagare di una crisi che riguarda la maggioranza del Paese. Per questo continueremo a sostenere la vertenza delle lavoratrici Facchini e a diffondere aggiornamenti e a promuovere partecipazione.

Un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti. Anche a San Benedetto Po.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Solidarietà ai lavoratori della Kosme

assekosmeIeri mattina abbiamo partecipato allo sciopero della Kosme di Roverbella con picchetto e assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici.
L’azienda, di proprietà della multinazionale Krones AG, ha comunicato unilateralmente la sua intenzione di tagliare sulla produzione lasciando a casa 139 lavoratori e lavoratrici (più una cinquantina di interinali). I motivi principali sarebbero le perdite nei bilanci e la difficile congiuntura economica. Eppure l’azienda avrebbe rassicurato di recente i rappresentanti dei lavoratori sul fatto che non ci sarebbero state ripercussioni occupazionali.

Purtroppo questo modo di operare l’abbiamo già visto: si tratta di aziende che, di facciata, lavorano bene, dove gli operai godono anche di una soddisfacente condizione di lavoro, tanto che viene “richiesto” un aumento degli straordinari. Nonostante i problemi arrivano continue “rassicurazioni” sul futuro e poi, improvvisamente, per mezzo di una fredda comunicazione aziendale, cala la scure violenta dei licenziamenti. Questa è una situazione in cui troppo spesso i bilanci in perdita “non destano preoccupazione” in padroni/manager. Il dramma della Sogefi (Virgiliana) del 2008 e quello della Manzardo (Valdaro) nel 2011 parlano la stessa lingua della Kosme. È il linguaggio del capitale che prende tutto quello che può da chi lavora e dal territorio e poi, senza fare complimenti, se ne va lasciando disoccupazione e disperazione.

Siamo solidali con i lavoratori e le lavoratrici e, proprio perché abbiamo visto (e vissuto sulla nostra pelle) situazioni analoghe, li esortiamo a non arrendersi. Non può e non deve finire con l’ennesima vittoria del profitto e dell’arroganza: i fallimenti dei manager e dei dirigenti non possono essere pagati dai lavoratori.

 

[Memoria storica] Lo sciopero dei quaranta giorni del 1949

SCARIOLANTI1Lo sciopero bracciantile dei quaranta giorni della primavera del 1949 e quello dell’anno successivo, segnarono l’ultima grande ondata del movimento dei braccianti in Italia. Un “biennio rosso” che incendiò la pianura padana e aree del mezzogiorno. Il patto agricolo era stato disatteso e dopo il 1948 gli agrari e la Democrazia Cristiana colpirono duramente i lavoratori e le lavoratrici.
Anche in ogni paese e in ogni corte agricola del mantovano decine di migliaia di braccianti e mondine si organizzarono con l’obbiettivo di dare “la terra a chi la lavora” e combattere la miseria e lo sfruttamento.
Vogliamo ricordare la voglia di partecipare e di “prendere parte”, le infuocate assemblee sindacali di cascina, i pentoloni comuni nelle piazze, il lavoro fermo ovunque. La violenza subìta e quella praticata: la Resistenza era ancora dietro l’angolo e non ci si risparmiava davanti alle difficoltà; gli scontri coi crumiri, che a centinaia venivano portati dal Veneto con la promessa di un po’ di terra. E ancora le provocazioni, le botte e gli arresti della celere di Scelba.
Un mondo che sembrava sul punto di esplodere.
Giorni nei quali la solidarietà era un’arma capace di diffondersi e moltiplicarsi: da Genova i lavoratori dell’Ansaldo (gli stessi che nel 1973 avrebbero sabotato i treni in partenza per il Cile golpista di Pinochet) fecero arrivare in stazione a Mantova convogli carichi di alimenti per gli scioperanti. A sostenere le lotte erano i partiti DEI lavoratori e DI lavoratori (li rappresentavano i Di Vittorio, non i D’Alema o i Napolitano di oggi).
Tremava il governo, tremava Scelba e tremavano gli agrari che rimpiangevano lo squadrismo: e più sparavano addosso agli scioperanti e più quelle migliaia di proletari diventavano un corpo unico, indistruttibile.
Riccardo Bertoni di Cizzolo lasciato morire in prigione, la mondina Maria Margotti di Bologna colpita a morte da una raffica di mitra il 17 maggio del 1949; con loro Vittorio Veronesi assassinato dall’agrario Grazioli lo stesso giorno dell’anno seguente a Porto Mantovano: tutti loro erano i martiri della nuova resistenza, di una generazione che tentò ancora una volta di cambiare davvero le cose.

Persino a Mantova in molti non hanno mai sentito parlare o non ricordano più queste storie , tutte ostinatamente vere. Non si tratta né delle “trame” dei Gonzaga né di lontani moti risorgimentali, ma dell’identità conflittuale del territorio mantovano, di una sua ricchezza sociale e politica che è stata sepolta “viva”.
Perché? Perché ricordare che gli sfruttati, se organizzati e con un’idea di cambiamento, possono davvero ribaltare la situazione è il peggiore incubo di chi vuole mantenere tutto com’è.

E a chi inganna, sfrutta o privatizza è giusto turbare il sonno.

 

Un torto fatto ad uno è un torto fatto a tutti: note su questo primo maggio

fd1 Eravamo e siamo tutt’ora ben consapevoli che uno sciopero ed un presidio non possono di certo avere la pretesa di piegare un colosso del commercio come il Fashion District che compra spazi pubblicitari sui media e che può permettersi di arruolare la vincitrice di Sanremo 2014 come testimonial. Ma sicuramente possono essere un punto di partenza importante. Tanto più in un deserto di dibattito politico i cui ragionamenti, già maturi in altri territori, qui da noi faticano a trovare gambe per diffondersi. Un deserto che si estende anche a livello culturale. Per questo motivo abbiamo deciso di esserci, accanto a quei lavoratori e a quelle lavoratrici che hanno avuto il coraggio di raccontare le proprie ragioni, denunciando sfruttamento e prevaricazione del più forte nei confronti di chi è subalterno.Sappiamo che lo sciopero ha coinvolto solo una minoranza dei lavoratori dell’outlet. Ma la loro è stata una scelta di coraggio: sono persone che hanno rinunciato ad un giorno di paga, infischiandosene del ricatto occupazionale, per cercare di dare visibilità e voce a chi è costretto a rinunciare alla festività in nome dei profitti delle grandi catene commerciali o per soddisfare il bisogno indotto di acquisti facilmente derogabili. Dopo anni di silenzio questa presa di posizione è stata importante. È stata importante anche la partecipazione al presidio di alcuni lavoratori occupati nei centri commerciali dell’Hinterland mantovano: un gesto di solidarietà che vuol dire molto e che deve essere un esempio per tutti. Al presidio abbiamo partecipato con una delegazione di attivisti e di simpatizzanti e insieme ai sindacalisti e ai lavoratori si è anche cercato di convincere chi voleva entrare a desistere. Alcuni clienti hanno capito e solidarizzato, rinunciando ad entrare o a fare acquisti; altri hanno deciso di entrare ugualmente: è fin troppo stereotipato descrivere la signora del – “non mi interessa, devo urgentemente comprare un abito” – o il palestrato con polo nera e tricolore che guardava schifato i manifestanti. Tante piccole solitudini mascherate dietro l’idea di una falsa libertà, che è poi l’idea di poter spendere quando si vuole (o magari immaginare di poter spendere soldi che non si hanno). fd2 C’è una battaglia culturale forte da vincere perché anni di narrazioni tossiche di consumismo e di shopping spacciato come intrattenimento hanno prodotto mostri; chi lavora nella grande distribuzione organizzata dopo vent’anni di contrattazioni al ribasso e di deregolamentazioni si ritrova appeso ad una corda, ma per il collo. Chi ha deciso di scioperare, di partecipare al presidio, anche chi non ha avuto il coraggio di farlo ma guardava con attenzione dall’altra parte della recinzione, potrebbe aver sperato di vedere o sentire un po’ più di solidarietà (specie da quella parte politica sempre attenta a “parlare” di lavoratori) e si sarebbe sentito meno solo in questo momento storico in cui quasi tutto sembra obbligarci ad abbassare la testa e a farci odiare quello che sta peggio. Le nostre azioni (1) (2) di battaglia culturale, la nostra partecipazione al presidio e la costruzione di contatti con i lavoratori e le lavoratrici, sono solo alcune tappe di un percorso avviato e portato avanti da oltre due anni. C‘è tanta strada ancora da fare, una strada da percorrere insieme, forti delle ragioni dei diritti e della solidarietà.

10288764_705254232850235_4692963683863862285_n

No Esselunga: quattro mesi di solidarietà attiva contro la speculazione


Il gruppo Esselunga a dicembre 2013 ha inviato ai mantovani card prepagate da trenta euro che, nelle intenzioni della campagna marketing del gruppo milanese , avrebbero dovuto alimentare l’individualismo e “comprarsi” il favore dei cittadini. Una fallimentare richiesta di sostegno per il contestato ipermercato a Porta Cerese che abbiamo cercato di rovesciare culturalmente e attivamente.

Mantova tra decine di ipermercati, migliaia di case sfitte e “magoni” di cemento abbandonati non ha bisogno di una nuova speculazione, né di nuovi ipermercati: Il progetto “Esselunga” è parte di questo scenario ed è solo l’ultima fregatura che viene confezionata per una città martoriata dalla crisi e da un ventennio di cemento e privatizzazioni; grazie a (im)prenditori avidi e una classe politica complice, il tessuto sociale è andato in pezzi, le fabbriche e le sicurezze sono andate scomparendo. Mentre sfumano le promesse di cambiamento e dei “tunnel sotterranei” dell’Amministrazione di centrodestra in carica, ecco che già si prepara il ritorno di film già visti, con improbabili “mercati sotterranei” e i sempiterni “laghi balneabili” come sparate elettorali per continuare ad abbindolare i cittadini. Forti del nostro impegno continuativo contro il trasversale partito del cemento e degli interessi privati, abbiamo lanciato una raccolta tessere per opporci a tutto questo con la solidarietà dal basso.

L’obbiettivo dichiarato è stato quello di realizzare una “carovana” di recupero di prodotti alimentari; una azione solidale slegata da carità o beneficenza, da realizzare con la “ricchezza virtuale” dei trenta denari offerti da uno dei tanti grandi imprenditori che vedono Mantova e i suoi cittadini solo come un grande business. La raccolta delle card prepagate da trenta euro in poco meno di un mese ha visto la partecipazione attiva di molte decine di cittadini che, nel consegnare agli attivisti la tessera, hanno espresso la loro contrarietà all’ennesima operazione di speculazione nell’area urbana; una opposizione che passa anche per l’adesione all’idea che quella piccola somma individuale andasse utilizzata in modo diverso.

Presso i Superstore Esselunga di Brescia, Verona e Bologna, in pochi mesi sono state effettuate spese collettive per decine di carrelli. Già durante la fase di raccolta, insieme alle persone che hanno partecipato all’iniziativa, erano state individuate una serie di realtà a cui fare riferimento per la consegna dei beni. L’idea di base è stata quella di sostenere lavoratori e disoccupati, italiani e immigrati: la crisi ci colpisce sempre più duramente e non fa distinzione di sesso, nazionalità o gruppi sociali. I beni sono stati così consegnati ai chi ne aveva bisogno, grazie ai contatti nei presìdi operai delle aziende in crisi e nell’associazionismo che assiste le nuove povertà emergenti nei quartieri. Con la nostra azione abbiamo potuto portare generi alimentari al presidio della Cartiera Burgo, ad alcuni lavoratori lasciati a casa dalla Ies, a famiglie senza più un reddito. Spese e beni di prima necessità sono stati recuperati per gli ex-protagonisti della cosiddetta emergenza profughi, i richiedenti asilo stranieri aiutati dall’associazione Mantova Solidale. È stato possibile anche aiutare il centro alluvionati di Bastiglia (Mo), la Caritas di San Benedetto Po e, nonostante non sia mai abbastanza, il canile ed il gattile di Mantova.

Bruce Springsteen nella sua “We take care of our own” annunciava: «dobbiamo prenderci cura noi della nostra gente, perché non dobbiamo contare che sulle nostre forze»: siamo convinti che tutte queste iniziative, dall’opposizione alla privatizzazione degli spazi pubblici, fino ad arrivare ai percorsi di solidarietà attiva, possono rappresentare una prima risposta concreta alla crisi esono solo parte di un lavoro plurale per costruire la Mantova futura; per questo, con testardaggine, continuiamo a seminare e coltivare l’idea di una città diversa, in cui impegnarsi concretamente per ricostruire vere forme di solidarietà mutualistiche, spontanee e volontarie,  è uno dei motori del cambiamento.

eQual 

Questo slideshow richiede JavaScript.

11 aprile: Sportello Preqario e presentazione di “Dove sono i nostri”

11aprileVenerdì 11 aprile dalle 18.45
presso il Centro Bruno Cavalletto (Via Tezze 6/a – Mantova)

➟ Inaugurazione dello “Sportello PreQario” di eQual.

➟ Presentazione del libro: “Dove sono i nostri” – lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi.
(con la partecipazione degli attivisti di Clash City Workers )

[a seguire cena a buffet di autofinanziamento ad offerta libera]

———————————————

➟ Lo Sportello PreQario è un progetto dedicato a tutte le lavoratrici ed i lavoratori precari (inclusi tirocinanti, stagisti) e ai disoccupati/e che vivono o hanno vissuto situazioni nelle quali non sono stati rispettati i loro diritti. Uno spazio di confronto e informazione sul mondo del lavoro.
Ci siamo resi conto che tanti lavoratori non sono nemmeno a conoscenza dei loro diritti e, spesso,delle caratteristiche e delle differenze delle diverse tipologie contrattuali esistenti: un lavoratore bene informato è invece più forte e consapevole.
Per questo lo Sportello PreQario vuole essere una sorta di “bussola” che sappia informare e indicare a chi e dove rivolgersi per un determinato problema di contratto (o lavoro senza contratto), per aprire una vertenza, per dire basta allo sfruttamento.
Tutti i servizi sono gratuiti: agli attivisti si affiancheranno anche consulenze legali e giuridiche con avvocati specializzati in diritto del lavoro. La condizione di precarietà ci unisce, e deve unirci anche la solidarietà a il mutuo aiuto reciproco.

———————————————

➟ Il libro “Dove sono i nostri” (La casa Usher edizioni) parla di com’è fatta la “classe” nell’Italia di oggi.
Chi sono i nostri? E dove sono? Lavoratori dipendenti, parasubordinati, produttivi e improduttivi, “finte” partite iva, Neet, immigrati: manifestazioni differenti dello stesso fenomeno, etichette e catalogazioni – molte delle quali imprecise e da sfatare – che spesso servono a frammentare ciò che in realtà è unito da interessi comuni e simili ritmi di vita. Con lo sguardo rivolto a questo campo di battaglia, questo libro vuole raccontare, con rigore e accuratezza scientifica, com’è composta la “classe lavoratrice” nell’Italia di oggi. A partire da un’analisi della struttura produttiva del nostro Paese, capiremo non solo come si produce la ricchezza, ma chi la produce, quali sono state le trasformazioni più significative del mondo del lavoro negli ultimi decenni e quali le linee di tendenza per il prossimo futuro.
Parla di lavoratori, ma, soprattutto, è un libro che serve per l’azione: è uno strumento per conoscere e intervenire sulla realtà.

Clash City Workers è un collettivo fatto di lavoratrici e lavoratori, disoccupate e disoccupati, e di quelle e quelli che vengono comunemente chiamati “giovani precari”. La traduzione del loro nome suona un po’ come “lavoratori della metropoli in lotta”. Nati alla metà del 2009, sono attivi in particolare a Napoli, Roma Firenze e Padova, cercando comunque di seguire e sostenere tutte le lotte che sono in corso in Italia.

NO Esselunga: carrelli di solidarietà attiva

0Continua l’impegno di eQual contro la città del cemento e degli interessi privati in favore della Mantova di chi la vive e ci lavora. La raccolta delle card da 30 “denari” di Esselunga in poco meno di un mese ha visto la partecipazione attiva di molte decine di cittadini che, nel consegnarci la carta prepagata, hanno espresso il loro NO all’ennesima operazione di speculazione nell’area urbana; una opposizione che passa anche per l’adesione all’idea che quella piccola somma vada utilizzata in modo diverso. Le tessere che negli obbiettivi della campagna marketing del gruppo lombardo dovevano alimentare altro individualismo e “comprarsi” il favore dei cittadini, ieri e oggi sono state utilizzate presso l’ipermercato Esselunga di Desenzano del Garda per realizzare una prima “carovana” di prodotti alimentari. Durante la raccolta delle card, insieme alle persone che hanno partecipato all’iniziativa, sono state individuate una serie di realtà a cui fare riferimento per la consegna dei beni. In primis sosterremo lavoratori e disoccupati, italiani e stranieri: la crisi colpisce sempre più duramente e non fa distinzione di sesso, nazionalità o etnìa. Abbiamo stretto contatti nei presìdi operai delle aziende in crisi e nell’associazionismo che assiste le nuove povertà emergenti nei quartieri. 3Una parte dei fondi verranno utilizzati per portare aiuti anche nell’Emilia colpita dalla recente alluvione; un intervento che riprende quanto avevamo già iniziato nel 2012 durante il periodo del terremoto con l’esperienza  della rete solidale. Oggi pomeriggio un’auto carica di aiuti è partita da Mantova alla volta del centro di distribuzione di  Bastiglia, in provincia di Modena.
Infine non vogliamo dimenticare anche le realtà che, tra mille difficoltà, assistono gli amici a quattro zampe: una parte delle nostre “spese” sarà infatti destinata a gattili e canili.
Sappiamo che tutte queste iniziative, dall’opposizione alla privatizzazione degli spazi pubblici, fino ad arrivare ai percorsi di solidarietà attiva, non sono la risposta definitiva alla crisi e sono solo parte di un lavoro plurale per costruire la Mantova futura; proprio per questo, siamo però convinti che impegnarsi concretamente per ricostruire vere forme di solidarietà mutualistiche, spontanee e volontarie,  sia uno dei motori del cambiamento.

Alternative

Alla mensa autogestita della cartiera Burgo sabato pomeriggio si è tenuto un affollato incontro pubblico. Circa ottanta persone hanno partecipato all’evento “Alternative” che ha visto come relatore principale Luca Martinelli della rivista Altreconomia.

Proprio con il giornalista milanese si è ragionato di economia alternativa all’esistente: tema caldo dell’incontro è stata la privatizzazione (e la conseguente campagna per la ripubblicizzazione) di Cassa depositi e prestiti, un istituto di credito che raccoglie i risparmi degli italiani e che, con quei soldi, ha sostenuto per decenni gli investimenti dei Comuni in opere pubbliche e servizi. Dal 2003 questi fondi vengono però utilizzati per aumentare i profitti di grandi speculatori e Fondazioni Bancarie. In questo modo con i soldi dei risparmiatori vengono di fatto favoriti i mercati finanziari, si finanziano le privatizzazioni e lo smantellamento dei servizi pubblici essenziali e infine si finanziano grandi opere inutili e devastanti per i territori come il Tav o la TEM a Milano .Circa 230 miliardi di euro che finiscono nelle mani di costruttori e speculatori.

In tempi in cui la politica è uno show di finzione, spesso malamente urlato, tornare a parlare di economia per stimolare ragionamenti alternativi è la sfida raccolta da tempo anche dal gruppo eQual. Martinelli nel suo lungo intervento ha ricordato anche la campagna sulla speculazione edilizia del nostro gruppo: iniziata con un dossier e una infografica (entrambi citati sul suo libro “Salviamo il Paesaggio”), continuata poi con azioni, proteste e volantinaggi, culminata infine nella creazione del “Mantovopoly”, il gioco sulla città di Mantova.

Per eQual sensibilizzare le persone sulle problematiche reali, costruire alternative (dai gruppi di acquisto solidale fino a forme “pulite” di cooperative), ricostruire legami mutualistici e solidali sono i “semi” per coltivare una nuova cultura del cambiamento. La serata si è poi conclusa con una gustosa cena di autofinanziamento realizzata dai cuochi del presidio Burgo con prodotti a chilometro zero.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Campagna di boicottaggio di Granarolo

boicott

Questa mattina in diversi supermercati di Mantova si sono tenute azioni di boicottaggio nei confronti di Granarolo. Attivisti del gruppo eQual hanno esposto volantini e applicato etichette sui prodotti nei banchi frigo, che invitano a non comprare i prodotti del gruppo felsineo: dietro l’immagine accomodante e familistica che l’azienda della “grande mucca” propone ai consumatori, ci sono storie di sfruttamento, 41 licenziamenti e botte per i facchini davanti ai cancelli degli stabilimenti, colpevoli di avere reclamato dignità e rispetto dei lavoratori.
Anche l’arma del boicottaggio e della pressione mediatica sull’immagine della Granarolo, vanno considerate come tasselli di una lotta più grande: le azioni sono state realizzate all’interno di una campagna nazionale di solidarietà alla vertenza dei facchini.